Quando la pace era politica

L’Italia, l’Europa e una tradizione repubblicana che non possiamo dimenticare

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ANSA

C’è stato un tempo nel quale parlare di pace non significava dover premettere una dichiarazione di innocenza. Non era necessario precisare immediatamente di non essere filosovietici, antiamericani, antioccidentali. Non bisognava dimostrare, prima ancora di cominciare a ragionare, di stare dalla parte giusta della storia.

La pace era politica. Lo era per i cattolici democratici, per i comunisti, per i socialisti. Lo era per una parte importante della cultura liberale. Lo era, in una forma profondamente diversa dal pacifismo, per i radicali. Non significava negare i conflitti o fingere che non esistessero aggressori e aggrediti. Significava considerare compito della politica impedire che i conflitti diventassero guerre e, quando le guerre erano cominciate, costruire le condizioni perché finissero.

In Italia questa cultura ebbe una forza particolare. Non per una qualche naturale vocazione degli italiani alla mediazione. La nostra storia basterebbe a smentirla. Ma perché la Repubblica nasce dalla catastrofe prodotta dal fascismo, dal nazionalismo e dalla guerra e sceglie quasi immediatamente una direzione opposta a quella che aveva condotto il Paese al disastro. L’Italia fascista aveva cercato la propria grandezza nella potenza nazionale, nell’espansione territoriale, nella guerra.

L’Italia repubblicana cerca progressivamente la propria forza nell’Occidente democratico, nella cooperazione internazionale e soprattutto nella costruzione europea. È una delle grandi cesure della nostra storia. Ed è forse proprio da qui che bisogna ripartire.

L’Europa come risposta alla guerra

La scelta occidentale di Alcide De Gasperi non fu scontata. L’Italia usciva sconfitta dalla guerra, materialmente distrutta, con una sovranità limitata dalle conseguenze del conflitto e attraversata da una divisione politica che rifletteva quella del mondo. De Gasperi sceglie l’Occidente. L’Italia entra nella NATO nel 1949. È tra i sei paesi che nel 1951 fondano la Comunità europea del carbone e dell’acciaio e nel 1957, con i Trattati di Roma, la Comunità economica europea.

Ma sarebbe riduttivo leggere quelle scelte soltanto come collocazione geopolitica. Dentro la costruzione europea c’è una risposta alla storia appena trascorsa. Francia, Germania, Italia e gli altri paesi fondatori cominciano a condividere parti della propria sovranità. Dopo secoli nei quali lo Stato nazionale aveva considerato quella sovranità indivisibile – le frontiere, la moneta, le armi, la guerra e la pace – l’Europa comincia a domandarsi se proprio l’assolutezza delle sovranità nazionali non abbia costituito parte del problema.

Ventotene viene prima. Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi avevano compreso, nel pieno della guerra e del fascismo, che non sarebbe bastato restaurare gli Stati nazionali democratici. Se l’Europa fosse tornata semplicemente a essere quella di prima, sarebbe rimasto intatto il meccanismo che aveva trasformato tante volte il conflitto fra interessi nazionali in guerra. Il federalismo europeo nasce anche da qui. Non come tecnica amministrativa. Come progetto di pace.

Questa origine non dovrebbe mai essere dimenticata. La costruzione europea non nasce principalmente per creare una moneta o un grande mercato. Nasce perché francesi e tedeschi non tornino a uccidersi, perché gli Stati che per secoli avevano misurato la propria grandezza attraverso la capacità di fare la guerra comincino a condividere gli strumenti con i quali la guerra si prepara.

Carbone e acciaio, prima ancora che merci, erano questo. Gli strumenti materiali della potenza.

Metterli in comune significava cominciare a togliere alla sovranità nazionale qualcosa della sua assolutezza.

L’Italia scopre il Mediterraneo

Ma l’Italia repubblicana sviluppa presto anche una propria specificità. È occidentale e atlantica, ma la sua geografia le impedisce di considerarsi semplicemente una propaggine meridionale dell’Europa continentale. C’è il Mediterraneo. Ci sono il Nord Africa e il Medio Oriente. C’è la decolonizzazione. Ci sono paesi che cercano una propria strada fra i due blocchi. Ci sono interessi energetici, naturalmente, ma anche la possibilità per un paese sconfitto nella guerra di recuperare un ruolo attraverso il dialogo invece che attraverso la potenza.

