Quando il cinema racconta il presente meglio della realtà
Da Trono di Spade all’ultimo film di Nanni Moretti all’horror di Paolo Strippoli (L’estranea): come leggere la politica in controluce nel cinema. Qualche istruzione per l’uso

ARCHIVIO RINASCITA
John Lanchester, scrittore e critico britannico, in un pezzo del 2013 sulla London Review of Book (When did you get hooked?, Vol 35. No. 7 – 11 april 2013), fa un’analisi non banale dello straordinario successo delle opere letterarie di George R.R. Martin e del successo ancor più noto della serie da queste opere ispirate: Il trono di spade. Come ha fatto, una serie in costume fantasy che immagina in un mondo inesistente (come in tutte le opere fantasy), Westeros, un cruento e interminabile conflitto tra casate diverse, di impostazione feudale, ispirato al suo autore dalla Guerra delle due rose, ad appassionare spettatori di tutto il mondo, per 8 stagioni? In sintesi. Innanzitutto la capacità di agganciare il pubblico (“hooked”: è nel titolo del pezzo di Lachester) di cui è dotata la formidabile drammaturgia che non può non aver colpito chiunque abbia amato entrambi (i libri e la serie). La narrazione provvede ad accumulare attenzione, concentrazione ed empatia intorno ad uno dei pretendenti al ruolo di protagonista (e di vincitore del conflitto) solo fino ad un attimo prima che vengano soppressi senza preavviso e quasi sempre violentemente. Trono di spade, dice Lanchester, è una potente epica la cui persuasività ribatte continuamente su un tratto fondante della realtà: l’instabilità. E c’è qualcosa che anima in eguale misura il mondo contemporaneo che l’instabilità economica, geopolitica e di istituzioni, come la democrazia americana, che fino a una decina d’anni fa avremmo date come inattaccabili?
L’altra sorprendente allusione metaforica che sembra riguardarci, è evidente nel mantra che accompagna tutte e 8 le stagioni sin dal primo episodio: “L’inverno sta arrivando”. Nel mondo di Trono di Spade, infatti, le stagioni hanno una durata imprevedibile e nel momento dell’inizio del racconto quel mondo sta vivendo la fine di una estate durata anni mentre si annuncia un inverno la cui durata può essere altrettanto lunga e indeterminata. C’è una metafora più efficace per descrivere lo stato d’animo di tutte quelle generazioni che in questo momento stanno vivendo, in diretta, una mutazione del clima (indotta dall’uomo o causata da ciclicità geologiche: o forse da entrambi) le cui estensioni nel tempo travalicano ogni ragionevole durata di una esistenza, modificando senza reversibilità condizioni che credevamo invece immutabili?
Io credo che il successo di Trono di Spade, oltre alla innovazione sorprendente della sua drammaturgia, per certi rivoluzionaria e totalmente antitelevisiva in senso tradizionale (sedurre il pubblico con un personaggio e farlo fuori all’apice della sua imminente affermazione in un drammatico conflitto: sfido chiunque a non essere rimasto bloccato con il telecomando in mano alla scoperta del complotto che vede Robb Stark, la madre, reggente, la moglie incinta e tutti i suoi uomini truci dati in una carneficina, durante un banchetto, a tradimento, dai padroni di casa), io credo che la forza dei romanzi e della serie risieda nel virtuosismo dell’intreccio epico che doma una complicata e rigogliosa matassa di linee narrative diverse, negli ottimi dialoghi e nel realismo sanguinoso - se si può parlare di realismo in un fantasy - che alterna fosco sadismo e toccante romanticismo, in una sorta di musica remota quasi scespiriana e che configura un fantasy agli antipodi di quella, per esempio, di Tolkien (che Martin, infatti, chiama “disneyana”). Voglio dire: alla base di questo successo, c’è un talento letterario e narrativo non comune (e, per quanto riguarda la serie, una qualità produttiva altamente cinematografica: per certi versi perfezionata nelle serie spin off di House of the Dragon), ma il punto che ci interessa qui, e sul quale abbiamo iniziato a ragionare già dalla prima puntata di questa rubrica, è il modo in cui uno storytelling ambientato nella irrealtà più assoluta (è la premessa stessa del genere della fantasy) possa parlare di noi con una incisività ed una profondità maggiore di un tg: e come sia per certi versi proprio questo a determinare la base del suo successo. Al cinema, ma non solo, la natura obliqua del senso di qualcosa sembra avere una porta d’accesso privilegiato a ciò che chiamiamo inconscio: il quale si aggira sotto il pelo della coscienza come uno squalo in attesa di una parola non ancora detta, di un discorso, di un racconto, che dia voce alla sua ansia, alle sue paure ma anche ai suoi desideri.
