Rifondazione al bivio tra campo largo e autoreferenzialità

Dal dilemma tra governo e opposizione alla proposta di un fronte costituzionale: Gramsci, alleanze e progetto socialista nella crisi della democrazia.

Franco AstengoIl Punto
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ANSA

«Tra Scilla e Cariddi, la storia di un partito, dei suoi nodi e delle sue contraddizioni»: così il manifesto titolava, il 29 luglio, una recensione di Checchino Antonini al libro La sinistra in Italia dopo il PCI. Rifondazione Comunista, gli antagonisti della globalizzazione e il centrosinistra 1991-2008 di Marco Di Maggio, edito da Carocci.

Nella sua recensione Antonini si sposta anche sull’attualità, riflettendo proprio sul dilemma di cui è in corso un tentativo di scioglimento attraverso una contesa interna al partito tra — appunto — Scilla, il campo largo, e Cariddi, il campismo e l’autoreferenzialità.

Il dilemma delle alleanze, dei rapporti politici e del ruolo di governo è un tema ricorrente, che ha accompagnato la storia di questo partito e su cui vale la pena scrivere, riflettendo sulla presenza comunista in Italia nel dopo PCI, all’inizio del XXI secolo e nell’oggi della montante pseudo-egemonia della destra.

Ho tentato di condensare in queste poche righe le ragioni profonde dell’attualità delle idee di eguaglianza, solidarietà e riscatto sociale che stanno alla base di un’esigenza di rinnovamento e di rilancio di un’identità comunista. Un’identità comunista per certi versi dai tratti inediti, ma strettamente connessa e intrecciata con il corso della storia del movimento operaio.

Esiste un possibile «caso italiano» che possa persistere e collocarsi in un quadro europeo di grande difficoltà per le stesse democrazie liberali?

Il punto di partenza non potrà che essere, almeno a mio giudizio, il «genoma Gramsci». Le potenzialità del pensiero gramsciano, in una dimensione decisamente postnazionale, possono essere riscoperte in un contesto totalmente mutato, proprio quando non esistono più i referenti politici all’interno dei quali si era sviluppata la sua primitiva elaborazione. Anzi, proprio il pensiero gramsciano può essere utilizzato per portare la soggettività politica all’altezza del livello dello scontro in atto.

La storia della sinistra comunista italiana fu bruscamente interrotta dal seminario di Arco del 1990. Da Arco scaturì un’ipotesi di inadeguatezza strutturale per Rifondazione Comunista.

Un’inadeguatezza sancita non tanto e non solo dall’incapacità di risolvere il dilemma tra governo e opposizione — tradotto nell’incapacità di scegliere tra autonomia e subalternità —, ma soprattutto da due scelte che hanno segnato irrimediabilmente il destino di questa formazione.

La prima è l’accettazione del modello maggioritario-presidenzialista, fino al limite, esploso in SEL, dell’adozione del modello di partito “personale-elettorale”, poi proseguito anche in successivi passaggi. La seconda è la confusione tra autonomia del politico e movimentismo.

Una confusione sorta dall’ansia di intrecciare la pluralità di contraddizioni che agitavano — e agitano — la modernità. Un intreccio di contraddizioni che oggi si presentano con un livello di fortissima incidenza sociale e politica, portando alla ribalta due temi fondamentali, strettamente connessi tra loro: la guerra e il dominio tecnocratico.

Un dominio che sta sconvolgendo i termini “storici” dell’agire politico tra “governo” e “comando”. Questo richiede la presentazione di un progetto compiuto di società alternativa, fondato sul rovesciamento del paradigma di uno sviluppo basato su una presunta linearità infinita. È su questo punto che è necessario lavorare teoricamente, mentre si compiono scelte politiche immediate dettate da un’urgenza indifferibile.

Ritengo che sarebbe giusto interrogarsi se, attraverso la proposta Per un fronte costituzionale, democratico e antifascista, avanzata da settori del PRC e oggetto della discussione citata poc’anzi, si possa porre in termini diversi dal passato il tema di un rinnovamento della presenza della sinistra comunista in Italia.

Il documento prende le mosse proprio dal recente esito referendario. È la prima volta, occorre notarlo, che si cerca di fornire uno sbocco politico alla volontà di radicamento costituzionale espressa nel referendum. In altre occasioni — pensiamo al referendum del 2016 e anche a quello del 2006 — ciò non era avvenuto, per colpevole trascuratezza delle forze politiche, che si erano limitate a ritirare il dividendo di un’apparente vittoria mentre il sistema “scivolava” nel populismo e nella disaffezione.

