Quando l'economia accelera attraverso la guerra

ANSA
Le crisi industriali non arrivano quasi mai con il fragore di un'esplosione; somigliano piuttosto al cedimento di una diga, dove le prime crepe vengono scambiate per semplice umidità finché la pressione non diventa insostenibile e il disastro è alle porte.
Oggi l’Europa osserva da vicino questo fenomeno. Le filiere che per decenni hanno rappresentato l’orgoglio produttivo del continente — dall’automotive alla siderurgia — mostrano segni di affaticamento sempre più evidenti. Non si tratta di una crisi improvvisa ma del conto salato di ciò che per troppo tempo abbiamo preferito non vedere: una dipendenza energetica strutturale, una transizione tecnologica incerta e l’ascesa industriale della Cina, osservata per anni con una certa sufficienza.
Quando l’economia rallenta e le certezze industriali iniziano a vacillare, si cerca inevitabilmente una leva per rimettere in moto il sistema. In Europa, quella leva sta diventando la spesa militare. Le nuove necessità di difesa, presentate principalmente come necessità strategica e di sicurezza, nascondono sotto le apparenze una dinamica più profonda: il tentativo di sostenere un’economia europea che fatica a ritrovare slancio.
A volte la storia suggerisce una verità scomoda: quando l’economia fatica a camminare, è la guerra a darle il passo. John Maynard Keynes non lo avrebbe probabilmente formulato in questi termini. La sua intuizione era molto diversa: quando l’economia rallenta e la domanda si contrae, lo Stato non può restare immobile. Deve intervenire, spendere, creare lavoro, rimettere in circolo il denaro. Nella visione di Keynes questa spesa aveva una funzione precisa: sostenere l’economia investendo nel suo futuro. Infrastrutture, istruzione, ricerca, modernizzazione produttiva. L’intervento statale ha dunque lo scopo non solo di creare occupazione nel presente ma anche di rafforzare la capacità economica nel lungo periodo.
La spesa militare è invece molto diversa. Genera certamente produzione industriale nel presente, ma non sempre costruisce il futuro. Se si limita alla produzione di armamenti convenzionali — carri armati, artiglieria, munizioni — l’effetto tende a esaurirsi nel breve periodo: si sostiene l’occupazione oggi, ma si sottraggono risorse a investimenti civili senza creare una base produttiva duratura. Il quadro cambia solo quando la spesa per la difesa si intreccia con l’innovazione. Tecnologie cyber, spazio, intelligenza artificiale e piattaforme dual-use possono produrre ricadute sull’intero sistema economico. In questi casi, la spesa militare diventa anche un laboratorio tecnologico, capace di generare innovazioni che poi migrano nel mercato civile.
La storia, tuttavia, invita sempre alla cautela.
Negli anni Trenta, per uscire definitivamente dalla crisi del 1929, la Germania cercò di riattivare la propria economia attraverso un vasto programma di riarmo guidato dal ministro dell’economia Hjalmar Schacht. Attraverso un ingegnoso sistema di finanziamento pubblico basato su cambiali garantite, lo Stato riuscì a sostenere una massiccia espansione industriale. Ma quella crescita aveva una fragilità strutturale. Non era fondata su un’espansione del mercato civile né su un progresso tecnologico diffuso ma era sostenuta quasi interamente dalla domanda pubblica per armamenti.
L’economia era stata effettivamente rimessa in moto, ma il suo motore si nutriva di cannoni e corazzate. Per continuare a funzionare, quel sistema aveva bisogno di una cosa sola: un conflitto capace di assorbire la produzione industriale. Senza di esso, la macchina economica avrebbe rischiato di fermarsi. È da questa dinamica che nasce il concetto di keynesismo militare: l’idea che la spesa per armamenti possa diventare una scorciatoia per stimolare l’economia quando altri motori della crescita si inceppano. Funziona, almeno nel breve periodo. Attiva catene produttive, riassorbe capacità industriale inutilizzata, sostiene l’occupazione. Ma porta con sé una contraddizione evidente: per giustificare e mantenere nel tempo una spesa militare elevata serve sempre un nemico, reale o presunto.
E attenzione a credere che questa scorciatoia tentatrice sia un'esclusiva dei regimi totalitari. La storia economica ci mette di fronte a una verità quasi inconfessabile, riassunta con cinismo dal Premio Nobel Paul Krugman: "La Grande Depressione negli Stati Uniti è stata interrotta da un massiccio programma di lavori pubblici finanziato in deficit, noto come Seconda Guerra Mondiale".
Con questa frase volutamente ad effetto, Krugman non fa certo l'apologia del conflitto, ma mette in luce un grande paradosso: il New Deal di Roosevelt aveva curato i sintomi della crisi, ma per convincere lo Stato a pompare nell'economia le cifre colossali — rigorosamente a debito — necessarie a far ripartire davvero le fabbriche e calmierare la disoccupazione ci volle l'alibi di un'emergenza globale. Solo lo spettro di una minaccia esistenziale rese politicamente accettabile un fiume di spesa pubblica che, in tempo di pace, i custodi del bilancio avrebbero considerato un'eresia contabile.
Oggi l’Europa si trova di fronte a questo paradosso.
Dopo la pandemia, il continente aveva riscoperto la forza della spesa pubblica con strumenti come il Next Generation EU, pensato per sostenere la transizione digitale e quella energetica. Poi la guerra è tornata nel cuore del continente e il baricentro si è spostato.
L’Europa si trova così davanti a un bivio. Da un lato, la tentazione di affidarsi alla spesa per armamenti come motore implicito della crescita. Dall’altro, la possibilità — più difficile ma anche più lungimirante — di costruire una politica industriale capace di legare innovazione, produttività e sicurezza economica. Perché la storia insegna una cosa con brutalità: l’economia può accelerare grazie alla guerra. Ma raramente ne esce migliore.