Quando c'era l'Unità

Un libro corale racconta quasi quarant’anni de l’Unità: un giornale-comunità che ha attraversato la storia italiana tra politica, cronaca e cultura.

Bruno GravagnuoloBattaglia delle Idee
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ARCHIVIO RINASCITA

Deve esserci stata una intuizione davvero prodigiosa nel fondatore de l’Unità quel 12 febbraio 1924. Quando Antonio Gramsci, nel pensarlo quel giornale, evitò' di farne un mero giornale di partito, bensì un quotidiano degli operai e dei contadini. Un quotidiano vero, e più moderno di ogni altro giornale politico e non solo. Con dentro cinema, teatro, letteratura, costume. E cronaca. Con gerarchie certo, ma mescolato e vario. Malgrado i tempi fossero quelli del regime fascista incipiente, e del legame con il Komintern.

Ecco, quella cifra giornalistica rimase sempre ne l'Unità in quasi 100 anni di storia, 93 per l'esattezza se consideriamo la chiusura definitiva del 2017 che pone fine ad una storia imponente. Quella di un giornale bandiera di una comunità politica confluita 10 anni prima nel Pd. E di quella storia torna ora a parlarci un libro singolare e persino emozionante a far data dai tardi anni 70 dei secolo scorso, fino agli anni di Furio Colombo,  imprevedibile direttore radicale che rilancio' il giornale nel solco della tradizione e della lotta a Berlusconi. Un vero e proprio caso editoriale. Il libro nato da una idea di Strisciarossa e di Pietro Spataro, si chiama "Quando c'era l'Unita" (La storia vista dal giornale di Antonio Gramsci, pp. 375, Euro 19, ordinabile on Line o dal sito di Striscia). Con prefazione  di Luca Bottura. E racconta quasi 40 anni di storia giornalistica non solo de l'Unità ma del paese, narrata dai protagonisti  di quelle redazioni de l'Unità, che hanno fatto scuola e nutrito tutte le redazioni dei giornali italiani, inclusi i cosiddetti giornaloni quotidiani.

L'idea di base è stata semplice ed efficace. Ciascuno di quei redattori incluso chi scrive — mi si perdonerà il conflitto di interessi — è stato chiamato a raccontare la sua "giornata particolare" lì dentro. Sul filo dei ricordi. Come cronista di sé e di tutti gli altri, nel vivo della battaglia quotidiana e nazionale, per farlo uscire quel giornale il giorno dopo. Ne vien fuori una testimonianza collettiva scritta e quasi orale di un vero flusso esistenziale e politico. Dove ciascuno esprimeva a botta calda il suo talento individuale e la sua responsabilità, nel cuore di eventi anche drammatici dentro la storia italiana e internazionale. E con decisioni da prendere sia nella fattura che nei titoli, o nei taglio di un pezzo da scrivere.

Scorrono così alla moviola cose piccole e grandi, personaggi particolari ed eventi. Aneddoti e scontri duri, destini singoli e vicende globali. Dagli anni di piombo alle guerre, alla drammatica svolta del 1989 che coglie D'Alema direttore in barca con Federico Geremicca al largo del Circeo, senza che si potesse definire titolo e spazio per il fulmine della Bolognina, trasmesso a Roma da Walter Dondi da Bologna: «Occhetto: il Pci cambierà nome? Tutto  è possibile». Cosi finì,  a centro pagina e ripresa a pag. 8, quella  giornata particolare davvero indecifrabile. Una miniera di resoconti e avventure dal di dentro. Con le cronache di Vasile sull'assassinio di Pio La Torre, la tragedia di Guido Rossa a firma Alberto Leiss, la morte di Berlinguer e i funerali,  il Natta che non crede al decano Giorgio Frasca Polara, che gli comunica di Via Fani pensando a uno scherzo, e di scherzi se ne facevano li, dai finti premi a tizio e caio alle finte denunce ai poveri cronisti in erba. Magari costruite su finte Ansa. E poi  il dramma degli attentati a Roma nei ’90, con il giornale smontato e rifatto di notte come una barca inutile, con i redattori accorsi da ogni dove, per rimetterla in mare con nuove vele l'indomani. E ancora, le stupende testimonianze di Sergio Sergi ritornato dalle ferie a Mosca per il golpe nell'agosto 1991 e li restato per raccontare la fine dell'URSS, dalla raccolta di carote per la penuria all'ammaina bandiera che travolgeva milioni di biografie e di speranze.

Ma il tutto con tentavo di rigore, esattezza e nessuna auto censura, come fosse per ciascuno un punto d'onore. Dalla cronaca, alle Scienze,  alla battaglia culturale, e a quella contro i finti scoop su Gramsci, nei vivo della polemica storiografica revisionista contro la sinistra e il PCI. E c'era da studiare, capire e scrivere a tamburo,  ma sempre "come se" ciascuno fosse lui l'Unità e il mondo che c'era dietro.

Fu un giornale comunità fatto di individui duttili più o meno in ogni ruolo, capaci di mescolare alto e basso, fattacci e grande politica, costume e idee. Come fu nella linea editoriale de l'Unità diretta nel dopoguerra da Pietro Ingrao, che usava cronisti e grandi scrittori per fare inchieste ed editoriali. Era quello il "Corriere della Sera del proletariato" così come lo aveva immaginato Togliatti nel 1944 e che divenne simbolo identitario, scuola professionale e filtro di formazione dei gruppi dirigenti, tra società e partito ma senza disciplina di partito, solo lealtà con regola di verità.

Che ne è di tutto questo? Al di là de l'Unità di oggi in mano all'editore Romeo, che è altra cosa sganciata come è dalla sua storia. E dopo  una chiusura per nulla inevitabile, voluta da Renzi in due riprese, 2014 e 2017. Senz'altro resta la grande avventura di una identità collettiva trasmigrata in altre esperienze, e in una forma partito di sinistra ancora in via di definizione. E tuttavia le une e l'altra dovrebbero continuare a trarne insegnamento. In vista magari della "Rinascita" anche di una nuova forma giornale quotidiano, in grado di rappresentare ancora un mondo e un insediamento di massa a sinistra di cui si scorgono oggi i contorni. L'Unità democratica. Perché no?