Gronchi e soprattutto Fanfani comprendono questa possibilità. E poi c’è Enrico Mattei (non il Mattei utilizzato in modo totalmente strumentale e senza un vero progetto politico dal governo Meloni). Mattei non è un ministro degli Esteri. È il presidente dell’ENI. Ma attraverso la politica energetica costruisce relazioni con i paesi produttori che finiscono inevitabilmente per diventare politica internazionale. Dialoga con il mondo arabo e con i nuovi Stati usciti dal colonialismo, propone rapporti economici differenti da quelli tradizionalmente imposti dalle grandi compagnie petrolifere occidentali. È politica economica. Ma è anche il tentativo di costruire uno spazio autonomo italiano nel Mediterraneo. Quella che talvolta verrà letta dagli alleati come ambiguità nasce anche qui: l’Italia è saldamente collocata in un campo e contemporaneamente cerca interlocutori oltre i confini politici di quel campo. Non è neutralismo. È politica estera.

Moro e la «pace nella sicurezza»

È dentro questa tradizione che matura la politica estera di Aldo Moro. Moro non inventa la vocazione mediterranea italiana. Ma raccoglie molte delle intuizioni precedenti e dà loro una forma politica particolarmente compiuta. L’Italia è occidentale. È nella NATO. È alleata degli Stati Uniti. È uno dei paesi fondatori della Comunità europea.

E proprio dentro questa collocazione cerca uno spazio autonomo. Moro usa una formula che ancora oggi sembra straordinaria: «pace nella sicurezza». Non è uno slogan costruito retrospettivamente. È la sua espressione.

Spiega che la politica estera italiana ha come obiettivo fondamentale «la ricerca della pace nella sicurezza» e indica gli strumenti attraverso i quali perseguirla: Nazioni Unite, solidarietà atlantica, integrazione europea, distensione fra Est e Ovest. Non pace contro sicurezza. Non sicurezza contro pace. Pace nella sicurezza.

La distinzione è fondamentale. L’alleanza e l’equilibrio militare garantiscono condizioni di sicurezza; ma quelle condizioni servono perché la politica possa fare il proprio mestiere: distensione, dialogo, negoziato, costruzione europea. La sicurezza non sostituisce la politica. Deve renderla possibile. E l’alleanza con gli Stati Uniti non significa rinunciare a una politica estera italiana.

Alleanza senza subordinazione. Moro non usò questa formula, ma nel 1969 espresse il concetto con parole persino più precise: «L’alleanza non è un’ipoteca sulla nostra indipendenza». Moro arriva a dire che l’Italia non ha «ambizioni» ma neppure «servilismi» e che proprio le garanzie dell’Alleanza atlantica devono costituire la base dalla quale sviluppare un dialogo più vasto. È difficile trovare una formulazione più limpida di quella particolare forma di atlantismo italiano.

La sicurezza è indivisibile

Nel luglio del 1973 Moro pronuncia alla Camera una frase che sembra scritta per il mondo nel quale viviamo oggi: «La sicurezza è indivisibile». E aggiunge che non si possono assicurare pace ed equilibrio in Europa senza garantirli anche nel Mediterraneo. È un’intuizione enorme. L’Europa non può essere un’isola di sicurezza circondata dall’instabilità. Non può pensare alla propria frontiera meridionale come a qualcosa di esterno.

Il Mediterraneo non è semplicemente il cortile di casa dell’Europa. È parte del problema europeo.

Moro insiste perché la questione mediterranea entri nel grande processo di distensione. E nel 1975 si arriva a Helsinki. Vale la pena ricordare cosa fosse Helsinki. Il mondo era diviso in due blocchi militari. Da una parte la NATO, dall’altra il Patto di Varsavia.

Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica disponevano di arsenali nucleari capaci di distruggere il pianeta. Eppure si negoziava. Trentacinque Stati riuscirono a concordare principi sulla sicurezza, sulla cooperazione, sui rapporti fra gli Stati e sui diritti umani. Moro firmò l’Atto finale in una doppia veste: rappresentante dell’Italia e presidente di turno del Consiglio delle Comunità europee. Lo disse esplicitamente nel suo intervento a Helsinki.

Vale la pena fermarsi su questo punto. Nel momento in cui la contrapposizione militare era molto più radicale di quella odierna, la politica non considerava il negoziato un cedimento al nemico. La deterrenza e il dialogo potevano convivere. La sicurezza e la pace non erano parole antagoniste.

