Renzi e il garantismo a corrente alternata
Le garanzie dell’imputato e la responsabilità politica sono piani diversi. Da Gratteri a Borsellino, il paradosso di chi aspetta sempre una condanna.

ANSA
Scopro, ancora una volta, di essere un «giustizialista». A ricordarmelo, di recente, è stato Matteo Renzi, il quale, in varie interviste sui suoi rapporti col «campo largo» del centrosinistra, ci ha tenuto a precisare che, vista la mia adesione al movimento politico siciliano «Controcorrente» di Ismaele La Vardera, che oggi è anche Presidente nazionale di Progetto Civico Italia, entrambi dentro il «campo largo», potrà anche cambiare idea su molte cose, ma diventare giustizialista proprio no.
La sortita di Renzi – lo confesso – quando dice di non avere mai cambiato idea in materia, mi ha fatto sorridere. Perché il «garantista» Matteo Renzi è lo stesso che nel 2014, quando formò il suo governo, voleva come ministro della Giustizia Nicola Gratteri, sul cui nome insistette fino al confronto con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. È qui che sta il paradosso. Se basta essere un magistrato antimafia e sostenere posizioni rigorose sulla lotta alla criminalità organizzata, allora Renzi nel 2014 voleva consegnare il ministero della Giustizia a uno dei più noti «giustizialisti» d’Italia.
Evidentemente il giustizialismo, come certe malattie tropicali, per Renzi si prende soltanto a determinate latitudini politiche. Quando il pm antimafia lo propone lui come ministro, è un segnale di discontinuità. Quando invece un ex magistrato antimafia sostiene una posizione politica diversa dalla sua, diventa un giustizialista. È il miracolo italiano del garantismo a corrente alternata. Ma la questione sarebbe soltanto divertente se non nascondesse un problema molto più serio.
Da almeno trent’anni in Italia le parole «garantista» e «giustizialista» hanno progressivamente perso il loro significato originario per trasformarsi in armi della lotta politica. Il garantismo, che dovrebbe essere un principio universale, è diventato troppo spesso una categoria elastica: rigidissima quando sotto indagine ci siamo noi, i nostri amici o i nostri alleati; molto meno rigorosa quando l’indagine riguarda l’avversario. E, specularmente, l’accusa di giustizialismo viene utilizzata per delegittimare chiunque osi ricordare che la politica ha responsabilità proprie, diverse e più ampie di quelle accertate da un tribunale.
È questo gioco che non ho mai accettato. Se per giustizialista si intende chi pensa che un avviso di garanzia equivalga a una condanna, chi vorrebbe utilizzare i magistrati per eliminare gli avversari, chi considera le regole processuali un fastidioso ostacolo sulla strada verso la condanna, allora non sono giustizialista. E posso permettermi di dirlo non sulla base di una dichiarazione di principio, ma della mia storia professionale. Ad esempio, quando facevo il pubblico ministero a Palermo ho chiesto assoluzioni in processi di mafia quando ritenevo che la prova raggiunta nel dibattimento non fosse sufficiente. Nel 2000 chiesi l’assoluzione di Giuseppe Giammarinaro, ex parlamentare regionale democristiano accusato di associazione mafiosa. Non perché avessi improvvisamente cambiato opinione sul fenomeno mafioso o perché fossi diventato tenero nei confronti della politica siciliana, ma semplicemente perché, pur avendo le mie intime convinzioni sulle responsabilità dell’imputato, ritenevo che, sulla base delle prove che alla fine del processo erano state acquisite, non fosse possibile chiedere una condanna.
Questo, per me, è garantismo vero. La tutela del principio di non colpevolezza in aula finché non viene acquisita la prova di responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio. Non consiste, invece, nell’assolvere gli amici e condannare i nemici o nel gridare contro «le toghe» quando un’inchiesta tocca il proprio partito e nell’invocare le manette quando tocca quello degli altri. Il garantismo è molto più semplice e molto più difficile: significa applicare le stesse regole a tutti. Per questo, senza alcuna modestia di circostanza, posso dire di sentirmi più garantista di tanti sedicenti garantisti. Anche di Matteo Renzi. Perché il garantismo si misura quando davanti a te c’è qualcuno che non ti piace e che magari hai combattuto, qualcuno sul quale nutri dubbi profondi. È lì che devi sapere distinguere ciò che pensi da ciò che puoi provare.
Ma proprio perché sono garantista nel processo, rifiuto l’equivoco secondo il quale la politica dovrebbe trasformarsi in una gigantesca aula giudiziaria e attendere una sentenza definitiva prima di esprimere qualunque giudizio. Qui sta il punto sul quale il cosiddetto garantismo italiano mostra tutta la sua ipocrisia. La responsabilità penale e la responsabilità politica sono due cose ben diverse. Per essere condannati occorrono prove raccolte nel contraddittorio delle parti, per rappresentare le istituzioni, invece, dovrebbe essere necessario qualcosa di più della semplice assenza di una condanna penale, tanto meno definitiva.
