Quanto è affascinante l’Eneide senza classicismo

A Palermo debutta il nuovo “Racconti di mare” di Mimmo Cuticchio, una riscrittura dell’Eneide ricca di storia e libera dai luoghi comuni ideologici del classicismo.

Paolo RandazzoBattaglia delle Idee
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ALESSANDRO D'AMICO

Se non fosse un’immagine forse un po’ lisa, quella del caleidoscopio sarebbe veramente un’immagine perfetta per raccontare Racconti di mare, lo spettacolo itinerante e site specific di e con Mimmo Cuticchio che si è visto a Palermo, dal 3 al 5 luglio, nello spazio della Ex -Tonnara Florio e nel contesto della quarantatreesima edizione del Festival Macchina dei Sogni. Un caleidoscopio di colori e segni che esplodono in modo festoso e apparentemente disordinato per poi, di volta in volta, raccogliersi e ricomporsi in disegni e immagini di grande fascino.

Di che cosa si tratta materialmente? Si tratta di una riscrittura delle vicende di Enea, profugo ed emigrante da Troia, una riscrittura operata per mezzo di un linguaggio artistico composito e affascinante che attraversa l’uso dei pupi siciliani, la narrazione del “cunto” tradizionale siciliano, le musiche dal vivo e la danza. Una riscrittura che lascia andare serenamente la classica compostezza dell’epica virgiliana, per afferrare – letteralmente afferrare - il pubblico in un susseguirsi di vicende mitiche che, dalla fine della Guerra di Troia, col grande racconto del cavallo di legno, giungono fino alla definitiva sconfitta di Turno re dei Rutuli e ai primordi della gloriosa vicenda romana. Rendendo concreti questi elementi si tratta del cunto del grande Cuticchio e dei suoi meravigliosi Pupi (tra cui una bellissima e antica Didone di origine francese), dei pupari Giacomo Cuticchio, Tania Giordano, Giseppe Graffeo con l’aiutante di palcoscenico Heidi Mancino, della danzatrice Floriana Patti e del Gruppo storico Tataratà di Casteltermini (esecutori tradizionali di una antichissima, rituale e misteriosa danza guerriera) e, non da ultimo, si tratta delle musiche eseguite dal vivo dall’Ensemble di Giacomo Cuticchio.

Tutto giocoso, godibile, facilmente comprensibile ma poi basta scavare un po’ oltre la superficie colorata dell’Opera dei pupi, interrogarsi e provare a capire seriamente le ragioni della vitalità di questo teatro ed ecco che si scorgono le qualità di quest’arte così antica. Quali? Anzitutto un’autenticità popolare che lo pone al di fuori di qualsiasi abusato cliché folkloristico (e Dio solo sa quanto la cultura siciliana negli ultimi decenni della sua lunghissima storia sia stata traviata, travolta e deturpata da beceri clichés). Un’autenticità legata certo, primariamente, alla statura artistica e all’intelligenza teatrale di Cuticchio (puparo, attore, cantastorie, regista dotato d’ironia sorniona, di presenza scenica sapiente e di tempi perfetti), ma anche all’apporto degli altri artisti, tra i quali val la pena di ricordare ancora Tania Giordano (che è anche la storica e talentuosissima scenografa e costumista della compagnia) e Giacomo Cuticchio (per l’aspetto musicale).

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ALESSANDRO D'AMICO

Poi, trattandosi di una riscrittura delle vicende di Enea, appare evidente il rifiuto di qualsiasi stereotipo letterario più o meno stantìo, inutilmente assertivo e, d’altra parte, il tentativo di legare i miti e le leggende relative alla fondazione e alla storia di Roma a quello che è l’archetipo implicito nella storia di Enea: un profugo (medio-orientale o di qualsiasi Sud del mondo) che la violenza di una guerra ha ridotto in miseria, costretto a emigrare dalla sua terra d’origine verso un lido (occidentale o settentrionale) dove, dopo essersi dovuto difendere dalla violenza degli autoctoni, riprendere un percorso di civiltà che sia sicuro, fecondo e fortunato. Non c’è chi non veda quanto una vicenda del genere sia totalmente incistata in ogni epoca della storia del Mediterraneo e lo sia ovviamente nel presente degli eventi che stanno investendo, e verosimilmente continueranno a investire per decenni, il Medio-Oriente, l’Europa e il nostro mare.

Ma come sempre accade nell’arte non c’è solo l’osservazione e la ripresa di quanto accade nella realtà ma c’è, deve esserci, un sostanziale senso politico che in questo caso è chiaro ed anzi appare ancor più nitido e urgente oggi che il vecchio nazionalismo identitario sta provando di nuovo a dominare culturalmente il nostro Paese e l’Europa intera. Un senso politico che è espresso sul versante formale anche in un modo più intelligente, sottile ed efficace di quanto possa apparire dalla semplice storia di Enea. Ciò che sembra politicamente più efficace è infatti l’aver raccontato la vicenda dell’Eneide, in Italia e proprio in questo momento della storia italiana, escludendo dalla tavolozza dei colori (segni, simboli, suoni, rimandi, costumi, scene, scelte linguistiche) qualsiasi nuance politica che riporti la vicenda delle origini della nostra cultura a un identitarismo classico greco-latino (o meglio rozzamente neoclassico) e individuandone, al contrario, il carattere essenziale in una struttura di senso ab origine intrecciata con moltissimi fili culturali, riccamente composita e soprattutto iniziata, forse, con Enea ma dispiegatasi nella complessità dei millenni della storia mediterranea, delle sue genti, delle sue lingue e dei suoi racconti di mare.

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