Forse abbiamo dimenticato qualcosa.

Israele, Palestina e politica mediterranea

È dentro questa concezione che bisogna leggere anche la posizione italiana sul Medio Oriente. Moro ovviamente non mette in discussione il diritto di Israele a esistere in pace e sicurezza. Ma contemporaneamente riconosce la questione nazionale palestinese, sostiene il principio dell’inammissibilità delle acquisizioni territoriali ottenute con la forza e considera sicurezza europea e sicurezza mediterranea inseparabili. Nel 1974 sostiene inoltre l’avvio di un dialogo euro-arabo.

Non è equidistanza. È il tentativo di tenere insieme diritti che il conflitto sembra rendere incompatibili. Sicurezza di Israele. Diritti dei palestinesi. E soprattutto un principio che oggi sembra quasi rivoluzionario nella sua banalità: parlare con qualcuno non significa condividere le sue ragioni. La diplomazia esiste precisamente perché, prima o poi, bisogna parlare anche con il nemico.

Governare una società che non ti appartiene

C’è poi un altro Moro, apparentemente lontano dalla politica internazionale, che credo ci aiuti a comprendere la stessa cultura politica. La Democrazia Cristiana non governò l’Italia per decenni perché riuscì a renderla democristiana. Governò anche perché comprese di dover dirigere una società che democristiana interamente non sarebbe mai stata. C’erano i comunisti. I socialisti. I repubblicani, i liberali, i socialdemocratici. E lo stesso mondo cattolico era attraversato da differenze profonde.

La centralità non coincideva con l’autosufficienza. Moro lo comprese forse meglio di chiunque altro. Il centrosinistra, l’apertura ai socialisti, poi il confronto con il PCI appartengono anche alla convinzione che grandi culture politiche e sociali non possano essere semplicemente espulse dal luogo nel quale si costruisce la democrazia.

Nel 1977, rivolgendosi ai comunisti, Moro pronunciò parole straordinarie: «Quello che voi siete, noi abbiamo contribuito a farvi essere e quello che noi siamo, voi avete contribuito a farci essere». Non sta dicendo che DC e PCI siano diventati la stessa cosa. Sta dicendo qualcosa di molto più profondo: trent’anni di democrazia hanno trasformato entrambi attraverso il confronto reciproco.

Una cultura politica forte non deve necessariamente annientare le altre per esercitare la propria funzione. Può modificarle ed esserne modificata. La politica serve a governare il pluralismo, non a cancellarlo. E forse politica interna e politica internazionale rispondono, ancora una volta, a un metodo simile. Pluralismo senza disgregazione. Alleanza senza subordinazione. Non bisogna essere uguali per costruire qualcosa insieme.

Berlinguer sceglie di stare «di qua»

Da una storia completamente diversa arriva Enrico Berlinguer. Nel giugno del 1976, intervistato da Giampaolo Pansa, il segretario del più grande partito comunista dell’Occidente dice di sentirsi più sicuro «stando di qua». Di qua significa l’Occidente. E significa anche la NATO.

Bisogna ricordare quando lo dice. L’Unione Sovietica esiste. Il Patto di Varsavia esiste. I carri armati sovietici sono entrati a Praga appena otto anni prima. Il mondo è realmente diviso in due blocchi. Ma il passaggio completo è ancora più interessante della formula diventata famosa. Berlinguer sostiene che il PCI non mette in discussione il Patto Atlantico e contemporaneamente rivendica al suo interno il diritto dell’Italia di decidere autonomamente il proprio destino.

Ancora una volta: appartenenza e autonomia.

Berlinguer non diventa un atlantista ortodosso. Riconosce che la collocazione occidentale dell’Italia garantisce uno spazio di libertà politica che dall’altra parte della cortina non esiste. Ma non accetta che stare nell’Occidente significhi rinunciare all’autonomia. È la stagione dell’eurocomunismo.

Ed è anche il periodo nel quale il PCI modifica profondamente il proprio rapporto con la costruzione europea. Moro e Berlinguer restano uomini diversissimi. Non voglio costruire retrospettivamente una dottrina comune che non esistette. Ma finiscono per incontrarsi su qualcosa di essenziale: stare da una parte non significa smettere di pensare con la propria testa.

