Quando la cura diventa una questione sociale

La tragedia di Pietralata interroga il welfare: nessuna famiglia può essere lasciata sola davanti alla malattia, alla fragilità e al rischio di impoverimento.

Antonella MelitoApprofondimenti
La tragedia di Pietralata

ANSA

La tragedia di Pietralata ci consegna una storia che non può essere letta soltanto attraverso la cronaca nera. Una famiglia, una bambina gravemente malata, anni di cure, viaggi alla ricerca di terapie, risorse economiche progressivamente consumate. Secondo quanto ricostruito, Luca e Valentina avevano dato fondo alle proprie disponibilità per curare la figlia Bianca: tre viaggi in Messico e circa 200 mila euro spesi nell’arco di un anno. La famiglia era anche seguita dai servizi sociali del quarto Municipio.

Sono numeri che fanno impressione. Ma dietro quei numeri c’è una domanda che forse riguarda tutti noi: quanto può sopportare una famiglia prima che il peso della cura diventi insostenibile?

Non sappiamo ancora tutto ciò che ha portato alla tragedia di Pietralata. Saranno le indagini a ricostruirlo. E proprio per questo sarebbe sbagliato trasformare una vicenda così drammatica in una spiegazione politica troppo semplice. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fermarsi alla dimensione privata.

Perché quando una famiglia affronta per anni la malattia di una figlia, non affronta soltanto una prova affettiva. Affronta costi, burocrazia, viaggi, assenze dal lavoro, ricerca di specialisti, terapie, attese. Affronta la paura e, spesso, una progressiva riduzione della propria rete sociale. La malattia di una persona può diventare la vulnerabilità economica di un’intera famiglia.

Ed è qui che la politica deve interrogarsi. Non per promettere l’impossibile. Nessun servizio pubblico può garantire che una tragedia non accada. E non sarebbe serio suggerire che una maggiore disponibilità di risorse avrebbe necessariamente impedito quella di Pietralata.

Ma una società può scegliere una cosa fondamentale: quanto del peso della cura lasciare sulle spalle delle singole famiglie. È una scelta profondamente politica.

Per una cultura progressista, il welfare non può essere considerato semplicemente una rete di emergenza per chi è già caduto. Deve essere un’infrastruttura che accompagna le persone lungo tutto il percorso della fragilità.

Questo significa sanità pubblica accessibile, assistenza domiciliare, sostegno psicologico, servizi sociali territoriali, politiche per la disabilità, sostegno ai caregiver, politiche abitative e strumenti economici capaci di impedire che una malattia trasformi una famiglia in una famiglia povera.

E significa anche riconoscere una cosa che noi amministratori locali tocchiamo con mano ogni giorno: i Comuni sono spesso il luogo nel quale le fragilità arrivano per prime, ma non sempre sono il luogo nel quale si concentrano le risorse necessarie per affrontarle.

A Roma i servizi sociali municipali incontrano quotidianamente persone e famiglie che chiedono aiuto quando una difficoltà economica, una malattia, una disabilità o una crisi familiare diventano troppo grandi da sostenere da soli. Gli operatori fanno un lavoro prezioso. Ma non possiamo chiedere loro di colmare ogni vuoto del welfare con risorse che non sono infinite. E non possiamo nemmeno scaricare sui Comuni responsabilità che appartengono ad altri livelli istituzionali.

La sanità è soprattutto una responsabilità regionale e nazionale. Il sistema di protezione sociale è costruito su competenze diverse. Il Comune può fare molto — e deve continuare a farlo — ma non può essere l’ultimo argine di fronte a ogni forma di fragilità sociale.

Questo dovrebbe tornare a essere uno dei grandi temi della sinistra. Perché negli ultimi decenni abbiamo progressivamente trasformato problemi collettivi in responsabilità individuali.

Se una famiglia non riesce a sostenere una cura, cerca una soluzione privata. Se un genitore deve assistere un figlio malato, riduce il lavoro. Se una persona anziana non è autosufficiente, interviene la famiglia. Se una persona attraversa una crisi psicologica, spesso sono i suoi affetti a dover costruire da soli una risposta.

Ma fino a che punto possiamo continuare a chiamare tutto questo “privato”? La cura è privata soltanto quando tutto funziona. Quando una famiglia ha risorse economiche, tempo, relazioni, informazioni e possibilità di scegliere. Quando queste risorse vengono meno, la cura diventa immediatamente una questione sociale.

Ed è precisamente lì che deve esserci la politica. Non una politica che pretende di sostituirsi alle famiglie. Al contrario: una politica che impedisce alle famiglie di essere lasciate sole.

Forse dovremmo ripartire da qui anche quando parliamo di sicurezza. Perché la sicurezza non è soltanto quella che arriva attraverso il controllo del territorio, le telecamere o le forze dell’ordine. Esiste una sicurezza sociale che significa sapere che, quando la vita precipita, esiste una comunità pubblica pronta a sostenerti.

Una città è sicura anche quando una persona fragile sa a chi rivolgersi. Quando un genitore non deve diventare contemporaneamente medico, assistente sociale, psicologo, amministratore e fundraiser per poter curare il proprio figlio. Quando la malattia non significa automaticamente impoverimento. Quando chiedere aiuto non è una sconfitta, ma l’esercizio di un diritto.

Per questo la tragedia di Pietralata, pur nella sua irriducibile dimensione privata, dovrebbe interrogarci come comunità. Non chiediamoci soltanto che cosa non abbia funzionato in quella casa. Chiediamoci anche quanto deve essere forte una rete pubblica perché nessuna famiglia debba sentirsi sola davanti a una prova più grande delle proprie forze.

Questa non è una domanda che può essere risolta soltanto a Roma. Ma Roma può e deve essere parte della risposta. Continuando a rafforzare i servizi di prossimità, chiedendo più risorse per il welfare territoriale, mettendo in rete servizi sociali, sanità, Municipi, scuole e associazioni. E soprattutto rivendicando, a tutti i livelli istituzionali, che investire nella cura non è una spesa accessoria: è una delle forme più concrete di giustizia sociale.

Perché una società si misura anche da questo. Da quanto riesce a condividere il peso di chi, da solo, quel peso non può più sostenerlo.

E forse la domanda più politica che questa tragedia ci lascia non è soltanto come sia potuto accadere. È: Quanto siamo disposti, come comunità, a fare perché nessuna famiglia debba arrivare al limite delle proprie forze prima di sentirsi davvero sostenuta?

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati