Ricerca universitaria e precarietà: la crisi strutturale dietro la mobilitazione del 16 Aprile
A Roma la protesta dei ricercatori precari denuncia un sistema universitario in crisi: pochi fondi, regole rigide e migliaia di lavoratori senza prospettive di stabilizzazione.

ANSA
La mobilitazione del 16 aprile 2026 a Roma, promossa da ARTeD insieme ad altre realtà associative della ricerca precaria e FLC CGIL, è il segnale pubblico e visibile di una crisi che da anni attraversa il mondo della ricerca precaria universitaria e il funzionamento del sistema universitario italiano.
Al centro di questa crisi e della mobilitazione c’è la condizione dei ricercatori precari dell’università, radicata in un modello che si regge quasi esclusivamente sul lavoro precario e manca di strumenti strutturali che possano favorire l’approdo a una stabilizzazione che metta a frutto gli investimenti già fatti, minando dalla base il ruolo che università e ricerca dovrebbero avere nell’economia di un Paese avanzato. Per comprendere la portata del problema, è necessario partire da un dato che, seppur spesso evocato, si tende ad archiviare frettolosamente: il numero delle persone coinvolte. Tra ricercatori a tempo determinato e assegnisti di ricerca, il bacino del precariato accademico in Italia alla fine del 2025 si aggirava intorno alle 30.000 unità (per riferimento, ENI ha circa 30.000 dipendenti). Una platea di questa portata non può essere considerata una periferia del sistema ma ne è chiaramente una componente strutturale, un’infrastruttura operativa che contribuisce in modo diretto a funzioni che includono didattica, produzione scientifica, progresso culturale e tecnologico, attrazione di investimenti internazionali.
All’interno di questa platea, i ricercatori a tempo determinato di tipo A (RTDa) rappresentano una figura centrale. Si tratta di contratti triennali, formalmente pensati come la fase iniziale di una carriera accademica, ma che nella pratica non prevedono alcun automatismo di stabilizzazione. Introdotti con la Legge 240/2010 (nota come “riforma Gelmini”), sono stati poi eliminati (dalle figure lavorative della ricerca) dalla Legge 79/2022 e sostituiti con gli attuali contratti di ricerca e con i Ricercatori in tenure track, questi ultimi con una prospettiva di stabilizzazione. Tuttavia, per effetto delle proroghe concesse dal governo e dei finanziamenti straordinari del PNRR, negli ultimi cinque anni gli Atenei hanno sottoscritto un numero elevatissimo di contratti da RTDa, fino a metà del 2025. Ora, il loro numero ha incominciato a diminuire vertiginosamente, non per effetto di avanzamenti di carriera, ma per la semplice scadenza dei contratti. È ormai evidente che stiamo assistendo a una fuoriuscita massiva senza precedenti di personale qualificato dal sistema universitario.
È in questo contesto che si inserisce il recente piano straordinario di reclutamento di Ricercatori in tenure track (RTT), che dovrebbe consentire l’avvio alla stabilizzazione di circa 1.970 posizioni. Si tratta di contratti dalla durata di 6 anni, al cui termine, previa valutazione positiva, si accede alla posizione stabile di professore associato. Il provvedimento è stato accolto come un segnale positivo, e lo è, in quanto rappresenta un riconoscimento della necessità di intervenire sul precariato accademico. Tuttavia, se confrontato con le dimensioni complessive del fenomeno, appare chiaramente insufficiente.
A fronte di circa 9.000 RTDa complessivi (includendo anche coloro il cui contratto è già scaduto negli ultimi anni), e di una platea più ampia di circa 30.000 precari della ricerca, il piano copre una quota irrisoria del problema.
Inoltre, il problema non è di natura meramente quantitativa, ma soprattutto finanziaria. Il piano prevede infatti un meccanismo di cofinanziamento in cui lo Stato copre solo, di fatto, il 30% del costo totale da allocare per le nuove posizioni, lasciando il resto agli atenei. È chiaro che, a questo punto, la realizzazione effettiva delle stabilizzazioni dipenda dalla capacità finanziaria degli atenei, già indebolita drasticamente da anni di forte inflazione combinati con la stagnazione del finanziamento ordinario. Di conseguenza, anche le posizioni previste rischiano di non tradursi in assunzioni effettive.
