Rileggere il mito come antidoto alla banalità

A Siracusa Alcesti di Euripide, Antigone di Sofocle, i Persiani di Eschilo e uno spettacolo di teatro-danza ispirato all’Iliade nella LXI stagione dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico.

Paolo RandazzoBattaglia delle Idee
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Archivio Rinascita

Siracusa. È sempre un’esperienza straordinaria comprendere come e quanto il mito antico reagisca a contatto con la concretezza della realtà contemporanea. È un’esperienza di consapevolezza culturale e di sapienza che continua a ripetersi in relazione ai numerosissimi spettacoli che, legati alla drammaturgia antica, attraversano e segnano la scena teatrale italiana e quella internazionale stagione dopo stagione. Spettacoli di qualità diversa certo, ma accomunati dal fatto di essere delle riproposizioni del mito classico: sia in quanto riprese dei testi di Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane o dei testi di altri drammaturghi che a quella tradizione si sono ispirati, sia in quanto riscritture dei testi antichi o, più ampiamente, delle narrazioni che provengono dalla tradizione del mito.

Il motivo per cui questa tendenza, che potremmo anche retrodatare di diversi secoli, continua a mantenersi così viva, solida e feconda di nuove creazioni artistiche (non solo spettacoli teatrali) è una questione interessante che incrocia le strutture di senso (identità, percezione dell’alterità, struttura delle comunità) più profonde dell’umanità nel suo complesso e di quella parte di mondo che chiamiamo Occidente. È quanto vien fatto di pensare in relazione agli spettacoli che l’Istituto Nazionale del Dramma Antico organizza e allestisce ogni anno nel grande Teatro Greco di Siracusa. Quello in corso quest’anno è il sessantunesimo Ciclo di “Rappresentazioni classiche” e gli spettacoli proposti sono: l’Alcesti di Euripide (traduzione di Elena Fabbro, regia di Filippo Dini, fino al 6 giugno), l’Antigone di Sofocle (traduzione di Francesco Morosi, regia di Robert Carsen, fino al 5 giugno), i Persiani di Eschilo (traduzione di Walter Lapini, regia, di Alex Ollè, dal 13 al 28 giugno a giorni alterni) e un lavoro di teatro danza inspirato all’Iliade (traduzione di Omero e lavoro testuale di Francesco Morosi, la regia di Giuliano Peparini, dal 14 al 26 giugno, a giorni alterni escluso il 24).

Alcesti e Antigone sono due spettacoli importanti: il primo con qualche fragilità nella ri-concettualizzazione del testo euripideo (nella vicenda di Admeto si rintraccerebbe un archetipo culturale della fragilità maschile nell’affrontare le difficoltà della vita e la morte), il secondo è un vero e proprio capolavoro (Carsen, dopo Edipo Re ed Edipo a Colono, conclude con questo lavoro una sua straordinaria trilogia Tebana spaziando tra i temi capitali del destino, della conoscenza, del potere, del rapporto con la legge). Tuttavia, al di là dell’importanza degli allestimenti e della qualità delle regie, ciò che è importante comprendere è la dinamica culturale e politica in cui questi lavori trovano spazio e senso. Non si tratta di vedere in scena Eschilo, Sofocle o Euripide, ma della restituzione scenica dell’incontro tra un intellettuale contemporaneo (il regista) e un testo della drammaturgia classica. Quanto più questo incontro sarà stato ampio, profondo, colto, esteso nel tempo, quanto più avrà assunto il respiro e la problematicità di un dialogo, tanto più lo spettacolo che ne deriverà potrà avere quelle caratteristiche di necessità e di urgenza, che rendono un lavoro comprensibile e strutturalmente contemporaneo. Questo vale di certo per gli spettacoli siracusani che, di anno in anno, registrano numeri sempre più importanti (solo per avere un’idea, la scorsa stagione ha contato più di 170.000 spettatori), ma vale anche per tutti i lavori, teatrali soprattutto, che si dispiegano a partire da una riflessione sul mito classico e da una riutilizzazione di esso. Su questo aspetto è veramente necessario riflettere con accuratezza e politicamente.

Furio Iesi ad esempio, un intellettuale e antropologo ancora troppo poco apprezzato in Italia, ha avuto ed espresso su questi temi intuizioni importantissime e di grande potenza euristica. Il mito, secondo questo pensatore, è infatti «un’immagine senza parole» che, comunicando in modo potente e sostanzialmente autoritario, tende a realizzare e imporre a dinamiche conoscitive e politiche di tipo identitario e irrazionalistico. Ce n’è abbastanza per capire che, al contrario, la manipolazione contemporanea del mito e i processi di comprensione razionale e di riutilizzazione libera e colta di esso che si colgono negli spettacoli di Siracusa (a partire dallo studio dei testi della drammaturgia classica che, a loro volta, sono essi stessi manipolativi rispetto al patrimonio mitico), e in quasi tutti gli spettacoli teatrali legati a questo filone, possono rappresentare delle tendenze sane della cultura contemporanea che resiste e reagisce, anche così, ai processi di semplificazione e di banalizzazione autoritaria e violenta della comunicazione di massa.

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