Quota 64, l’ennesimo spot sulle pensioni. I precari restano senza garanzie
La Lega rilancia una nuova uscita anticipata senza superare la Fornero. Mentre l’età pensionabile sale, resta irrisolto il nodo delle pensioni di giovani e precari.

ANSA
Immemori delle sfortunate puntate precedenti – di cui comunque sono stati demiurghi – i leghisti rilanciano la quarta “quota” in sette anni di politiche sulle pensioni. Il tutto mentre l’età pensionabile continua ad aumentare per la norma neoliberista dell’adeguamento all’aspettativa di vita.
Incapaci di mantenere la promessa elettorale di “cancellare la riforma Fornero”, Salvini e compagni cercano di non affondare definitivamente lanciando per la prossima legge di Bilancio la nuova “Quota 64”, trovando una apertura molto di maniera da parte di quello che dovrebbe essere un collega di partito: il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che in quattro anni di governo non ha concesso loro niente in campo previdenziale, peggiorando larghi tratti della riforma.
Dopo il flop di “Quota 100” e il sostanziale inutilizzo delle copie sbiadite seguenti – “Quota 102” e “Quota 103” – è ancora Claudio Durigon a intestarsi la nuova formula. Durante il primo governo Conte ambiva a mandare in pensione un milione di lavoratori in anticipo: ce ne sono andati poco più di un terzo, lasciando in eredità ai cultori dell’austerità la spesa record di quasi 9 miliardi, considerata “folle”. In questi anni anche lui si è adeguato ai crismi della dottrina liberale e oramai da un paio d’anno andava in giro per convegni sostenendo che bisognasse trovare una via alternativa per “rendere flessibile la riforma Fornero”.
Ha trovato la via più semplice copiando il meccanismo da “Opzione donna” – che fra l’altro il governo Meloni e Giorgetti hanno abolito, come l’Ape social – accettato obtorto collo dalle lavoratrici spesso per la necessità di prendersi cura dei propri genitori, allo stesso modo di come avevano fatto per i figli: Ti mando in pensione prima ma ti taglio l’assegno.
Si tratta infatti del cosiddetto ricalcolo contributivo applicato a chi invece aveva iniziato a lavorare “al tempo delle vacche grasse” – liberisti dixit - del metodo retributivo e dunque prima del 1996 e dell’entrata in vigore della riforma Dini.
Se per le donne il taglio imperituro della pensione era all’incirca del 30 per cento, la nuova proposta leghista dovrebbe limitarsi a un 10 per cento, utilizzando il Tfr (trattamento di fine rapporto) per ridurne l’impatto.
Si tratterebbe comunque di una nuova misura “spot” – triennale come fu “Quota 100” - che non cambia di una virgola la riforma Fornero e i suoi problemi di “sostenibilità sociale”, mai risolti da quel nefasto 5 dicembre 2011 quando le lacrime della ministra del governo Monti arrivarono pensando a sua madre e non alle centinaia di migliaia di esodate ed esodati che restarono da lì a poco senza salario e senza pensione.
Il problema di fondo della riforma Fornero è infatti la sua rigidità. Che cozza con i principi del modello contributivo che tanto la ministra ha sostenuto di apprezzare.
La ratio del sistema è semplice: io lavoratore colleziono contributi e posso decidere di andare in pensione quando voglio, sapendo in anticipo quale sarà il mio assegno. Se lo ritengo troppo basso, continuo a lavorare.
Anche la fatidica “quota 64” è già insita nella riforma, sebbene in pochi lo sappiano, preferendo il tipico intercalare: “Tanto noi in pensione non ci andremo mai”. Chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 – e dunque è pienamente nel sistema “contributivo” – potrà andare in pensione a 64 anni, anticipando la pensione di vecchiaia. A patto però di soddisfare due criteri: 20 anni minimi di contributi – per 12 mesi l’anno – e un assegno di pensione che sia almeno tre volte il cosiddetto “assegno sociale” pari a 1.638 euro lordi, valore aumentato dal governo Meloni rispetto all’iniziale rapporto fissato a 2,6 volte l’ex pensione minima.
