Restituire il tempo. Una nuova frontiera per la sinistra riformista

Il governo conquista il consenso, ma non una visione del mondo: tra nostalgia identitaria, neoliberismo e piattaforme, la sfida è costruire senso comune.

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ANSA

L’ascesa della destra italiana al governo ha riportato al centro del dibattito il tema dell’egemonia culturale. Il successo politico di Giorgia Meloni e di Fratelli d'Italia ha reso evidente una contraddizione che attraversa l’intero scenario contemporaneo: la possibilità di conquistare il potere senza riuscire realmente a costruire una direzione culturale stabile e profonda. La destra governa il paese, ma continua a muoversi dentro un immaginario simbolico che non ha prodotto autonomamente.

Il punto centrale non riguarda semplicemente la distribuzione del potere dentro università, editoria, televisione o istituzioni culturali. La questione è più profonda e riguarda il modo in cui si forma il senso comune. Alcune idee diventano nel tempo così pervasive da apparire naturali, quasi inevitabili. È questo il significato dell’egemonia nel pensiero di Antonio Gramsci: la capacità di trasformare una visione storicamente determinata del mondo in un orizzonte condiviso, interiorizzato come normalità collettiva.

In Italia questo processo è avvenuto soprattutto attraverso tradizioni culturali progressiste e di sinistra. Non perché la sinistra abbia esercitato un controllo assoluto della produzione culturale, ma perché ha saputo costruire nel lungo periodo un lessico interpretativo capace di incidere profondamente sul linguaggio pubblico. Concetti come diritti, emancipazione, pluralismo, inclusione, autodeterminazione e uguaglianza hanno attraversato scuola, università, cinema, giornalismo, letteratura e produzione artistica fino a diventare categorie diffuse della vita democratica.

La forza storica della sinistra italiana non è consistita soltanto nella rappresentanza politica o sociale, ma nella capacità di trasformare alcuni valori particolari in principi percepiti come universalmente legittimi. È questo il cuore dell’egemonia: non imporre semplicemente un’ideologia, ma rendere una visione del mondo il terreno implicito dentro cui si svolge il conflitto politico stesso.

La destra italiana, invece, è arrivata al governo senza essere riuscita a produrre un orizzonte culturale altrettanto organico. Anche quando si presenta come forza di rottura, continua spesso a utilizzare categorie elaborate altrove, limitandosi a invertirne il giudizio morale senza costruire una grammatica autonoma del pensiero. La sua subordinazione culturale non consiste quindi nell’adesione alla sinistra, ma nella difficoltà di pensarsi davvero fuori dal suo quadro interpretativo.

Questo limite emerge chiaramente nei temi centrali del discorso della destra contemporanea: famiglia, identità, sovranità, nazione. Si tratta di simboli politicamente efficaci, capaci di mobilitare consenso e appartenenza, ma raramente trasformati in strumenti teorici in grado di interpretare la complessità del presente.

La famiglia, ad esempio, viene evocata come presidio morale minacciato dalla modernità. Tuttavia il discorso resta spesso ancorato a una dimensione normativa o nostalgica, senza confrontarsi fino in fondo con le trasformazioni economiche e sociali che hanno modificato profondamente le relazioni familiari negli ultimi decenni. Precarizzazione del lavoro, individualizzazione delle biografie, mutamento dei ruoli di genere, nuove forme di affettività e ridefinizione dei legami collettivi hanno trasformato la struttura stessa della famiglia contemporanea. Ignorare questi processi significa ridurre la famiglia a un simbolo identitario incapace di interpretare il presente.

Lo stesso accade con la sovranità. La destra ne parla spesso come recupero di un potere perduto, contrapponendo il popolo alle élite globali e alle istituzioni sovranazionali. Tuttavia raramente questa rivendicazione si accompagna a una riflessione strutturale sul rapporto tra Stato nazionale, globalizzazione economica, mercati finanziari e integrazione europea. Nel mondo contemporaneo la sovranità non coincide più con l’autonomia piena degli Stati, ma si distribuisce dentro reti economiche, tecnologiche e giuridiche transnazionali. Senza confrontarsi con questa trasformazione, il richiamo alla sovranità rischia di restare soprattutto retorico.

Anche il tema dell’identità mostra una fragilità teorica significativa. Quando l’identità viene presentata come essenza immutabile da difendere, entra in conflitto non soltanto con il pensiero progressista, ma con larga parte della tradizione filosofica moderna, che interpreta invece l’identità come costruzione storica e relazione dinamica. La nazione stessa non è un dato naturale, ma una forma culturale continuamente ridefinita dal conflitto sociale, dalla memoria e dalle trasformazioni storiche.