Prendiamo proprio un caso che riguarda la storia politica del renzismo siciliano. Paolo Ruggirello nel 2018 fu candidato in Sicilia nelle liste del PD a guida renziana, e poi processato e definitivamente condannato a dodici anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Non sto sostenendo – sarebbe assurdo – che Matteo Renzi conoscesse fatti destinati a emergere successivamente nei processi. Dico una cosa completamente diversa: se la politica assume come unico criterio di selezione della propria classe dirigente il certificato penale, allora rinuncia a fare il proprio mestiere.
Ed è esattamente ciò che Paolo Borsellino spiegava già nel 1989. A Bassano del Grappa, parlando agli studenti, Borsellino fece una distinzione di straordinaria attualità: la magistratura deve verificare se esistono le prove per condannare una persona; la politica deve invece saper valutare anche fatti, frequentazioni e situazioni che possono non costituire reato ma rendere una persona inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. E ammoniva i partiti sulla necessità di «non soltanto essere onesti, ma apparire onesti». Altro che giustizialismo. Borsellino stava dicendo, invece, una cosa precisamente garantista: non chiedete alla magistratura di fare il lavoro che dovrebbe fare la politica. Non aspettate che arrivi una condanna penale per stabilire ciò che voi, sulla base della vostra responsabilità politica, dovreste essere capaci di stabilire prima.
È qui che negli ultimi trent’anni è avvenuto il grande rovesciamento. Buona parte della politica ha preteso di abolire di fatto la responsabilità politica, sostituendola con la responsabilità penale. Se non sei condannato definitivamente, e finché non sei condannato definitivamente, puoi fare tutto e di tutto: puoi candidarti, governare, dirigere un partito, occupare qualunque ruolo istituzionale. E chi osa sollevare una questione di opportunità politica viene immediatamente accusato di essere «giustizialista». Nient’altro che una comoda assicurazione sulla vita della classe dirigente, ma anche una gigantesca mistificazione. Invece la politica dovrebbe tornare finalmente ad assumersi la responsabilità di scegliere chi è degno di rappresentarla senza aspettare che glielo dica un tribunale.
Il problema italiano è stato proprio questo. Per decenni la politica ha accusato la magistratura di invadere il proprio campo, mentre contemporaneamente le delegava il compito di stabilire dove finisse la decenza politica. Prima si dice: «Decidano i giudici». Poi, quando i giudici decidono, si dice che sono giustizialisti. Un meccanismo perfetto, ma infernale. Ecco perché considero ormai sterile la contrapposizione fra garantismo e giustizialismo. Occorre equilibrio, rispetto dei ruoli e assunzioni di responsabilità: garantismo assoluto nel processo e rigore assoluto nella politica. Nel processo l’imputato deve avere tutte le garanzie. La prova spetta all’accusa, i sospetti non bastano. E quando la prova non c’è, anche il pubblico ministero deve avere il coraggio di chiedere l’assoluzione.
Ma la politica non può utilizzare la presunzione di non colpevolezza come una gigantesca autocertificazione di moralità. Essere non colpevoli penalmente ed essere politicamente affidabili non sono sinonimi. È quello che predicava invano Borsellino più di trent’anni fa. Ed è singolare che molti di coloro che ogni 19 luglio lo commemorano con parole solenni dimentichino puntualmente questa parte del suo pensiero il 20 luglio. Ricordare Borsellino morto è molto più semplice che prendere sul serio Borsellino vivo.
E allora torniamo a Renzi. Dice che non diventerà mai giustizialista. Ne sono lieto, ma dovremmo cominciare col metterci d’accordo sul significato della parola. Perché se essere giustizialisti significa violare le garanzie dell’imputato, o considerare colpevole qualcuno prima che le prove lo dimostrino, allora non lo sono e non lo sono mai stato, anzi sono un vero garantista, cosa che pratico quotidianamente nella mia attività di avvocato. Se invece significa pretendere che chi rappresenta le istituzioni abbia una credibilità politica e morale che non si esaurisce nell’assenza di condanne definitive, allora sì: sono giustizialista. Come lo era, in questa accezione, Paolo Borsellino.
Insomma, si tratta di raggiungere il giusto equilibrio in nome della giustizia, non del giustizialismo. E se Renzi considera tutto questo giustizialismo, rimane solo un piccolo problema da risolvere. Dovrebbe spiegarci perché, quando doveva scegliere il ministro della Giustizia del suo governo, pensò proprio a Nicola Gratteri. Ed una risposta forse c’è: forse perché, in fondo, anche il giustizialismo ha un suo fascino. Purché sia il proprio.
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