Ecco dunque che la flessibilità del sistema è già intrappolata con la scusa – ipocrita – di voler evitare un livello di pensione basso. Che invece proprio la riforma Fornero regalerà a tutta la generazione di precari dagli anni novanta in avanti. È questa – e non il mandare in pensione persone che hanno condizioni economiche oggettivamente migliori – la vera emergenza del sistema previdenziale italiano. E per questo la priorità di una benedetta modifica (strutturale) della riforma Fornero dovrebbe essere la creazione di una pensione di garanza per giovani e precari. La proposta è ormai datata tanto quanto le litanie della Lega: la lanciò Michele Raitano ormai più di quindici anni fa. Coprire i buchi contributivi dei lavoratori precari con un calcolo previdenziale favorevole, garantendo dopo 35 anni di attività lavorativa discontinua un assegno dignitoso di 1.000 euro al mese.
Il grande vantaggio di questa proposta è quello di post porre la spesa pubblica necessaria a coprire i buchi previdenziali al momento in cui questi lavoratori avranno i requisiti: in gran parte dopo il 2040 e quindi dopo la gobba della spesa pensionistica italiana, già ridotta fortemente dai 15 anni di effetti della riforma Fornero: circa 300 miliardi di risparmi, fatti uscire dai conti previdenziali per ridurre copiosamente il debito pubblico dell’ex Belpaese.
L’altra grande stortura della riforma Fornero è di non prevedere alcuna distinzione fra le mansioni svolte dai lavoratori: criteri e limiti di età sono gli stessi per i minatori e i professori universitari, maestre d’asilo e segretarie mentre i paletti per i cosiddetti “lavori usuranti” sono sempre più stretti tanto da far uscire pochissimi lavoratori in anticipo sui 67 anni e oltre – in costante aumento verso “quota 70” – che servono per la pensione di vecchiaia.
Distinguere, differire, incentivare sono invece verbi molto usati dai sistemi degli altri paesi. E difatti nel resto d’Europa non muoiono sui ponteggi lavoratori 70enni costretti a rimanere nei cantieri per non avere una pensione da fame come sostentamento per la vecchiaia. Nel frattempo è ripartito il nefasto «adeguamento dell’età pensionabile alla aspettativa di vita», caposaldo introdotto da Tremonti e accelerato da Fornero. Se il principio può sembrare corretto – si vive di più, si deve lavorare di più – la sua traduzione neoliberista è folle: non si lavora tutta la vita e dunque l’aumento andrebbe reso proporzionale alla fase attiva di ogni persona. L’altra follia è questa: durante il Covid l’aspettativa di vita è scesa, ma per legge l’età pensionabile non può scendere. Passato il Covid, l’aspettativa di vita è tornata a salire ma ancora valeva una norma che ne bloccava l’adeguamento fino a fine 2026. Giorgetti ha deciso di farla ripartire dal 2025, dunque due anni prima. E ora la notizia dell’aumento di tre mesi certificato dalla Ragioneria generale e la prospettiva di andare in pensione a 67 anni e mezzo dal 2029 e a 70 anni dal 2037 sono sempre più reali.
Sempre in questi giorni, invece, per i giovani è arrivata un’altra proposta che è a metà fra il paternalismo previdenziale e il favore gigantesco ai fondi pensione. L’ha lanciata l’ineffabile presidente dell’Inps Gabriele Fava e prevede mille euro di conto previdenziale per ogni bambino nato. Innovando il classico “libretto di risparmi”, secondo lui questo è il modo per garantire le future pensioni. Si tratta di una misura chiaramente regressiva: versare soldi per i lavoratori di domani se lo possono permettere solo le famiglie ricche ed è chiaro che il “meccanismo a capitalizzazione” immaginato aprirà la strada alla concorrenza fra i fondi pensione che hanno già privatizzato la previdenza nostrana, sfruttando la debolezza del sistema pubblico.
C’è da scommettere poi su quale sarà la possibile copertura di Quota 64. Dal solito taglio alla perequazione – l’adeguamento parziale all’inflazione per gli assegni in vigore – dei pensionati. Gli stessi che se la vedono tagliare da anni e che hanno già fatto da ammortizzatore sociale a un’intera generazione di precari, venendo considerati dei “privilegiati” per il solo avere una pensione dignitosa. Lo scontro generazionale è il frutto velenoso dell’austerità mentre i ricchi continuano a godersela e chi ha evaso i contributi per una vita – una bella fetta degli artigiani – sopravvive con l’assegno sociale, puntualmente aumentato da emendamenti di Forza Italia a ogni legge di Bilancio. I loro “poveri” almeno sono aiutati. Mentre ai precari di oggi non pensa nessuno.
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