Parole che oggi farebbero scandalo

Questa peculiarità attraversa culture differenti. Sandro Pertini, Giulio Andreotti e Bettino Craxi non rappresentano tre varianti della stessa politica. Eppure sulla questione palestinese pronunciarono parole che oggi provocherebbero probabilmente polemiche violentissime.

Nel messaggio agli italiani del 31 dicembre 1983 Pertini parla della diaspora palestinese e afferma:

«I palestinesi hanno diritto sacrosanto ad una patria ed a una terra». Non solo. Parlando di Sabra e Chatila, utilizza parole durissime nei confronti delle responsabilità israeliane. Pertini. Il partigiano. L’antifascista. L’uomo che aveva conosciuto carcere e confino.

Oggi probabilmente qualcuno riuscirebbe ad accusare persino lui di antisemitismo.

Andreotti sviluppò per anni una linea altrettanto chiara, pur con il linguaggio e la prudenza propri della diplomazia democristiana: sicurezza ed esistenza di Israele da una parte, riconoscimento politico dei palestinesi dall’altra. La sua formula è particolarmente efficace: la sicurezza di Israele è per l’Italia «sacra», ma con lo stesso impegno bisogna operare perché i palestinesi raggiungano una legittima sistemazione politica. E la sua azione diplomatica punta progressivamente al reciproco riconoscimento fra Israele e OLP. Nel 1988, parlando dell’Intifada alla Camera, Andreotti definisce la rivolta nei territori occupati espressione di una coscienza nazionale palestinese che non può più essere soffocata e giudica severamente repressioni, espulsioni e demolizioni di abitazioni nei territori occupati.

Poi c’è Craxi. Il 6 novembre 1985, alla Camera, il presidente del Consiglio distingue esplicitamente terrorismo e lotta di liberazione nazionale. Contesta all’OLP la scelta della lotta armata perché la considera politicamente inutile, un vicolo cieco destinato a produrre vittime innocenti senza risolvere la questione palestinese. Ma aggiunge qualcosa che oggi provocherebbe una tempesta politica. Richiamando Mazzini e il Risorgimento, afferma che negare a un movimento che voglia liberare il proprio paese da un’occupazione straniera la legittimità del ricorso alle armi significherebbe andare «contro le leggi della storia».

Si può dissentire. Si può dissentire anche profondamente. Ma non si può cancellare il contesto politico nel quale quelle parole vengono pronunciate. Pertini, Andreotti, Craxi non erano nemici di Israele, e ancora più certamente non erano antisemiti (solo pensarlo sarebbe ridicolo). L’Italia non era diventata antioccidentale. Era saldamente collocata nell’Occidente. E continuava ad avere una politica mediterranea propria.

Sigonella: alleati, non subordinati

Poche settimane prima del discorso di Craxi era accaduto qualcosa che rappresenta plasticamente questa concezione. Sigonella. La vicenda dell’Achille Lauro, l’assassinio di Leon Klinghoffer, l’intercettazione americana dell’aereo egiziano che trasporta i sequestratori, l’atterraggio nella base siciliana. Per alcune ore militari italiani e americani si trovano armati gli uni davanti agli altri. Craxi non è diventato antiamericano. L’Italia non cambia campo. Non esce dalla NATO.

Sostiene semplicemente che essere alleati non significa rinunciare alla propria sovranità e all’applicazione delle proprie leggi sul proprio territorio. E lo stesso Craxi, parlando alla Camera poche settimane dopo, ribadisce che stare dentro le alleanze comporta diritti e doveri, ma anche «reciproco rispetto» e salvaguardia della «reciproca dignità». Sigonella diventerà un “mito” politico e, come tutti i miti, verrà anche semplificato. Ma conserva un significato. Un paese può essere alleato degli Stati Uniti e dire no agli Stati Uniti. Alleanza senza subordinazione.

Dopo il Muro: uno strano paradosso italiano

Poi il mondo cambia. Nel 1989 cade il Muro di Berlino. Due anni dopo scompare l’Unione Sovietica. La NATO rimane. L’integrazione europea accelera: Maastricht, cittadinanza europea, moneta unica, Schengen. Le frontiere interne cominciano quasi a scomparire dalla vita quotidiana di milioni di europei. E qui emerge un paradosso sul quale credo dovremmo riflettere.

Quando l’Italia era strategicamente molto più dipendente dagli Stati Uniti – perché davanti aveva l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia – riusciva spesso a esprimere una politica estera più autonoma. Quando quella dipendenza diminuisce, l’autonomia politica non aumenta necessariamente.