Il problema fondamentale della destra italiana non è quindi l’assenza di consenso elettorale. La vera difficoltà consiste nel trasformare quel consenso in una visione del mondo capace di organizzare stabilmente la società. Qui emerge con forza la differenza storica rispetto alla sinistra italiana, che nel corso del Novecento ha costruito una rete relativamente stabile di produzione simbolica: università, case editrici, scuole, giornali, associazionismo, cinema, riviste culturali, ricerca accademica. Non si trattava di un blocco compatto o privo di conflitti, ma di un ecosistema culturale capace di autoriprodursi nel tempo e di trasmettere linguaggi condivisi tra generazioni diverse.

La destra non è mai riuscita a costruire una struttura altrettanto organica. Le sue tradizioni culturali sono rimaste spesso frammentarie, discontinue o subordinate alla dimensione immediatamente politica. In molti casi la cultura è stata considerata come conseguenza del potere e non come suo presupposto. È questa differenza storica che spiega gran parte della frustrazione presente oggi nel discorso pubblico della destra italiana.

La denuncia dell’egemonia culturale progressista contiene certamente elementi reali. Alcuni ambienti culturali italiani hanno sviluppato nel tempo orientamenti prevalentemente progressisti, soprattutto nei settori universitari, artistici e mediatici. Tuttavia trasformare questa constatazione in una spiegazione totale rischia di diventare un alibi. Attribuire ogni difficoltà a un monopolio culturale della sinistra evita infatti di affrontare il problema principale: l’assenza di una tradizione intellettuale di destra capace di confrontarsi con la modernità senza rifugiarsi nella nostalgia o nella polemica permanente.

È significativo che il riferimento a Gramsci sia diventato centrale anche nel discorso della destra contemporanea. La destra denuncia spesso una presunta egemonia gramsciana della sinistra, ma nel farlo riconosce implicitamente la forza teorica dell’avversario e continua a leggere il conflitto culturale attraverso categorie elaborate proprio da Gramsci. Il pensatore sardo viene spesso ridotto a teorico della conquista delle istituzioni culturali, quasi a stratega dell’occupazione ideologica. In realtà il suo pensiero insiste soprattutto sulla lunga durata, sulla sedimentazione lenta delle idee, sulla costruzione di un rapporto organico tra cultura e società. Per Gramsci, infatti, una classe dirigente diventa realmente egemone quando riesce a esercitare una funzione morale e intellettuale, trasformando interessi particolari in visione generale del mondo. L’egemonia non nasce dalla semplice occupazione delle istituzioni, ma dalla capacità di modificare progressivamente il senso comune.

È proprio questo passaggio che oggi manca alla destra italiana. Spesso il tentativo di costruire una cultura di destra assume la forma di operazioni dall’alto: nuove filiere editoriali, nuove reti mediatiche, nuove nomine istituzionali. Tuttavia, senza un lavoro lungo di sedimentazione sociale e culturale, questi tentativi rischiano di apparire artificiali. La cultura non si produce per decreto e l’autorevolezza simbolica non può essere nominata amministrativamente.

Qui emerge un ulteriore elemento decisivo: la crisi della figura tradizionale dell’intellettuale. Nel Novecento gli intellettuali svolgevano una funzione di mediazione tra società, politica e produzione simbolica. Oggi questa funzione appare profondamente trasformata. L’ecosistema digitale frammenta l’autorità culturale dentro flussi comunicativi continui dominati da piattaforme, influencer, algoritmi e contenuti brevi.

La crisi dell’egemonia riguarda quindi non soltanto la destra italiana, ma la trasformazione complessiva delle forme della politica contemporanea. Le grandi narrazioni ideologiche del Novecento si sono progressivamente indebolite e il conflitto pubblico tende sempre più a organizzarsi attorno a emozioni, percezioni e identità fluide piuttosto che a progetti storici coerenti. La politica contemporanea fatica a produrre futuro. Sempre più spesso gestisce l’immediatezza del consenso invece di costruire visioni storiche di lungo periodo. In questo scenario la destra appare particolarmente efficace sul terreno della mobilitazione emotiva, ma molto meno capace di trasformare questa forza comunicativa in una sintesi culturale stabile.

Questa trasformazione si lega anche al ruolo crescente del neoliberismo come forma di egemonia culturale. Il neoliberismo non è soltanto una teoria economica, ma un sistema di valori che ha modificato il modo in cui gli individui percepiscono se stessi e la società. Ha diffuso l’idea dell’individuo come imprenditore di sé, ha trasformato la competizione in principio morale e ha ridotto molte relazioni sociali a logiche di performance e produttività.

