Riflessioni sul nostro tempo

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ANSA

Pubblichiamo un lungo articolo di Olga María Sánchez Cordero Dávila, uno dei più autorevoli punti di riferimento della sinistra messicana. Giurista, nota per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e delle libertà civili, Olga María è stata ministra della Corte Suprema del Messico (1995–2015) e successivamente Segretaria dell’Interno nel governo di Andrés Manuel López Obrador. Già Presidente del Senato, dal 2021 è senatrice.

Il nostro tempo pone una serie di sfide alla pace mondiale, caratterizzate dalla radicale riproposizione di linee di pensiero che, per chi si riconosce nella tradizione socialdemocratica e ha guardato con favore al progresso dei diritti umani negli ultimi trent’anni, apparivano estinte.

Mi riferisco al pensiero geopolitico che parte dall’esaltazione del neorealismo come principale asse dottrinale nella proiezione internazionale del potere nazionale di alcune potenze. Ciò si traduce nell’uso del potere militare e della leva economica come strumenti per imporre le proprie prospettive ad altre nazioni, disprezzando gli sforzi volti a diffondere globalmente i valori democratici che sembravano essersi universalizzati dopo la fine della Guerra Fredda.

L’affermarsi di questi orientamenti di matrice huntingtoniana nella politica estera delle principali potenze armate si accompagna, sul piano interno, alla diffusione di visioni nazionaliste distanti dall’umanesimo, che sembrano costituire il discorso dominante di legittimazione politica della proiezione realista. Così, l’espansione, l’accettazione e la tolleranza di questa vecchia prospettiva di pensiero politico nel continente americano, sommate a manifestazioni simili in Europa e Asia, sembrano segnare un nuova oscillazione del pendolo della storia.

Le azioni che si delineano in questo movimento pendolare sembrano sancire la rottura, forse definitiva, dell’ordine giuridico internazionale che perdurava dalla metà del XX secolo, e ci offrono elementi per cogliere quella che può configurarsi come la crisi più pesante di sempre del multilateralismo, inteso come l’arena negoziale più equa per le dispute tra nazioni con rapporti di potere asimmetrici.

Potremmo classificare le aree di impatto generate dalla dinamica descritta, in base alla loro gravità e violenza, in cinque spazi di preoccupazione per la pace e la stabilità mondiale. Una prima area riguarda le nazioni situate nella regione del Medio Oriente; in secondo luogo, i Paesi che compongono il bacino del Mar Nero; in una terza zona, i regimi della regione caraibica; in un quarto spazio si profila la minaccia bellica nel sud-est asiatico; e in un quinto ambito di conflitto, qualora dovesse intensificarsi, potrebbe compromettere il dialogo tra le tre nazioni che compongono il blocco nordamericano, nel quadro della rinegoziazione del TMEC.

La delicata situazione descritta non è iniziata ieri: risponde a un processo cronico e degenerativo delle istituzioni che incarnano l’ordine multilaterale, innescato dall’estinzione del problema che diede loro origine e logica. Alla fine della Seconda guerra mondiale, infatti, l’ordine bipolare delineava un equilibrio tra due superpotenze, le loro nazioni satelliti e i Paesi non allineati, nel quale era indispensabile l’uso di istituzioni multilaterali capaci di ridurre le tensioni e impedire l’escalation della violenza fino all’annientamento reciproco. In questo spazio, le nazioni cosiddette “non allineate” disponevano di ampi margini di negoziazione, sebbene talvolta questi venissero infranti da colpi di Stato.

In questa prospettiva, con la fine della Guerra Fredda si impose la necessità di ripensare l’ordine multilaterale per affrontare le nuove sfide del cambio di secolo. L’equilibrio del XX secolo iniziò infatti a incrinarsi, e la traiettoria seguita dal blocco vincitore condusse a equilibri di potere multipolari, evoluti progressivamente fino a configurare un assetto oggi vicino a una struttura tripolare, che richiede nuove regole e nuove istituzioni.

All’inizio del XXI secolo si ebbe una prima evidenza dell’obsolescenza del vecchio ordine multilaterale, manifestatasi nell’incapacità dell’ONU e del suo Consiglio di Sicurezza di far fronte alla seconda guerra del Golfo Persico. In quel momento, studiosi ed esperti di tutto il mondo iniziarono a segnalare l’urgenza di una riforma di tali istituzioni intergovernative e, allo stesso tempo, delle organizzazioni regionali come l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA).

Per citare alcuni esempi, nel caso del Messico diplomatici come l’ambasciatore Carlos Rico Ferrat e accademici di rilievo internazionale come María Cristina Rosas González o Raúl Benítez Manaut si univano alle voci di studiosi canadesi come Andy Knight, o dei celebri statunitensi Joseph Nye e Robert Keohane. Tutti loro, pur con differenze di approcci teorici, contesti, interessi e proposte, concordavano sull’utilità del multilateralismo, ma anche sulla necessità di rafforzare l’ONU o almeno di ridurre i fattori che tendevano a indebolirla — come i suoi limiti di bilancio — di fronte alla vastissima gamma di sfide del XXI secolo.