Naturalmente non si possono ridurre trentacinque anni di storia a una formula. Ci sono la fine dei grandi partiti della Prima Repubblica, Tangentopoli, la trasformazione del sistema politico, le guerre nei Balcani, l’11 settembre, l’Afghanistan, l’Iraq, la globalizzazione.

Ma qualcosa accade. L’Europa costruisce una moneta. Costruisce un mercato. Abolisce molte frontiere. Costruisce istituzioni comuni. Non completa il passaggio decisivo verso una sovranità politica. E senza sovranità politica non esiste una vera politica estera comune. È qui che il federalismo torna a essere una questione del presente.

Nonviolenza non significa pacifismo

Ed è su questo punto che devo far entrare anche la mia storia politica. La mia formazione è radicale e pannelliana. Marco Pannella fu fortemente filoamericano, profondamente europeista e federalista, legatissimo a Israele. Ed era nonviolento, non era pacifista: sono due cose molto diverse. La nonviolenza pannelliana non consiste nel rifiuto dell’uso della forza da parte degli Stati o delle istituzioni internazionali, quando questo avvenga nel quadro del diritto internazionale. È una forma radicale del conflitto politico: disobbedienza civile, sciopero della fame e della sete, diritto, istituzioni internazionali, responsabilità individuale contro la Ragion di Stato.

Per questo mi convince poco il Pannella trasformato dopo la morte in un santino sul quale ciascuno incolla gli slogan che preferisce. Filoamericano, quindi sempre con Washington. Amico di Israele, quindi con qualunque governo israeliano. Nemico di Putin, quindi contro chiunque pronunci la parola negoziato. E, almeno per come l’ho conosciuto io, molto poco pannelliano. Pannella non usava le proprie convinzioni per smettere di ragionare. Le usava per cominciare a farlo.

Una Costituzione per israeliani e palestinesi

Proprio Israele e Palestina offrono un esempio straordinario. E qui possiamo essere molto precisi, perché le parole di Pannella sono documentate. Il 27 luglio 2014, durante la sua conversazione settimanale a Radio Radicale, Pannella dice esplicitamente: «Non sono per i due Stati, ma per un’unica costituzione democratica che unisca le due comunità in un unico Stato».

Nella stessa conversazione parla della «responsabilità storica di Netanyahu».

Questo, per me, è un passaggio fondamentale. Perché dimostra quanto sia povera la riduzione postuma di Pannella a una serie di slogan. Pannella era amico di Israele. Proprio per questo non riteneva di dover aderire automaticamente alla politica del suo governo.

Ed era federalista. Per questo, quando la formula «due popoli, due Stati» gli appariva sempre meno aderente alla realtà prodotta dagli insediamenti, provava a immaginare qualcosa di diverso. Una Costituzione comune. Due comunità dentro uno spazio politico condiviso. Si può considerare quella soluzione realistica o utopistica. Ma è certamente un ragionamento politico. E soprattutto è federalismo applicato a uno dei conflitti nazionali apparentemente più insolubili del pianeta.

Non voglio arruolare Pannella post mortem contro l’attuale governo israeliano. I morti non devono essere utilizzati nelle battaglie dei vivi. Ma Netanyahu era già Netanyahu. Pannella vedeva già un problema. Oggi non so cosa direbbe di Gaza, della Cisgiordania, delle violenze dei coloni, delle componenti nazional-religiose e messianiche della destra israeliana. E diffido di chi sostiene di saperlo.

Posso però provare ad applicare un metodo. Diritto contro Ragion di Stato. Federalismo contro nazionalismo. Nonviolenza contro il culto della forza. Democrazia contro ogni pulsione autoritaria.

Non conosco le risposte che darebbe Pannella. Conosco però le domande che la sua storia continua a obbligarmi a fare.

Israele non è Netanyahu

Israele ha diritto a esistere. Ha diritto alla sicurezza. Il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023 non può essere relativizzato o giustificato. Ma nessuna di queste affermazioni obbliga a identificare Israele con Benjamin Netanyahu. Anzi. Proprio chi considera essenziale l’esistenza e la sicurezza dello Stato di Israele dovrebbe poter giudicare severamente un governo quando ritiene che le sue scelte ne compromettano il futuro democratico e la possibilità di vivere in pace con i palestinesi. Allo stesso modo, riconoscere ai palestinesi il diritto alla libertà e all’autodeterminazione non significa concedere nulla al terrorismo di Hamas. Ancora una volta, il compito della politica è rifiutare la semplificazione

L’Europa incompiuta

Ed eccoci al presente. Putin ha riportato una guerra di aggressione su vasta scala nel continente europeo. Donald Trump ha reso ancora più evidente quanto possa essere fragile un’Europa che affida una parte decisiva della propria sicurezza a un alleato i cui interessi non necessariamente coincidono con i propri. Netanyahu mostra quanto sia pericoloso confondere l’amicizia verso un paese con l’acquiescenza verso il suo governo.

