Ripartire da Lenin per guarire dal campismo e dall’antisionismo

L’internazionalismo distingue popoli e governi, rifiuta la colpa collettiva e difende l’autodeterminazione di palestinesi e israeliani.

Andrea CatenaIl Punto
Lenin

WIKIMEDIA

«L’antisemitismo significa diffondere l’ostilità verso gli ebrei. [...] Non sono gli ebrei i nemici dei lavoratori. I nemici dei lavoratori sono i capitalisti di tutti i paesi. Tra gli ebrei ci sono operai, lavoratori, e sono la maggioranza. Sono nostri fratelli nell’oppressione del capitale, nostri compagni nella lotta per il socialismo. [...] Vergogna a coloro che diffondono l’ostilità verso gli ebrei, vergogna a coloro che sobillano l’odio verso le altre nazioni».

Sono parole di Lenin. È il marzo del 1919. L’Europa è appena uscita dalla catastrofe della guerra mondiale e l’antisemitismo attraversa profondamente le società europee. Più di un secolo dopo quelle parole conservano una forza che va oltre la condanna dell’antisemitismo. Contengono un metodo politico. Lenin rifiuta di assumere «gli ebrei» come un soggetto collettivo cui attribuire una responsabilità collettiva. Spezza l’identità astratta e torna ai rapporti concreti. Dentro ogni popolo esistono interessi, conflitti, idee diverse. Nessun popolo costituisce una sostanza politica omogenea.

È proprio questa capacità di distinguere che una parte della sinistra sembra avere smarrito. Il campismo ne è forse la manifestazione più evidente. Il mondo non viene più letto attraverso le forze sociali e gli interessi che concretamente agiscono, ma attraverso una geografia precostituita. Da una parte l’Occidente e i suoi alleati, dall’altra chi vi si oppone. Una volta costruita la carta, il giudizio discende quasi automaticamente dalla posizione occupata. Non ci si domanda più che cosa sia un regime o un movimento. Basta sapere contro chi combatte.

Dietro questa regressione c’è anche la fascinazione che la geopolitica esercita ormai sulla sinistra. Bisognerebbe avere il coraggio di dirlo: quando pretende di diventare una scienza autonoma dalla storia e dall’«analisi di classe», la geopolitica possiede un nucleo intrinsecamente reazionario. Non perché la geografia non condizioni la politica, ma perché tende a trasformare questo condizionamento in destino. Lo spazio prende il posto della storia, gli Stati diventano soggetti quasi naturali, gli interessi nazionali necessità oggettive. La politica viene osservata dal punto di vista della potenza.

È il rovesciamento del pensiero critico marxiano. Ciò che appare come interesse della nazione dovrebbe essere scomposto per comprendere quali interessi sociali vi operino dentro. La geopolitica procede al contrario: guarda il mondo dall’alto, come una carta sulla quale si muovono Stati, alleanze e sfere d’influenza. Il campismo è, in fondo, la geopolitica penetrata nella sinistra. Conserva il vocabolario dell’antimperialismo, ma ne rovescia il punto di osservazione.

E qui torna ciò che abbiamo quasi espulso dal nostro vocabolario: l’analisi di classe. Rifiutare di schierarsi con gli Stati non significa collocarsi in una comoda equidistanza. Significa guardare dentro gli Stati, riconoscere i rapporti tra dominanti e dominati, governanti e governati, e stare sempre dalla parte di chi lotta per l’emancipazione. Uno Stato non è un soggetto unitario. Dietro il suo presunto «interesse nazionale» ci sono gruppi dirigenti che governano e classi subalterne che spesso pagano il prezzo delle loro decisioni. Vale per gli Stati Uniti come per la Russia, per l’Iran come per Israele. Ed è proprio questa differenza interna che la geopolitica cancella quando trasforma gli Stati in pedine sulla carta del mondo.

Lenin faceva esattamente il contrario. Di fronte alla Prima guerra mondiale non cercò l’impero relativamente migliore al quale accodarsi. Guardò dentro gli Stati belligeranti, ai rapporti di classe e agli interessi che muovevano le rispettive classi dirigenti. L’internazionalismo nasce precisamente da qui: non stare alla stessa distanza da tutti gli Stati, ma stare dalla parte delle classi subalterne in tutti gli Stati. Questo è anche ciò che distingue l’internazionalismo dal campismo. Il campista deve scegliere tra Washington e Mosca, tra Teheran e i suoi avversari, tra un blocco e l’altro. L’internazionalista può rifiutare questa alternativa perché il suo punto di vista non coincide con quello di nessuna cancelleria.

