Profondo sud: la periferia non è un destino

Mentre la globalizzazione si inceppa e le catene del valore si accorciano, il Sud e le isole hanno una finestra che non si riaprirà. La sinistra deve scegliere: gestire il declino o costruire un'alternativa.

Raffaele MarrasIstituzioni dal BassoAREE INTERNEPERIFERIESUD
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ANSA

Parlare di sviluppo territoriale, oggi, sembra un tema da tecnici. Una questione neutra, da esperti del settore, che non chiede analisi di contesto ma solo soluzioni: quali politiche adottare per far crescere un determinato territorio. E questa parola magica, “territorio”, è stata completamente spoliticizzata. Le hanno cucito addosso un connotato di neutralità per cui qualunque cosa si faccia per un luogo è positiva in sé, perché implica un interesse a occuparsene.

Questa narrazione va smontata. È il frutto di un processo culturale e politico che ha nascosto per decenni la battaglia contro le disuguaglianze territoriali, contro le sperequazioni fra le aree sviluppate e quelle in ritardo, periferiche, marginali. È questa la condanna delle nostre isole, del nostro Mezzogiorno, e in generale delle aree marginali del mondo. I dati più recenti segnalano qualche inversione di tendenza: per il quarto anno consecutivo il Sud cresce più della media nazionale, un fatto che non si registrava dal boom del dopoguerra. Ma sarebbe un errore leggere questo segnale come una buona notizia strutturale. Quella crescita viene quasi interamente dagli investimenti pubblici, PNRR, opere pubbliche, non da un cambiamento nel tessuto produttivo. Con l’esaurirsi di quella spinta, il gap rimane: il PIL pro capite del Mezzogiorno è ancora al 56,6% di quello del Centro-Nord. E i giovani continuano ad andarsene.

C’è poi una sperequazione che pesa ancora di più, perché riguarda le persone e non solo il prodotto interno lordo. Tra il 2002 e il 2024, considerando i rientri dal Centro-Nord, la perdita secca di popolazione nella fascia 25-34 anni del Mezzogiorno supera le 500 mila unità, di cui circa 270 mila laureati. Altri 45 mila laureati se ne sono andati all’estero senza tornare. La SVIMEZ stima il costo di questa emorragia in 6,8 miliardi di euro l’anno: capitale umano formato a spese delle comunità meridionali e messo a frutto altrove. È la fotografia di un Sud che continua a essere periferia: produce intelligenza ed energie, e le esporta. Forma e regala.

La favola che è finita

Negli ultimi decenni ci hanno raccontato una storia semplice: che lo sviluppo sarebbe arrivato quasi da sé, che apertura e competizione incontrollate avrebbero generato benessere diffuso. Che la globalizzazione, insomma, sarebbe stata la panacea di tutti i mali. Oggi possiamo dire che non è andata così. Quel modello ha certamente prodotto crescita, ma non ha prodotto giustizia. La globalizzazione, il fenomeno mondiale che doveva renderci tutti uguali, ha creato vincitori e vinti.

E quel modello, oggi, non esiste più. La globalizzazione, come scrive Rana Foroohar nel suo Homecoming, è finita, o quasi. Stiamo entrando in un paradigma completamente diverso, in cui dobbiamo capire come stare e cosa fare. I dati confermano l’intuizione, e da lontano. Già fra il 2007 e il 2017, prima ancora della pandemia, delle guerre e dei dazi, il McKinsey Global Institute misurava l’inversione: la quota di produzione manifatturiera scambiata oltre confine era scesa dal 28% al 22%. Era il segnale che l’iper-globalizzazione si era inceppata. Gli shock successivi non hanno fatto che accelerare la tendenza e, come certifica il Global Value Chain Development Report 2025 dell’OMC, oggi le catene del valore si ridisegnano lungo linee geopolitiche. Le catene globali del valore si accorciano, le produzioni si riavvicinano ai luoghi di consumo, cresce il nearshoring. Bisogna re-iniettare il senso del luogo nell’economia, costruire filiere più corte e più resilienti. La logica neoliberale che ha anteposto l’efficienza alla resilienza e il profitto alla prosperità dei territori ha esaurito la sua spinta.

