Riformismo radicale: la sinistra torni a cambiare davvero questo Paese

Da Bersani a Giolitti, riscoprire le riforme di struttura restituisce alla sinistra una visione radicale, capace di unire giustizia, uguaglianza e buon governo.

Davide CesariniIl Punto
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ANSA

La parola riformismo è una parola nobile, ma di cui oggi, da sinistra, si dà un giudizio pressoché negativo. Ciò è dovuto a un macroscopico errore di cultura politica.

«Mi sento dare, a me, del massimalista da qualcuno che si definisce riformista e vorrei sapere che riforme ha fatto. Io sono un riformista. Ma quella definizione è diventata per qualcuno il modo politicamente corretto di dar ragione agli altri e di essere subalterno», ha scritto il 6 giugno Pier Luigi Bersani, cogliendo il punto.

Nella politica italiana si è fatta sempre più strada la malsana idea secondo cui essere riformisti corrisponda all’essere moderati: niente di più falso. Tale equivoco, a ogni modo, ha ragione d’essere per ragioni legate alle esperienze storiche.

Tanti errori di sostanza (pensiamo al Jobs Act, dove la flessibilità avrebbe dovuto regalare al Paese un futuro fatto di aumento della produttività e dei salari e, in realtà, ci ha consegnato nuove forme di precarietà, specialmente alle nuove generazioni, salari bassi e fermi — da vent’anni, unico Paese in Europa — e produttività prossima allo zero) e di metodo (pensiamo all’incapacità di costruire una riforma con i cittadini, di spiegarla e di inserirla in un quadro politico generale che rifletta un’idea di Paese chiara) sono stati commessi anche dalle forze di centrosinistra al governo.

Spacciare per riformismo arretramenti sociali, riforme elettorali che tradiscono le regole basilari della democrazia parlamentare e della rappresentanza ha finito per trasformare il riformismo in una parola vuota, neutrale, perché in fondo è stata sdoganata l’idea secondo la quale ogni riforma è positiva perché in grado di cambiare le carte in tavola (e spesso, nella fase di implementazione, questo non sempre accade).

Sembra un controsenso, un voler ridurre la portata radicale del riformismo, ma corrisponde alla realtà: riformismo non più inteso come capacità programmatica della politica di cambiare in meglio le cose, ma capacità di cambiare a occhi chiusi, senza una linea, una prospettiva, con riforme, o presunte tali, talvolta anche calate dall’alto.

Il cambiamento non è un valore in sé, è tale se cambia in meglio; ciò non significa giustificare la conservazione dello status quo, ma significa, da sinistra, cambiarlo con una visione chiara, con l’obiettivo di rendere il nostro Paese più giusto.

Oggi il riformismo viene sbandierato anche per sostenere battaglie di retroguardia e di conservazione sul piano politico, sociale ed economico, non invece per invertire i rapporti di forza, per raggiungere obiettivi di giustizia ed eguaglianza rompendo storiche catene di rendite e privilegi.

Le riforme sono la vera rivoluzione del nostro tempo e questo ce lo spiegava già Antonio Giolitti nel 1957. Un comunista italiano eretico, uscito dal PCI proprio nel ’57, un anno dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’URSS. Aderì poi al PSI, incamminandosi verso il governo guidato da Aldo Moro, il primo con la partecipazione dei socialisti.

Giurò come ministro del Bilancio e guidò il Paese verso un progetto molto ambizioso di programmazione economica, che prevedeva un ruolo centrale dello Stato come guida dei processi produttivi, protagonista della tutela dei cittadini dalle prepotenze del mercato e della lotta alle diseguaglianze.

Tale progetto si poneva in continuità con quello che già sosteneva il repubblicano Ugo La Malfa, ministro del Bilancio dal febbraio 1962 al giugno 1963 nel governo Fanfani, nella sua celebre «Nota aggiuntiva». Solo il «tintinnar di sciabole», scaturito dalla convergenza di tutte le grandi forze reazionarie e conservatrici, riuscì a fermare forse il più grande tentativo riformatore nel nostro Paese.

La formula delle riforme di struttura già riecheggiava nell’elaborazione politica dell’VIII Congresso del PCI del dicembre 1956 e venne identificata come «la sostanza della via italiana al socialismo», come ricorderà Alfredo Reichlin nel 2012, commemorando proprio Antonio Giolitti. Venne tuttavia abbandonata troppo in fretta e oggi deve tornare in campo non come una novità, ma come una necessità.

Intorno a noi tutto cambia e si evolve in fretta, nuove oligarchie mettono in discussione i capisaldi della democrazia, controllano i dati e lo sviluppo tecnologico estraendone profitti oltre ogni limite e nuove destre reazionarie conquistano i palcoscenici della politica internazionale.

Ecco le ragioni della riscoperta di un riformismo socialista, di una volontà profonda di dare sostanza alla stessa democrazia, con la promozione di riforme di struttura in grado di coniugare giustizia ed uguaglianza, abbattendo le rendite di posizione e contrastando le diseguaglianze al punto d’origine, ovvero nella frenetica accumulazione di capitale che dal lavoro dei molti finisce nelle tasche dei pochi, anzi, dei pochissimi, con misure concrete a favore della classe lavoratrice e con uno Stato che torni a essere protagonista nell’economia, a governare i mercati con nuovi strumenti, perché la democrazia senza uguaglianza sostanziale è un castello di carte.

Questo può essere un punto di partenza per la costruzione di una coalizione di sinistra competitiva, la quale è tenuta a interrogarsi sul come battere la destra non solo sul piano elettorale, ma anche su quello politico, culturale, valoriale e sociale.

Il riformismo ha garantito la conquista di diritti fondamentali interpretando sentimenti e bisogni delle masse popolari, ha governato i processi e oggi deve tornare a essere il nuovo fondamento metodologico di una sinistra plurale e di governo.

Un riformismo radicale e radicato, in grado di farsi interprete dei grandi mutamenti del mondo contemporaneo e che sia capace di governarli.

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