Il sistema universitario italiano è infatti regolato da un doppio vincolo: da un lato la disponibilità di risorse economiche, dall’altro i cosiddetti “punti organico”, una misura che governa le capacità assunzionali degli atenei. A questi si aggiunge un ulteriore elemento, meno visibile ma decisivo: l’indicatore delle spese di personale, che impone alle università di non superare una determinata soglia (l’80% delle entrate complessive) per i costi del personale. Sebbene questo vincolo sia probabilmente pensato per garantire sostenibilità finanziaria, negli ultimi anni ha finito per esercitare un ruolo sempre più restrittivo, per un motivo semplice: le due variabili su cui questo indicatore si basa si muovono in direzioni opposte.
Da una parte, le spese per il personale sono cresciute, con un aumento stimato intorno al 6% annuo, trainato soprattutto dagli adeguamenti delle retribuzioni e degli scatti stipendiali del personale non precario dovuti all’inflazione, mentre le entrate degli atenei non hanno seguito lo stesso ritmo. Infatti, durante lo stesso periodo, il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), che rappresenta la principale fonte di finanziamento pubblico delle università, nonostante sia stato gonfiato integrando quelli che in precedenza erano finanziamenti straordinari esterni ad esso, è cresciuto solo dell’1,5% annuo. Con un impoverimento generale del Paese, anche i contributi studenteschi si sono ridotti, con una platea di studenti che rientra nella no tax area sempre più vasta. Questo genere di dinamica produce un effetto cumulativo in cui sempre più atenei si avvicinano alla soglia proibitiva dell’80%, riducendo progressivamente la propria capacità di assumere nuovo personale.
Se questa dinamica non verrà corretta, le prospettive sono preoccupanti. Le proiezioni indicano che, già nel 2027, una quota significativa degli atenei italiani potrebbe trovarsi nell’impossibilità di effettuare nuove assunzioni o stabilizzazioni, nonostante la presenza di personale qualificato e, in alcuni casi, anche di risorse disponibili. Il rischio è quello di una paralisi del sistema, in cui il problema non è solo la scarsità di risorse, ma l’impossibilità di utilizzarle.
È in questo contesto complesso che si inserisce una delle proposte di emendamento avanzate da ARTeD durante la discussione alla Camera del Disegno di Legge “PNRR”, riguardante la revisione dell’indicatore delle spese di personale, in particolare attraverso l’esclusione del personale precario dal suo computo. Si trattava di una proposta tecnica ma dalle implicazioni rilevanti, perché avrebbe consentito agli atenei di alleggerire temporaneamente il vincolo e di avviare percorsi di stabilizzazione senza sforare i limiti di legge e senza un aggravio ulteriore della spesa pubblica. Tuttavia, la proposta non è stata neppure discussa.
Questa proposta era particolarmente rilevante ora, dove, a causa della situazione emergenziale a livello internazionale, riemerge il tema della flessibilità dei vincoli di finanza pubblica. In diverse sedi istituzionali e governative è stato sottolineato come, in presenza di emergenze prolungate, possa essere necessario riconsiderare temporaneamente alcuni vincoli per evitare effetti negativi sull’economia e sulla società. Applicare questo principio al sistema della ricerca significherebbe riconoscere che la perdita di migliaia di ricercatori qualificati rappresenta un danno strutturale per il Paese. In questo senso, misure di flessibilità (come la revisione dei criteri di calcolo delle spese di personale) potrebbero rappresentare uno strumento per gestire una fase di transizione particolarmente delicata.
Accanto a questo tema emergenziale, ARTeD, in seno alla mobilitazione, pone con forza la questione del finanziamento strutturale del sistema universitario. Negli ultimi anni, il dibattito pubblico ha spesso enfatizzato gli aumenti nominali del FFO, senza effettuare una distinzione cruciale tra componenti strutturali e finanziamenti straordinari. Se si considera la quota base del FFO (cioè quella che garantisce continuità e programmabilità agli atenei), questa componente non ha registrato, in termini reali, una crescita significativa e, anzi, risulta persino diminuita rispetto al 2023. Infatti, gli incrementi più consistenti derivano invece da fondi straordinari, una tantum, legati a interventi temporanei o a specifici progetti. Sebbene anche questi finanziamenti costituiscano una parte importante di risorse, dovrebbero essere investiti in maniera aderente alla loro natura, cioè per misure e progetti straordinari, e non per sostenere le politiche di reclutamento finalizzate al funzionamento ordinario dell’università.