Gli anni passarono senza che si registrasse alcun serio tentativo di riprogettare le istituzioni multilaterali, fino a giungere al punto di rottura descritto dal primo ministro canadese Mark Carney durante il suo intervento al Forum Economico Mondiale di Davos nel 2026, quando affermò che «Le istituzioni multilaterali sulle quali si basavano le potenze medie, tra cui l’OMC, le Nazioni Unite e la COP, che costituiscono l’architettura della risoluzione collettiva dei problemi, si sono notevolmente indebolite». Il primo ministro ha inoltre indicato nella diversificazione delle relazioni commerciali tra Paesi una possibile risposta alle pressioni economiche unilaterali proprie del neorealismo contemporaneo e alla crisi attuale del multilateralismo. Ciò attraverso «coalizioni efficaci», in base alle sfide, tra partner che condividono sufficienti elementi comuni per agire insieme», ossia creando «una rete di connessioni nei campi del commercio e della cultura», capace di configurare una terza via che superi la dicotomia tra un quadro istituzionale multilaterale fragile e inefficiente e la sottomissione alle richieste delle economie più potenti in relazioni bilaterali asimmetriche.

Di conseguenza, è necessario individuare meccanismi che possano contribuire a riattivare il multilateralismo o sostenerlo attraverso azioni parallele, anche al di fuori delle sue istituzioni, non più come strumento di continuità dell’ordine post-Guerra Fredda, ma come misura urgente per garantire l’integrità territoriale e la sovranità degli Stati.

In questa stessa linea di pensiero, si può aggiungere che, come strumenti complementari, andrebbe favorita l’azione delle organizzazioni della società civile e delle organizzazioni filantropiche, coordinate a livello internazionale da soggetti privati (sindacati, organizzazioni dei lavoratori, collettivi, ecc.). Tali attori potrebbero promuovere, attraverso la cultura, la formazione, l’educazione e altri strumenti, progetti sociali sostenibili, intervenendo anche sulle disuguaglianze interne di opportunità nei contesti delle potenze dotate di capacità militari globali. Un esempio è rappresentato dalle iniziative volte a valorizzare il contributo sociale, economico, intellettuale, scientifico e culturale delle persone migranti nei paesi di destinazione, contribuendo così a ridurre le pulsioni segregazioniste delle società ospitanti.

Va inoltre osservato che l’attivazione simultanea di entrambe le strategie — la costruzione di reti di cooperazione tra partner e l’attivismo dei collettivi — rappresenta la migliore opportunità per attenuare gli effetti delle imposizioni e delle pressioni para-legali esercitate da questa nuova ondata neorealista. Lo scontro diretto e bilaterale risulta infatti perdente in partenza, alla luce delle profonde asimmetrie nelle capacità militari ed economiche tra i Paesi.

È importante sottolineare che qualsiasi accenno di violenza in tale sforzo legittimerebbe soltanto il discorso che attualmente fonda il realismo, alimentando l’immagine falsa, pregiudiziale e xenofoba che sostiene l’assedio al multilateralismo e ai valori democratici che abbiamo adottato in molte parti del mondo.

L’appello a cui mi riferisco potrebbe essere parafrasato come «Non una rete commerciale, ma molte reti commerciali», e «Non un collettivo, ma molti collettivi», al fine di ampliare il fronte commerciale e culturale che oggi è oggetto di attacchi discorsivi, economici e militari in diversi scenari del mondo. Dal punto di vista della sinistra umanista non è accettabile difendere le tirannie né l’inazione internazionale di fronte ad esse — indipendentemente dal loro segno ideologico — ma non lo è neppure intraprendere azioni contro di esse partendo dalla violazione del diritto internazionale, poiché il rispetto del diritto altrui è la base della garanzia di non ripetizione, del riconoscimento delle vittime e dei fatti, della riparazione dei danni, nonché dell’accertamento delle responsabilità e della rendicontazione di coloro che hanno integrato o sostenuto una tirannia deposta. In altre parole, dal punto di vista umanista il fine non giustifica i mezzi.

Tenendo conto di quanto precede e della realtà internazionale attuale, e assumendo che l’evidenza storica mostri come i movimenti della sinistra internazionale tendano a emergere in seguito a un riposizionamento delle destre, la lotta delle sinistre dovrebbe oggi orientarsi alla promozione di organizzazioni pacifiche, composte da attivisti, lavoratrici e lavoratori, specialisti ed esperti in diversi ambiti, accomunati da problemi sociali simili, indipendentemente dal contesto nazionale in cui operano. È il caso, ad esempio, delle mobilitazioni per la progressività dei diritti umani e dei movimenti femministi.

Proprio in ragione della sproporzione nei mezzi e nelle capacità di incidere sulle dinamiche politiche nazionali, è plausibile che tali organizzazioni debbano fondarsi sul peso culturale e sui bisogni sociali per affermarsi come attori reali di potere transnazionale: soggetti dotati di visibilità globale e radicamento locale, capaci di contrastare l’attuale deriva neorealista dall’interno degli stessi Stati.

In sessant’anni di impegno nel femminismo, e come socialdemocratica della sinistra messicana, non avrei immaginato che potessero convergere diversità culturale, sensibilità sociale e libertà commerciale; e tuttavia è possibile che questo momento, segnato anche dai nostri errori, favorisca tale convergenza e ci aiuti a compiere alcuni passi verso quel sogno di pace evocato nella canzone “Imagine”, in cui la cultura e l’arte abbattono le frontiere tra i paesi — un messaggio che, nel caos bellico vissuto dalla mia generazione, un artista come John Lennon cercò di trasmettere al mondo.