In questo quadro, tanto la destra quanto la sinistra operano dentro coordinate economiche e culturali che precedono entrambe. La destra contemporanea si trova così in una posizione ambigua: sul piano economico accetta molti presupposti neoliberali, mentre sul piano politico utilizza una retorica populista che denuncia globalizzazione, tecnocrazia ed élite. Le due logiche però non coincidono. Il neoliberismo frammenta il corpo sociale e dissolve i legami collettivi; il populismo richiama invece l’idea di un popolo unito da appartenenze comuni. Questa contraddizione viene spesso gestita soltanto sul piano retorico. Si criticano alcuni effetti della globalizzazione, ma raramente se ne mettono in discussione le strutture profonde. Anche per questo il discorso identitario contemporaneo assume spesso una forma nostalgica. Tuttavia la nostalgia non è soltanto una categoria politica. È una risposta culturale all’instabilità prodotta dalla modernità accelerata. In una società segnata da precarietà economica, frammentazione sociale e trasformazioni tecnologiche continue, il richiamo a identità stabili e comunità perdute funziona come risposta simbolica al senso diffuso di disorientamento.

La nostalgia diventa così una forma di compensazione culturale. Più il presente appare instabile e difficile da interpretare, più cresce il bisogno di riferimenti percepiti come solidi e continui. Il successo delle retoriche identitarie nasce anche da qui: dalla difficoltà delle società contemporanee di costruire nuovi orizzonti collettivi dentro un capitalismo sempre più individualizzato e frammentato. Ma è proprio qui che emerge il limite fondamentale della destra italiana. Il richiamo alla tradizione e all’identità può produrre mobilitazione emotiva, ma difficilmente diventa egemonia se non riesce a trasformarsi in interpretazione concreta della realtà contemporanea. Una categoria culturale diventa egemone soltanto quando riesce a spiegare il presente e non semplicemente a evocare il passato.

Dall’egemonia culturale all’egemonia algoritmica. La destra nell’epoca delle piattaforme

Se il Novecento è stato il secolo dei partiti di massa, delle scuole ideologiche e delle grandi organizzazioni collettive, il XXI secolo appare invece segnato dalla frammentazione della sfera pubblica e dalla trasformazione radicale dei luoghi in cui si forma il consenso. Le categorie elaborate da Antonio Gramsci restano ancora straordinariamente utili, ma devono essere ripensate dentro un ecosistema comunicativo profondamente diverso da quello in cui erano nate.

Nel mondo gramsciano l’egemonia si costruiva attraverso scuola, università, giornali, sindacati, partiti, letteratura e intellettuali organici. Oggi quelle istituzioni esistono ancora, ma non rappresentano più il centro esclusivo della produzione simbolica. Una parte decisiva della formazione del senso comune passa ormai attraverso piattaforme digitali, social network, cultura pop, influencer, contenuti virali e flussi comunicativi continui.

La trasformazione non riguarda soltanto i contenuti, ma le infrastrutture stesse della comunicazione. Le piattaforme digitali non sono strumenti neutri: organizzano attenzione, visibilità e relazioni sociali secondo logiche economiche precise. Gli algoritmi premiano ciò che genera interazione immediata, polarizzazione emotiva e permanenza online. In questo ambiente il consenso non si costruisce più principalmente attraverso sistemi teorici coerenti, ma tramite immagini, slogan, micro-narrazioni e contenuti rapidi. L’egemonia contemporanea tende così a diventare anche algoritmica e infrastrutturale. Il potere simbolico non dipende soltanto dalla produzione di idee, ma dalla capacità di organizzare i flussi dell’attenzione collettiva. La questione centrale non è più soltanto chi produca cultura, ma chi renda visibile il mondo.

In questo scenario la destra contemporanea non appare marginale. Al contrario, ha dimostrato una notevole capacità di utilizzare i codici della comunicazione digitale: linguaggi diretti, polarizzazione emotiva, costruzione di comunità identitarie, semplificazione narrativa, estetizzazione del conflitto politico. Sul piano della visibilità e della mobilitazione simbolica la destra occupa ormai spazi centrali.

Tuttavia la visibilità non coincide automaticamente con l’egemonia. La cultura algoritmica accelera la circolazione dei messaggi ma tende anche a renderli instabili, frammentari e rapidamente sostituibili. L’attenzione digitale è volatile per definizione. Le piattaforme favoriscono il conflitto permanente più che la costruzione lenta di un orizzonte culturale condiviso. Qui emerge la differenza tra mobilitazione comunicativa e direzione storica. La destra contemporanea appare molto efficace nella produzione di eventi simbolici e nella gestione della visibilità mediatica, ma meno capace di costruire un impianto teorico in grado di organizzare stabilmente il rapporto tra economia, società e cultura.

