Quando il vicino diventa straniero

Con Stranieri morali, Milena Santerini esplora le guerre culturali, la polarizzazione digitale e la possibilità di riconoscersi in una comune umanità.

Antonio SalvatiBattaglia delle IdeeCULTURA
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Continuiamo a essere interrogati profondamente dalle differenze culturali tra i vari popoli. In passato, fu la conquista (e non la “scoperta” come si suol dire) delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo e delle sue navi al servizio del re di Spagna a porre a confronto il Vecchio e il Nuovo Mondo. Gli europei scoprirono allora che esistevano altre popolazioni, diverse da loro. Nacque da questo shock il confronto tra l’Occidente e gli “altri” che ancora oggi ci segna, e l’idea stessa dell’unità dell’Europa trovava un senso e una vocazione, ora di dominio, ora di servizio. In genere l’impatto con la diversità culturale, con l’Altro, traccia solitamente nuovi confini e permette di capire meglio se stessi. Tuttavia, vien da chiedersi, sappiamo veramente cosa distingue una cultura da un’altra?

Viviamo in un tempo contrassegnato dal risentimento — come direbbe Luigi Zoja — in cui i populismi si scagliano contro la “vecchia” politica unendo gruppi e «aggregando non i loro sentimenti ma i loro risentimenti». Formulare obiettivi comuni diviene difficile, «più facile è opporsi insieme a qualcuno». Aumentano conseguentemente conflitti etici e culturali (non solo etnici), ossia “guerre culturali” che non sono solo fuori dalle società, ma le attraversano al loro interno. Si tratta di cosiddetti conflitti a bassa intensità — scrive Milena Santerini, pedagogista dell’Università Cattolica e fondatrice del Centro sulle Relazioni Interculturali, nel suo volume Stranieri morali. Guerra e pace tra le culture (Bollati Boringhieri, 2025) — che «erodono la solidarietà delle comunità e facilitano la violenza, soprattutto in un momento in cui il ritorno dei nazionalismi e dei populismi, con la loro critica alla democrazia rappresentativa, costituisce un elemento di logoramento relativamente nuovo e potenzialmente molto pericoloso nell’Europa del XXI secolo».

In società che hanno normalizzato le guerre tra nazioni e gli “scontri di civiltà” si diffondono conflitti etici e culturali, “culture wars”, che non vengono da lontano, «ma nascono tra vicini: idee diverse su vita, sesso, educazione e diritti che mettono alla prova la tenuta delle democrazie e la possibilità di restare una comunità morale». In altri termini, ci eravamo abituati a dare rilievo alle spaccature tra immigrati e abitanti autoctoni di un Paese, alle guerre tra nazioni diverse, sottovalutando gli scontri culturali sui temi della vita quotidiana dentro gli stessi ambiti di vita.

Verrebbe da chiedersi se non è superfluo ed effimero occuparsi di guerre culturali di fronte al dolore dell’Ucraina e di Gaza. Ma — osserva Santerini — comprendere le origini e le radici dell’avversione, cambiare la visione dell’altro da nemico a persona, fare i conti con le proprie tradizioni e con un diverso sguardo sulle varie situazioni contribuisce a disarmare le coscienze, che a loro volta armano gli eserciti. Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra, ripete spesso papa Leone. Una comunicazione disarmata e disarmante — afferma significativamente il papa — ci permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana.

L’espressione “stranieri morali” nasce nell’ambito della bioetica. Ma Santerini la utilizza in un senso più ampio, sottolineando che di fronte all’estraneità, «possiamo provare a fare qualcosa che viene “prima”: rileggere le diversità culturali come caratteristiche che ci riguardano, e che possiamo riconoscere come nostre anche in chi sembra molto lontano». E non rassegnarci a diventare sempre più stranieri morali gli uni agli altri pur essendo della stessa famiglia, società, Paese. Le democrazie da tempo si sono infragilite. Non muoiono soltanto per colpi di Stato, ma soprattutto per l’azione lenta di una divisione tra i cittadini, che toglie fiducia al voler vivere insieme e agli strumenti democratici che servono per realizzarlo. In molte democrazie occidentali la polarizzazione politica e culturale si è acutizzata negli ultimi anni, con governi che «giocano sull’odio e la contrapposizione tra cittadini e “stranieri”, tra partiti, tra “popolo” ed élite. (...). La frammentazione dei gruppi e l’isolamento in comunità autoreferenziali sembrano aumentare la solidarietà interna, ma in realtà indeboliscono anche gli aggregati sociali».