E l’Europa? L’Europa sanziona. Finanzia. Invia armi. Approva documenti. Ma troppo spesso fatica a produrre un’iniziativa politica autonoma. Una vera politica estera europea richiederebbe sovranità europea. Una vera difesa europea richiederebbe decisioni europee. Una capacità europea di negoziare richiederebbe qualcuno che possa negoziare a nome dell’Europa. Ventisette politiche estere non fanno automaticamente una politica estera. Ventisette eserciti non fanno automaticamente una difesa comune. Il federalismo, allora, non appartiene ai convegni sulla storia dell’integrazione. È una questione drammaticamente contemporanea.

Ceuta: quando una crisi diventa un pretesto

A volte una grande questione diventa visibile attraverso un episodio apparentemente periferico.

È accaduto questa estate con Ceuta. L’enorme afflusso di migranti nell’enclave spagnola in Marocco è stato un fatto drammatico, certamente non spontaneo. Un vero attacco politico alla Spagna di Sánchez, dietro il quale è difficile non interrogarsi sull’esistenza di una regia. Decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine in pochissimo tempo e ci sono state decine di vittime.

La decisione del governo Meloni di reagire ripristinando temporaneamente i controlli Schengen nei confronti di chi arrivava dalla Spagna rappresenta un atto grave, che punta chiaramente e esplicitamente a indebolire l’Europa: un’operazione essenzialmente politica, nella quale Ceuta è diventata il pretesto per rimettere in scena la frontiera nazionale come risposta a un problema europeo.

La sproporzione è evidente. Ceuta è in Africa. Italia e Spagna non condividono una frontiera terrestre. E i controlli decisi dall’Italia hanno riguardato gli arrivi aerei e marittimi dalla Spagna, con verifiche sui cittadini extracomunitari. Il governo li ha giustificati con ragioni di “sicurezza nazionale”. Formalmente è una misura prevista dalle regole europee in determinate circostanze, ma politicamente il giudizio deve essere chiaro: una crisi che riguardava una frontiera esterna dell’Unione è stata trasformata in una ragione per ripristinare controlli fra due paesi dell’Unione. Una scelta largamente strumentale.

Una crisi alla frontiera esterna avrebbe dovuto produrre una domanda europea: come aiutiamo la Spagna a governare una frontiera che è anche frontiera dell’Europa (cosa peraltro avvenuta a favore dell’Italia da parte dell’Europa, Spagna in primis, quando è stata l’Italia a essere oggetto di sbarchi massicci in pochi giorni)? La risposta italiana è stata invece nazionale: facciamo ricomparire una frontiera dentro l’Europa. E la conseguenza è stata quasi didascalica.

La Spagna ha reagito introducendo a sua volta controlli temporanei sugli arrivi dall’Italia. A una frontiera risponde un’altra frontiera. È precisamente il meccanismo che settant’anni di integrazione europea hanno cercato di spezzare. Schengen non è soltanto un accordo tecnico. È uno dei luoghi nei quali l’Europa è diventata vita quotidiana. Milioni di persone hanno imparato ad attraversare senza quasi accorgersene confini per i quali, poche generazioni prima, gli europei avevano combattuto e si erano uccisi.

Utilizzare una crisi alla frontiera africana dell’Europa per far ricomparire una frontiera interna significa percorrere politicamente la strada opposta a quella del federalismo. È la differenza fra due culture. Quella federalista considera una crisi comune una ragione per costruire maggiore sovranità europea. Quella sovranista la utilizza per recuperare sovranità nazionale.