Questo meccanismo produce un effetto paradossale: si riduce la componente strutturale del finanziamento, per poi reintrodurre parte delle risorse sotto forma di interventi straordinari. In termini operativi, tutto ciò equivale a sostituire finanziamenti che dovrebbero essere programmabili con risorse intermittenti, creando maggiore incertezza e rendendo estremamente difficile pianificare politiche di reclutamento e sviluppo nel medio-lungo periodo. In termini concreti, significa che gli atenei possono disporre di risorse aggiuntive, ma non possono utilizzarle per assumere personale in modo stabile. Da qui la richiesta di ARTeD di ripensare il modello di finanziamento, garantendo un livello di risorse maggiore e più stabile che rifletta la scelta politica di considerare la formazione e la ricerca come un investimento strategico e non come una voce di spesa comprimibile.
I finanziamenti non sono però l’unico elemento di criticità nel quadro della ricerca universitaria precaria rivendicato nella mobilitazione del 16 Aprile 2026. Un ulteriore nodo riguarda infatti l’applicazione delle norme esistenti. La legge 79/2022 e le relative disposizioni transitorie prevedono strumenti per il riconoscimento dell’esperienza maturata dai ricercatori precari finalizzato alla loro stabilizzazione. Si tratta di una norma che ARTeD ha contribuito a costruire, nell’ambito della sua azione mirata a rafforzare le tutele dei precari della ricerca, rendere più lineari e stabili i percorsi da ricercatore a tempo determinato, e veder correttamente riconosciuto il valore del lavoro svolto negli anni dai tanti ricercatori precari. Tuttavia, l’attuazione di tali dispositivi normativi è stata finora disomogenea e, in molti casi, limitata. In alcuni atenei queste norme sembrano aver trovato un’attuazione parziale mentre in altri sono rimaste inapplicate o interpretate in maniera restrittiva, sollevando dunque una questione più ampia, che riguarda il rapporto tra legislazione e implementazione. In un sistema complesso come quello universitario, l’approvazione di una norma non è sufficiente ad assicurare le tutele previste ma è necessario che le istituzioni competenti esercitino pienamente il proprio ruolo per garantirne l’applicazione uniforme. Un sistema pubblico non può permettere che la legge diventi intrinsecamente opzionale e, in assenza di indicazioni chiare, il rischio è quello di un’interpretazione frammentata, con effetti diseguali tra atenei.
La mobilitazione del 16 aprile, dunque, non si limita a rivendicare maggiori risorse o migliori condizioni contrattuali ma mette in discussione l’equilibrio complessivo del sistema universitario italiano, evidenziando le contraddizioni tra gli obiettivi dichiarati (innovazione, competitività, attrattività internazionale) e gli strumenti effettivamente disponibili per il raggiungimento di tali obiettivi.
Al centro di questa tensione, come ARTeD, poniamo una domanda di fondo: quale ruolo si vuole attribuire alla ricerca e all’università nel modello di sviluppo del Paese? Se la risposta è che la ricerca universitaria costituisce un settore strategico, allora le politiche devono essere coerenti con questa scelta, il che significa investire risorse adeguate ma anche costruire un sistema capace di valorizzare il lavoro già svolto, che offra prospettive di continuità ed eviti la dispersione di competenze. In caso contrario, si apre uno scenario in cui decidiamo di perpetuare un modello in cui la formazione di alto livello diventa un investimento senza ritorno e in cui una parte significativa del capitale umano prodotto dal sistema viene progressivamente espulsa o costretta a cercare opportunità altrove.
La questione, in definitiva, non riguarda solo il destino di chi oggi lavora nella ricerca. Riguarda la capacità del Paese di immaginare e costruire il proprio futuro. La mobilitazione del 16 aprile porta queste questioni nello spazio pubblico e si aspetta delle risposte che non siano solo tecniche.