Accanto a questo elemento di riaggancio costituzionale, nel documento del PRC si trova un giudizio che chiede di valutare la necessità di superare quella che viene definita una “visione dogmatica che non tenga conto dei mutamenti di fase”. In effetti, sul piano generale stiamo assistendo a qualcosa di più di un mutamento di fase: una radicale cesura storica, posta prima di tutto sul piano delle dinamiche internazionali segnate dal rischio di un’esplosione globale della tragedia della guerra.

Tra pace e guerra si situa una frattura evidente, che necessita di una radicalità di scelta netta e non può lasciare spazio ad alcuna ambiguità. Egualmente radicale appare il contrasto al tentativo di imporre il dominio della tecnocrazia, attraverso il quale si pensa di mandare definitivamente in crisi l’impianto storico delle cosiddette democrazie liberali e di aprire una definitiva “stagione delle autocrazie”.

Le democrazie liberali si trovano oggi attanagliate nella loro essenza costitutiva, basata sulla divisione di classe. La divisione di classe ne giustifica l’esistenza, ma oggi si tratta di fare i conti con l’acutezza e la complessità delle contraddizioni raccolte e intrecciate proprio attorno alla storica e mai superata «contraddizione principale».

Quella contraddizione dello sfruttamento dell’“uomo sull’uomo” che si trova, in maniera inedita, connessa alla transizione ecologica, a quella digitale e alla differenza di genere, generando una scansione delle priorità politiche ben diversa dal passato.

Insomma, si impone un «Che fare?» oggi, in un mondo che a molti sembra irriconoscibile rispetto alle letture del passato.

Nelle argomentazioni adottate dai suoi estensori, il documento pone un punto di discussione che andrebbe valutato con grande attenzione in tutte le sedi. Riassumendo, emerge la priorità di bloccare il progetto autoritario della destra, partendo, nel “caso italiano” — dal senso rovesciato rispetto a quello che gli attribuivamo negli anni Sessanta e Settanta —, dall’applicazione costituzionale reclamata dai 15 milioni di “No” espressi nel referendum.

Si evidenzia anche un altro punto decisivo, che sembra il caso di riportare per intero: «Non avrebbe senso rinchiudersi in uno spazio incompatibile, lasciando ad altri il compito di essere destinatari del bisogno politico di cacciare le destre dal governo».

Una frase che non deve rimanere uno slogan semplicistico, se si riusciranno a soddisfare due condizioni.

La prima: nel documento si distingue tra alleanza di governo e progetto di alternativa. Questo punto richiede, per concretizzarsi, una doppia riflessione. Da una parte, quella riguardante la natura reazionaria di una parte considerevole del capitalismo italiano, non solo orientato dal neoliberismo, ma anche da logiche di tipo bellicista che hanno un grande peso sul governo economico e politico.

Dall’altra, quella sulla qualità progettuale di una politica delle alleanze a sinistra; sui possibili confini, che è necessario allargare ben oltre le sigle correnti; sulla natura del centro politico di questo Paese e sul suo riflettersi in un bipolarismo che appare già in difficoltà elettorale.

Un bipolarismo che si situa, però, in un ambito di sfrangiamento sociale, di chiusure pseudo-sovraniste e corporative — compresa quella sui migranti —, di voluta confusione tra “sicurezza” e “ordine pubblico”, di una disaffezione politica che continua a tradursi in vaste “zone grigie”, segnate non soltanto dalla mancata partecipazione al voto, ma da una ben più vasta dimensione di marginalità sociale e politica e di “individualismo competitivo”. Tutti fenomeni che avvelenano la qualità morale, sociale e politica della società moderna.

La seconda condizione è la definizione di un perimetro che segni la «pars construens», la parte del progetto. Una pars construens che ha bisogno di nutrirsi sia di una visione utopica — che deve essere rivendicata nel senso dell’obiettivo del socialismo — sia di una parte programmatica adeguata.

Una parte programmatica capace di riferirsi, prima di tutto attraverso il conflitto sociale, a un eventuale governo che sorgesse — come credo si debba auspicare — da un esito elettorale diverso da quello tragico di una conferma della maggioranza di destra. Una conferma che potrebbe portare il Paese verso una deriva autoritaria di un tipo che abbiamo difficoltà a immaginare e comunque imperniata sull’affermazione di un “pensiero unico”.

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