Due esempi, sintetici, lontani anni luce, che riguardano il cinema italiano.
L’accoglienza critica all’ultimo film di Nanni Moretti, presentato a Venezia, Succederà questa notte, ha conosciuto diverse voci che hanno criticato il regista di Palombella rossa (il suo ultimo film presentato al Lido: più di 36 anni prima) per aver, come dire, "abbandonato la lotta" e la sua ricerca della integrità etica di un cinema militante. In realtà il film di Moretti va invece letto come una sfida importante, altrettanto ambiziosa della critica all’esistente, in nome di costumi, società, politiche, del tutto diverse, carrateristica dei suoi film. Qual è questa sfida? Si può riassumere in una domanda. I due protagonisti, Luis Garrel e Jasmine Trinca vivono la loro relazione con una gioia, un godimento ed un divertimento che toccano lo spettatore. La vera sfida del film è: è possibile oggi, davvero, filmare la felicità, in un presente in cui le tensioni geopolitiche, le minacce belliche lontane e ai nostri confini, le crisi ambientali e climatiche, costituiscono delle obiezioni apparente mente insuperabili alla nostra ricerca di felicità? L’euforia sentimentale, la positività come partito preso, la rappresentazione simbolica di questa avventura amorosa, grazie alla stilizzazione gestuale e ritmica di danze e canzoni, è il modo in cui quel cinema ci invita a raccogliere questa sfida, ci addita comportamenti diversi e trasformazioni necessarie. La forza del film è quella di indicare, con la pura materia del linguaggio del cinema, un mondo diverso con la stessa liberatoria energia dei girotondi e del movimento di cui Moretti fu creatore e animatore per diverse stagioni. Da questo punto di vista è qualcosa che, nei suoi effetti, somiglia molto da vicino ad un atto politico. Ancor più evidentemente politico è il contrasto tra l’Europa che esce fuori dalle più recenti consultazioni politiche, in cui la rabbia, l’esasperazione, il nazionalismo sembrano ormai scuotere l’Unità Europea dalla fondamenta e l’aria che si respira in questo film che ha set in Scandinavia, in Spagna ed in una Roma colta e soave, piena di luce e di persone per bene: c’è una idea di Europa che chiunque la abiti può sentire propria. E’ una idea politica: tanto è vero che il film è stato attaccato da destra proprio da coloro che vi hanno visto la proiezione delle elite benestanti contro le quali come è noto esiste un movimento vasto e disomogeneo che abbraccia sia le fasce socialmente più imili che la borghesia impoverita. Ma nessuno dei personaggi appartiene a delle elite di potere o abita posizioni economicamente tali (si tratta di insegnanti di liceo, architetti, pensionati, attori): del resto, l’amore, è una delle poche cose che non può essere monopolio di alcuna elite.
In L’estranea di Paolo Strippoli, invece, l’horror scuote dalla fondamenta uno dei tabù più profondi della cultura italiana. L’unità della famiglia. Cosa succede se il demonio propone ad una madre (Jasmine Trinca) un baratto atroce: salvare la gamba della figlia maciullata da un mastino in cambio di una maledizione che rovinerà per sempre la vita dell’altro figlio maschio, suo fratello? Questa famiglia arricchita, dove ognuno ha segreti inconfessabili e dove l’opulenza e il sogno dello show business sono gli unici valori inconfessabili, è un simulacro spietato ma rivelatore di cui le unioni civili, i matrimoni omosessuali, le famiglie allargate, il poliamore, hanno corroso le fondamenta e l’esclusività giuridica, biologica e culturale. Dietro le sembianze di un cinema di smalto internazionale e colta manipolazione della paura che ricorda, soprattutto all’inizio e alla fine l’horror sinfonico di Dario Argento, fa capolino ancora lei, la politica, una idea innovativa e diversa di disegnare i nuclei che compongono la totalità sociale. Che questo film finisca per parlare di qualcosa di più importante del suo robusto mestiere di genere deve essere sembrato anche alla commissione di esperti che proprio da poco l’ha designato a rappresentare l’Italia nella shortlist degli International Feature Film candidabili all’oscar.
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