Non c’è dunque nulla di progressivo in sé nell’essere nemici degli Stati Uniti. Una potenza può contrastare l’egemonia americana perseguendo propri interessi di potenza. Un movimento può combattere un’occupazione ed essere reazionario. Sembra banale. Eppure una parte della sinistra sembra avere perduto precisamente questa banalità. È qui che il campismo incontra l’antisionismo contemporaneo. Non perché criticare Israele significhi essere antisemiti. Sarebbe un’equivalenza falsa e politicamente sterile. Israele è uno Stato e, come qualsiasi Stato, i suoi governi e le loro politiche devono poter essere sottoposti alla critica più radicale. L’occupazione dei territori palestinesi non diventa meno criticabile perché Israele è uno Stato ebraico.

Il problema comincia quando Israele smette di essere uno Stato storicamente determinato e diventa un’essenza. Quando «sionista» non indica più una posizione politica ma una categoria totalizzante. Quando dalle responsabilità di un governo si passa a quelle di una società e poi, quasi senza accorgersene, a quelle di un popolo. A quel punto la critica politica ha cambiato natura.

C’è poi una contraddizione difficilmente eludibile. Se l’autodeterminazione dei popoli è un principio universale, non può valere per tutti tranne che per uno. Il diritto dei palestinesi ad avere una patria non richiede la negazione di quello degli israeliani. E riconoscere agli israeliani un diritto all’autodeterminazione non significa approvare Netanyahu, l’occupazione o gli insediamenti. Due diritti nazionali possono esistere contemporaneamente anche quando due nazionalismi entrano tragicamente in conflitto.

È su questo terreno che l’antisionismo va combattuto. Non perché coincida automaticamente con l’antisemitismo – anche se nel contesto attuale diventa sempre più difficile distinguerli, come ci ricordava Giorgio Napolitano –, ma perché la negazione in linea di principio della soggettività nazionale israeliana introduce un’eccezione nell’universalismo: un diritto riconosciuto ai popoli smette improvvisamente di valere quando incontriamo un popolo al quale non vogliamo riconoscerlo. E c’è un confine ancora più pericoloso. Quando «sionista» smette di descrivere una posizione politica e costruisce un soggetto indistinto sul quale proiettare responsabilità collettive, antisionismo e antisemitismo, pur non essendo la stessa cosa, possono finire per incontrarsi.

Torniamo allora al Lenin del 1919: «Non sono gli ebrei i nemici dei lavoratori». Dentro quella frase c’è il rifiuto della colpa collettiva. Non esistono popoli colpevoli. Non lo sono i palestinesi per il 7 ottobre e non lo sono gli israeliani per le scelte dei loro governi. Esistono responsabilità politiche determinate. La politica serve precisamente a distinguerle.

Ripartire da Lenin significa allora recuperare un metodo e una parola che la sinistra ha lasciato scolorire: internazionalismo. L’internazionalismo riconosce l’oppressione e la combatte, ma conserva un criterio universale con cui giudicare anche chi all’oppressione si ribella. Nessuna collocazione geopolitica conferisce innocenza. Possiamo stare dalla parte dell’autodeterminazione palestinese senza stare con Hamas, contro l’occupazione senza essere contro Israele, contro l’antisemitismo senza sottrarre Israele alla critica, contro l’imperialismo occidentale senza attribuire virtù emancipatrici a chiunque gli si opponga. Non è equidistanza. È autonomia del giudizio.

La sinistra nacque internazionalista perché pretendeva di costruire un principio di emancipazione capace di attraversare le frontiere. Quando sostituisce a questo universalismo la geopolitica delle identità, smette di domandarsi che cosa facciano concretamente gli uomini e torna a chiedere a quale popolo o campo appartengano. Non giudicare i popoli. Giudicare gli Stati, i governi, le ideologie, i rapporti di potere e le azioni concrete. È da qui che bisogna ripartire per guarire dal campismo e dall’antisionismo. Perché la sinistra torni ad essere non il partito di un campo contro un altro, ma una forza universale di emancipazione.


Foto: Grigory Petrovich Goldstein/Wikimedia Commons

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