Rinascita, Togliatti e l’arte come riscatto e resistenza
Dalla lezione di Togliatti nasce l'idea di una nuova mostra collettiva: la cultura torna motore di coscienza, lotta, solidarietà e autofinanziamento.

ANSA
Che la storica rivista fondata da Palmiro Togliatti, oggi sorprendentemente (felicemente) rinata, riconoscesse nella cultura tout court - prima ancora che nella cultura politica - il suo habitat naturale è cosa che nessuno può negare. Lo faceva anche sbagliando, naturalmente, perché solo chi osa fare cose azzardate corre questo rischio. Togliatti, uomo di cultura sconfinata, non ebbe paura ad addentrarsi anche in territori non suoi e, con lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia, gli capitò di rifilare una sonora stroncatura alla prima Mostra nazionale di Arte contemporanea, svoltasi a Bologna.
Una "raccolta di cose mostruose" definì ingenerosamente quella selezione di opere prevalentemente aniconiche, entrando a gamba tesa dentro una querelle che riempiva le cronache culturali del tempo: quella fra astrattisti e figurativi. Togliatti non amava gli "scarabocchi" dell'arte astratta; aveva problemi con le avanguardie in generale: con la musica dodecafonica e le sperimentazioni letterarie. Insomma con tutto ciò che rischiava di correre troppo avanti rispetto alla possibilità di comprensione del popolo. In questo sarà stato, in parte almeno, sicuramente influenzato dallo Zdanovismo imperante in Unione sovietica, anche se mostrò un gusto e una sensibilità aperti al postcubismo di Guttuso e alla ricerca di Vedova, destinato a diventare uno dei più grandi astrattisti italiani della seconda metà del secolo. Insomma il conservatorismo estetico del Migliore era di buona qualità italica e libero da dogmatismi.
Tanto è vero che gli artisti di Forma Uno - tutti rigorosamente astrattisti - erano iscritti al PCI e si definivano "formalisti e marxisti". Tanto per capire l'apertura del Partito, nonostante non dipingessero comizi e occupazioni di terre, furono inviati in delegazione al Festival mondiale della gioventù e degli studenti di Praga nel 1947. Che tutto questo accadesse nell'immediato dopoguerra, in una situazione economica nazionale a dir poco depressa, lascia intendere quanto Palmiro Togliatti e il partito da lui diretto ritenessero vitale la questione culturale. E lo facessero al di fuori e al di sopra di qualsiasi settarismo e becero ideologismo. Ecco che allora al Segretario nazionale non si può non perdonate l'imprudenza di quella stroncatura (non senza precisare che la storia della pittura è piena di brutti quadri astratti non meno che di brutti quadri figurativi).
Sono questi i frammenti di una storia nobile: quella di una rivista che grazie a un gruppo di coraggiosi oggi riapre i battenti e, ancora più di prima, scommette sulla cultura come motore di riscatto sociale, come elemento propulsivo capace di trasformare la fragilità sociale da passiva e imbelle a consapevole e ribelle. Perché proprio di questo si tratta. La cultura e l'arte sono sicuramente un bene in sé ma hanno la portentosa capacità di spostare gli equilibri di una bilancia che può sancire la sconfitta o la Rinascita - appunto - del popolo degli offesi e dei percossi.
È assai improbabile che sulla nuova Rinascita, di cui oggi celebriamo il ritorno, qualcuno si accanirà sull'arte astratta. Ben altre sono le provocazioni e le ferite subite dall'arte post-contemporanea, resa vittima di un capitalismo finanziario predatorio che ha sostituito la realtà con il business. S'è imposto a questo scopo la regola che "tutto può essere arte" a condizione che sia certificato dal sistema che la domina e la indirizza.
È così che siamo arrivati al cesso d'oro di Cattelan al Guggenheim di New York. Mala tempora currunt: la situazione è grave. Ma c'è ancora chi resiste e contrattacca. In arte ma non solo. Basta vedere ciò che è successo a difesa della Palestina nel mondo. Basta essere attenti a tutti quei segnali che falsificano la bonaccia accidiosa prodotta dalla più grande rivoluzione passiva di tutti i tempi: quella digitale. Ma ogni accenno di riscossa, oggi più che mai, ha bisogno di un Moderno Principe che la guida. Noi non vogliamo dare a questa rinata testata una responsabilità così grande. Al momento il Moderno principe, così come lo concepiva Gramsci, non c'è. E tuttavia è dovere di tutti, senza farsi illusioni, cogliere gli indizi di un vento che cambia direzione. La Nuova Rinascita può esserlo.
È per questo che ho avuto l'idea di proporre una mostra. Per non essere passivi rispetto all''evento rappresentato dalla riedizione di questa testata. Bentornata Rinascita si intitolerà questa mostra della quale, strada facendo, vi daremo tutte le coordinate. La faremo in novembre coinvolgendo alcune decine di artisti fra i più bravi e i più sensibili nell'attuale panorama romano e nazionale. Non dobbiamo nascondere che vi sono precedenti incoraggianti del successo riscosso da un impegno del genere, come la mostra 80 volte Bella ciao, da me ideata e curata con il sostegno vitale dell'Anpi nazionale e dell'Assessorato di Roma Capitale.
Questa mostra sarà una grande mostra - un grande evento di popolo -- e noi ci aspettiamo che tutti coloro che sono interni al Fronte antifascista, pacifista e antibarbarie a cui Rinascita si rivolge contribuiscano a creare le condizioni di un successo che lasci il segno: nel valorizzare le opere realizzate e anche nel creare le condizioni del necessario autofinanziamento della Rivista. Vi terremo informati su tutto. Ma intanto non vedevamo l'ora di informarvi di questo progetto, un piccolo tassello nel più grande progetto che porta il nome di una grande Rivista che oggi rivive: Rinascita.
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