Allo stesso tempo anche la sinistra attraversa una crisi evidente. Pur mantenendo una forte presenza nei luoghi tradizionali della produzione culturale, fatica sempre più a costruire radicamento sociale e rappresentanza collettiva. La sua egemonia simbolica sopravvive spesso più sul piano del linguaggio e dei valori che su quello dell’organizzazione politica concreta. La crisi dell’egemonia contemporanea riguarda dunque entrambe le culture politiche, ma in forme differenti. La destra possiede oggi una notevole capacità di mobilitazione emotiva dentro l’ecosistema digitale, mentre la sinistra conserva una maggiore continuità teorica e una più solida tradizione intellettuale. Nessuna delle due, tuttavia, sembra riuscire pienamente a costruire un nuovo blocco storico capace di tenere insieme interessi sociali, trasformazioni economiche e visione del mondo.

Questo dipende anche dal fatto che il capitalismo contemporaneo non produce soltanto merci, ma identità. Oggi il consenso si costruisce sempre più attraverso pratiche di consumo, stili di vita, auto-rappresentazione e desideri individualizzati. Le piattaforme digitali trasformano gusti, emozioni e comportamenti in strumenti di organizzazione sociale. L’egemonia agisce meno come imposizione ideologica esplicita e più come produzione di normalità quotidiana.

In questo senso tanto la destra quanto la sinistra rischiano di apparire subordinate a un immaginario consumistico che precede la politica stessa. Le identità politiche diventano spesso forme estetiche di appartenenza più che strumenti di trasformazione collettiva. Anche il conflitto tende così a diventare performativo: un conflitto di immagini, simboli e percezioni più che di modelli alternativi di società.

La crisi dell’egemonia coincide allora con una crisi più ampia della capacità della politica di produrre futuro. Le grandi narrazioni ideologiche del Novecento si sono indebolite e il conflitto pubblico tende sempre più a organizzarsi attorno alla gestione delle emozioni e dell’attenzione immediata. In questo scenario la costruzione di una direzione morale e intellettuale stabile diventa estremamente difficile.

È qui che la lezione gramsciana conserva tutta la sua attualità. Gramsci mostra infatti che il potere politico privo di direzione culturale resta inevitabilmente fragile. Il consenso, per diventare stabile, deve radicarsi nelle abitudini, nei linguaggi, nella vita quotidiana e nella percezione comune della realtà.

Il governo Meloni rappresenta quindi il sintomo di una crisi dell’ordine precedente più che l’inizio di una nuova egemonia compiuta. La sua forza nasce dalla capacità di intercettare il disagio prodotto dalla globalizzazione, dalla precarizzazione sociale e dalla frammentazione culturale contemporanea. Tuttavia questo consenso non si è ancora trasformato in una sintesi stabile tra economia, istituzioni e visione del mondo.

La destra italiana continua così a oscillare tra amministrazione dell’esistente e retorica della rottura. Da un lato governa dentro coordinate economiche neoliberali che non mette realmente in discussione; dall’altro utilizza un linguaggio identitario e populista che promette protezione simbolica contro l’instabilità contemporanea. Ma senza una riflessione più profonda sulle trasformazioni del lavoro, del capitalismo digitale, delle disuguaglianze sociali e del potere tecnologico, questa forza rischia di restare prevalentemente comunicativa. La visibilità non basta a produrre egemonia. La vera questione aperta riguarda allora non soltanto la destra italiana, ma il destino stesso della politica nelle società contemporanee. In un mondo frammentato da piattaforme, algoritmi e individualizzazione estrema, costruire un nuovo senso comune appare molto più difficile che nel Novecento.

Ed è forse proprio questo il punto decisivo: non siamo semplicemente davanti alla crisi dell’egemonia progressista o all’ascesa di una nuova egemonia conservatrice, ma dentro una trasformazione più radicale delle forme della direzione culturale. La politica continua a cercare consenso, ma fatica sempre più a produrre visioni storiche capaci di durare nel tempo. La sinistra mantiene ancora una superiorità culturale proprio perché dispone di una tradizione teorica e simbolica più strutturata, capace di leggere la complessità della modernità senza ridurla a semplice nostalgia identitaria. Tuttavia anche questa egemonia appare oggi meno stabile, più frammentata e meno radicata socialmente rispetto al passato.

La destra, invece, ha saputo occupare con efficacia lo spazio emotivo e comunicativo della contemporaneità, ma non è ancora riuscita a trasformare questa presenza in una vera direzione morale e intellettuale. Finché non riuscirà a costruire una relazione più profonda tra identità, economia e trasformazioni sociali, il suo potere continuerà ad apparire come il prodotto di una crisi aperta più che come la fondazione di un nuovo ordine culturale.

Ed è proprio qui che il pensiero di Gramsci conserva ancora oggi la sua forza interpretativa: ricordare che il potere politico, senza una capacità di parlare al senso comune e di organizzare culturalmente la società, rischia sempre di restare privo di radici profonde, esposto alla volatilità del presente e incapace di trasformarsi davvero in storia.

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