Evidentemente le piattaforme digitali amplificano le polarizzazioni. L’ecosistema digitale sta cambiando le nostre esistenze, spingendoci spesso a parteggiare per il “nostro” gruppo contro il “loro” (si pensi alla rapidità del click, alle bolle in cui siamo rinchiusi, all’anonimato dei messaggi). Oggi ognuno, manifestando le proprie considerazioni tramite internet, si sente un leader nella sua piccola o grande tribù. Non si tratta di alimentare la tecnofobia, ma di considerare i danni dei social network, gestiti da grandi capitali che ci manipolano, «su cui occorre lanciare l’allarme, sulla base degli oggettivi cambiamenti che investono soprattutto le nuove generazioni». Ma non è solo colpa di internet, direbbe Santerini.

In tempo d’infodemia, accediamo a un enorme quantitativo di fonti del sapere rispetto al passato. Tali nozioni, informazioni, conoscenze sono ora accessibili anche in forma mobile e quindi individuale attraverso computer, cellulari e altri dispositivi. La comunicazione e l’apprendimento digitali (a differenza della modalità “analogica” che abbiamo sperimentato noi boomer) risultano essere, per le nuove generazioni, una sorta di sapere esteso, senza scarto o discontinuità tra la dimensione del reale e il virtuale.

Tuttavia, l’accessibilità non basta se ci si ferma alla conoscenza come pura azione che avviene: quanti sono — si chiede Santerini — «interessati a ricercare il senso, il significato di ciò che vedono, leggono, apprendono? Chi sta guidando le nostre scelte verso un orientamento o un’informazione piuttosto che un’altra? Il tema della distinzione vero-falso, al di là di facili sofismi, diventa cruciale. Non si tratta di speculazioni filosofiche, ma del rischio di perdere la coscienza della fattualità delle cose, degli oggetti, delle immagini, delle idee. Una foto può essere ritoccata all’infinito, vengono alterati i video di eventi storici, si manipolano i discorsi dei politici per ingannare il pubblico».

La falsificazione diventa uno stile, un “genere letterario”, dato che si chiede di dipingere un quadro alla maniera di Caravaggio, o un testo al modo di Proust. Post di personaggi influenti potrebbero essere usati per provocare disordini e incitare alla violenza di tipo razzista, come ha fatto Elon Musk su X a proposito di un terribile attentato in Gran Bretagna. Insomma, la diffusione di contenuti falsi può aumentare divisioni e tensioni all’interno della società. La diretta conseguenza di questa proliferazione di contenuti apparentemente autentici può aumentare la difficoltà di distinguere il vero dal falso, erodere la fiducia nei media e amplificare quella cultura del sospetto in cui già viviamo e che apre le porte a una mentalità cospiratoria e complottista.

Per Santerini il problema non è se siamo o no stranieri morali, «ma se vogliamo o meno restare una comunità morale, e se abbiamo interesse a farne parte». Jürgen Habermas affermò che «senza l’emozione dei sentimenti morali di obbligazione e colpa, rimprovero e perdono, senza la libertà del rispetto morale, senza la felicità dell’aiuto solidale e lo sconforto del fallimento morale, senza la gentilezza di un procedimento incivilito nel trattamento di conflitti e contrasti, noi dovremmo sentire come insopportabile questo universo abitato dagli uomini».

Abbiamo bisogno di affrontare conflitti e contrasti senza paura, convinti che quella tale mentalità, quel convincimento, quella certa posizione sulle questioni etiche che riguardano la vita, la morte, la violenza, il sesso, l’educazione, gli stranieri — tutti elementi considerati come irriducibili — «sono in realtà nient’altro che i tratti di una comune umanità. Le storie personali, i contesti sociali ed economici, le tradizioni e le mentalità collettive, le spinte della politica possono dividere, ma in realtà quelle differenze/somiglianze sono espressioni della stessa paura della sofferenza e della morte e dello stesso desiderio di vita».

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