Il ritorno del sovranismo, cento anni dopo

La storia non si ripete. E le analogie automatiche con il fascismo, oltre a essere spesso storicamente sbagliate, finiscono per impedirci di comprendere il presente. Giorgia Meloni non è Mussolini. L’Italia del 2026 non è quella del 1922. Ma proprio perché non abbiamo bisogno di caricature possiamo riconoscere un conflitto reale fra culture politiche. Il fascismo rappresentò la forma estrema di una concezione nazionalista: sovranità assoluta dello Stato, potenza nazionale, espansione territoriale, gerarchia, guerra. La Repubblica nasce dalla sconfitta di quella concezione. E una delle risposte che costruisce è precisamente l’Europa. Per questo il sovranismo va considerato qualcosa di più di una possibile variante dell’europeismo. Quando l’interesse nazionale viene concepito come recupero di sovranità rispetto alle istituzioni comuni, quando la frontiera torna a essere uno strumento politico, quando l’Europa viene immaginata soprattutto come accordo fra governi nazionali, la direzione di marcia cambia.

L’Italia che contribuì a fondare la Comunità europea scelse di condividere sovranità. Il sovranismo tende a recuperarla. E il paradosso è impressionante. Putin ragiona in termini di potenza e sfere d’influenza. Trump rivendica apertamente la centralità dell’interesse nazionale americano. Nel mondo tornano rapporti di forza che pensavamo appartenessero a un’altra stagione. E l’Europa dovrebbe rispondere tornando anch’essa alle nazioni? Chiunque si ritenga autenticamente progressista ed europeista (non per forza di sinistra, non per forza socialista) non può che pensare esattamente il contrario. Nel momento in cui il mondo vive sotto la pressione di pulsioni brutalmente nazionaliste, l’Europa non può salvarsi diventando più nazionalista. Deve diventare più europea.

Chi lavora perché la guerra finisca?

È dentro questo quadro che si deve guardare anche all’Ucraina. La Russia è l’aggressore. L’Ucraina è il paese aggredito. Non esiste alcuna ragione per attenuare questo giudizio. Ma una volta stabilito chi ha aggredito chi rimane una domanda: come finisce la guerra?

Non è una domanda putiniana. È una domanda politica. Giuseppe Conte, a mio giudizio, intercetta oggi con particolare efficacia una domanda presente in una parte consistente della società italiana:

chi sta lavorando perché le guerre finiscano? Questo non significa che Conte abbia necessariamente le risposte giuste. La storia del Movimento 5 Stelle contiene ambiguità, anche nei rapporti con la Russia, che non devono essere cancellate.

Ma definire putinismo qualsiasi insistenza sul negoziato significa evitare di discutere il problema. Conte non è l’erede di Moro. Non è l’erede di Berlinguer. E certamente non è l’erede di Pannella.

Sarebbe storicamente insensato sostenerlo. Ma la domanda che oggi intercetta non è affatto estranea alla storia politica italiana che abbiamo attraversato.

Forse è proprio questo il punto. La pace non appartiene a Conte. Conte intercetta politicamente una domanda di pace che esiste prima di lui e che ha radici molto più profonde del Movimento 5 Stelle.

La centralità non è autosufficienza

Da questa storia discende anche una considerazione più contingente, sulla quale non vorrei dilungarmi. Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra non hanno la stessa cultura. Non hanno la stessa posizione sulla politica internazionale. E non serve fingere che l’abbiano.

Ma una coalizione non è un partito. La DC di Moro esercitò la propria centralità in una società plurale senza pretendere di cancellarne il pluralismo. E quelle parole del 1977 rivolte ai comunisti –

noi abbiamo contribuito a farvi essere ciò che siete e voi avete contribuito a farci essere ciò che siamo – contengono una concezione della politica che va molto oltre quella stagione.

La centralità non coincide con l’autosufficienza. Un PD forte non dovrebbe temere la pluralità della coalizione. Dovrebbe essere precisamente la sua forza a consentirgli di governarla. Per questo trovo politicamente miope la logica dei veti preventivi contro Conte che continua a manifestarsi in una parte dell’area centrista e liberale, in particolare da Carlo Calenda a Luigi Marattin (come sono miopi certi veti nei confronti di Renzi che ogni tanto sembrano emergere a sinistra).

Si può dissentire da Conte. Anche profondamente. Ma un veto è un’altra cosa. La storia non autorizza analogie facili. Ma una cultura liberale dovrebbe conoscere meglio di altre il rischio di considerare prioritario il conflitto con le altre componenti del campo democratico mentre crescono nazionalismi e pulsioni autoritarie.

Un secolo fa una parte della classe dirigente liberale italiana pensò di poter utilizzare e normalizzare il fascismo. Non fu certo la sola causa della fine dello Stato liberale. Ma fu uno dei suoi errori più tragici. Oggi non siamo nel 1922. Proprio per questo possiamo imparare qualcosa dal 1922 senza fingere che la storia si stia ripetendo.

E se fosse Conte?

Non so chi sarà il candidato del centrosinistra alla presidenza del Consiglio. E non credo che sia questa la questione da risolvere adesso. Prima vengono una coalizione, un programma, una visione dell’Italia e soprattutto dell’Europa. E se, al termine di quel percorso, il candidato fosse Giuseppe Conte, non ci vedrei nulla di strano.

È stato due volte presidente del Consiglio. Ha guidato il Paese durante la fase più difficile della pandemia. Guida una forza che rappresenta una componente importante dell’elettorato dell’alternativa.

Il PD è il maggiore partito di quel campo. E proprio per questo dovrebbe poter esercitare la propria funzione dirigente senza considerare necessariamente la candidatura a Palazzo Chigi una proprietà del partito. Un grande partito può dimostrare la propria centralità anche costruendo le condizioni perché l’intera coalizione scelga la personalità più adatta a rappresentarla. Ma non andrei oltre.

Perché il problema oggi non è chi debba entrare a Palazzo Chigi. Il problema è che cosa quella coalizione vuole fare dell’Italia in Europa.

Tornare alla pace come politica

L’Italia di Moro non era neutrale. Era occidentale. Era atlantica. E cercava la pace. Berlinguer scelse di stare «di qua» e rivendicò autonomia. Pertini parlava del diritto sacrosanto dei palestinesi a una patria. Andreotti considerava sacra la sicurezza di Israele e contemporaneamente lavorava al riconoscimento dei diritti politici palestinesi. Craxi era alleato degli Stati Uniti e a Sigonella disse no agli Stati Uniti. Pannella era filoamericano e filoisraeliano, ma non esitò a criticare duramente l’amministrazione americana di Bush junior quando Usa e Gran Bretagna invasero l’Iraq, e arrivò a parlare della responsabilità storica di Netanyahu e a cercare nel federalismo una soluzione nuova per israeliani e palestinesi.

Sono storie diverse. Non voglio trasfrmarle artificialmente in un’unica tradizione. Ma qualcosa le attraversa. La convinzione che l’alleanza non sostituisca la politica. Che la sicurezza sia indispensabile ma non costituisca il fine ultimo della politica internazionale. Che parlare con il nemico non significhi diventare suo alleato. Che negoziare non significhi arrendersi. Che la pace non sia una parola ingenua.

E soprattutto che l’Europa possa diventare un soggetto politico soltanto superando progressivamente l’assolutezza delle sovranità nazionali. Forse è questo il terreno sul quale culture politiche diverse possono incontrarsi ancora oggi. Non diventando uguali. Non cancellando le differenze sull’Ucraina, su Gaza, sulla NATO, sulle armi. Ma riconoscendo un interesse più grande delle proprie identità.

Un’Europa capace di essere soggetto politico. Abbastanza forte da difendersi e abbastanza autonoma da negoziare. Alleata degli Stati Uniti senza esserne subordinata. Capace di sostenere l’Ucraina e contemporaneamente di lavorare perché la guerra finisca. Capace di difendere l’esistenza di Israele e di opporsi alle scelte di Netanyahu quando violano il diritto e rendono più lontana la pace. Capace di riconoscere ai palestinesi libertà, dignità e autodeterminazione senza concedere nulla al terrorismo di Hamas. Un’Europa nella quale le frontiere continuino a perdere importanza invece di tornare a essere strumenti della politica.

È questo, a mio parere, uno dei terreni sui quali si misura anche la costruzione dell’alternativa italiana alla destra. Non basta stare insieme per battere Giorgia Meloni. Bisogna sapere perché la si vuole battere. E per chi considera la costruzione europea una delle conquiste fondamentali dell’Italia repubblicana, una ragione esiste. L’Italia fascista cercò la propria grandezza nella potenza nazionale. L’Italia repubblicana scelse di cercare la propria forza nella costruzione europea. Non invertiamo quella direzione. Perché la pace non è il premio che arriva quando la politica ha terminato il proprio lavoro. La pace è uno dei lavori della politica, ed è un pilastro dell’identità europea nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale. Le nostre radici sono lì.

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