In questo mondo in subbuglio, in cui la nostra Europa (e quindi l’Italia, e quindi il nostro Mezzogiorno) è schiacciata tra un’America in crisi esistenziale, il peso crescente dei vincitori di questo secolo, i cinesi, e le vampate autocratiche di molti altri grandi attori, è decisivo cogliere la sfida che le nuove tecnologie e questo cambio di fase ci mettono davanti.

La faglia in cui ricostruire

Perché qui si apre una faglia. E in questa faglia noi, come sinistra, possiamo ricostruire un nuovo modello di sviluppo. Le catene del valore si restringono, le produzioni tornano necessariamente vicine, i luoghi e le radici riacquistano centralità. Lo stesso vale per la rivoluzione tecnologica: l’algoritmo e l’intelligenza artificiale hanno una doppia natura. Da un lato spingono verso una concentrazione senza precedenti di dati, potere e ricchezza in pochissime mani. Dall’altro, ed è la parte che ci interessa, rendono per la prima volta possibile distribuire altrove i luoghi in cui si crea lavoro, innovazione e benessere.

Il compito della politica è esattamente questo: smontare le storture accentratrici delle nuove tecnologie e, allo stesso tempo, coglierne la portata rivoluzionaria rispetto alla geografia dello sviluppo. Ci hanno messo in testa, per decenni, che potevamo vivere di turismo e servizi, destinando altrove industrie e realtà ad alto valore aggiunto. Oggi, anche su questo, possiamo costruire nuove politiche di redistribuzione: politiche che favoriscano l’insediamento nei nostri territori di centri di ricerca, laboratori, realtà orientate all’intelligenza artificiale e alle nuove tecnologie. La nuova frontiera dell’industrializzazione passa da qui, da un ritorno della prossimità fra capitale umano, ricerca e produzione. È la leva più forte che abbiamo per fare battaglia politica sul riequilibrio economico e sociale a cui hanno diritto le nostre comunità.

Sos Enattos, o la prova che si può

Non è teoria. In Sardegna, nei pressi della miniera dismessa di Sos Enattos, una delle aree più silenziose e spopolate dell'isola, si gioca la candidatura italiana ad ospitare Einstein Telescope, l'osservatorio europeo di onde gravitazionali di nuova generazione. Gli studi di impatto stimano un'opera da circa 1,7 miliardi di euro, dodici anni di costruzione e un effetto moltiplicatore pari a tre volte l'investimento iniziale, con il 60% dell'impatto che ricade sul livello locale, regionale e nazionale.

Ma la logica che ha reso possibile tutto questo va ben oltre la Sardegna. Ogni territorio ha una propria vocazione, non sempre evidente, non sempre già sfruttata. Il compito della politica è riconoscerla e costruirci sopra. A Sos Enattos sono stati il silenzio sismico, la bassa antropizzazione, una miniera dismessa. Altrove può esserlo una filiera produttiva, un'eccellenza agricola, una posizione logistica, un patrimonio di competenze sedimentato. Il punto non è aspettare che il mercato decida quali luoghi meritano futuro. È scegliere dove collocare le opportunità e costruirci attorno formazione, infrastrutture, servizi. Insieme ai territori, non sopra di essi. Non è una questione di fortuna: è una scelta politica. E può essere replicata.

Nessun destino è già scritto

Se si è chiusa la fase in cui abbiamo pensato che la globalizzazione avrebbe risolto tutto da sola, allora si è chiusa anche l’idea che lo sviluppo possa fare a meno della politica. Per troppo tempo abbiamo accettato che fosse il mercato a stabilire chi cresce e chi resta indietro, quali luoghi meritano investimenti e quali sono condannati a svuotarsi. Quella stagione è finita con il modello che l’aveva generata.

Sta a noi decidere cosa metterci al suo posto. La sinistra deve avere il coraggio di rimettere il conflitto sulle disuguaglianze territoriali al centro del suo progetto. Non con la nostalgia, ma con gli strumenti di questo tempo: la prossimità, i servizi, la ricerca, le tecnologie governate e non subite. Il Mediterraneo, da confine, può tornare a essere centro. Perché nessun destino è già scritto.

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