Primarie vere per decidere il futuro del campo progressista

Il confronto tra Conte e Schlein riguarda non solo la leadership, ma la guerra, il ruolo dell’Europa e il diritto degli elettori a scegliere la linea politica.

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ANSA

Dalle colonne del Corriere della Sera, in un’intervista rilasciata a Maria Teresa Meli, Goffredo Bettini, fondatore del PD, teorico del Campo Largo e direttore di Rinascita, interviene nel dibattito sul significato e sulla natura delle primarie di coalizione. Lo fa dando seguito all’intervento di Giuseppe Conte e alla risposta che Elly Schlein gli ha rivolto pochi giorni fa.

La questione sollevata dal leader del Movimento 5 Stelle riguarda la richiesta di primarie aperte non soltanto alla scelta dei nomi, ma anche ai contenuti programmatici che gli stessi esprimono con la loro candidatura. In altre parole, non solo chi dovrà guidare, ma anche quale programma sarà chiamato a rappresentare.

L’intervento di Conte ha suscitato numerosi distinguo nel centrosinistra, da sempre abituato a primarie dal carattere quasi liturgico. Nella tradizione del campo progressista, infatti, il programma è stato quasi sempre definito a priori, mentre agli elettori è stato affidato il solo compito di scegliere l’interprete e non il copione.

Raramente questo strumento ha prodotto un autentico confronto politico o un dibattito aperto capace di coinvolgere l’opinione pubblica.

L’eccezione più evidente resta quella delle ultime primarie del PD. In quell’occasione, il celebre «non ci hanno visti arrivare» di Elly Schlein sconvolse gli equilibri consolidati del partito, incrinando quella rendita di posizione sulla quale una parte della classe dirigente sembrava ormai adagiata.

La stessa segretaria, il 3 agosto, ha però risposto al TG3 con una sostanziale chiusura all’appello di Conte. Una presa di posizione che, per la prima volta, sembra allontanarsi dal principio del «testardamente uniti» e che riapre il confronto sulla natura dell’alleanza del nuovo fronte progressista, oggi l’unica alternativa credibile al governo Meloni in vista delle elezioni politiche del 2027.

Il leader di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, ha invece condiviso la posizione della segreteria del PD, rinunciando di fatto a entrare nel merito del confronto e schierandosi preventivamente al fianco del Partito Democratico, come già era accaduto nel 2021.

Dalle colonne di Repubblica, Dario Franceschini ha invitato tutte le forze politiche a evitare chiusure e rotture in un confronto che considera legittimo, ricordando tuttavia che una coalizione deve dotarsi di regole chiare e di un profilo programmatico condiviso.

Il suo intervento, però, appare più orientato a ricomporre le tensioni che a risolvere il problema politico.

Il nodo, infatti, difficilmente può essere affrontato con gli strumenti tradizionali della politica e con dinamiche spesso correntizie che, negli anni, hanno prodotto programmi tanto omnicomprensivi quanto ambigui, incapaci di essere realmente compresi dagli elettori.

Più significativa appare invece la riflessione di Bettini. L’artefice politico del Campo Largo pone un interrogativo di portata sistemica e, per una volta, lo fa senza giri di parole, consapevole che il tempo a disposizione è poco e che un nuovo errore potrebbe risultare irreparabile.

Se la possibilità di un’escalation nucleare è ormai concreta, non dovrebbe questo elemento, da solo, imporre una sospensione del giudizio e una profonda revisione delle linee di condotta fin qui adottate?

Eppure, osservando le dichiarazioni della politica, le trasmissioni televisive e buona parte dell’informazione, si ha l’impressione che il conflitto russo-ucraino sia stato ormai interiorizzato come un dato strutturale sul quale non è più possibile ragionare, ma soltanto schierarsi.

Quello posto da Conte è, in realtà, un tema che attraversa gli schieramenti politici. Oggi oltre un terzo degli italiani si dichiara contrario alla prosecuzione della guerra. La Russia non è percepita come una minaccia dalla maggioranza del Paese ed è innegabile che, negli ultimi anni, si sia consolidato un clima di forte russofobia nel racconto dei principali media, nonostante una parte consistente dell’opinione pubblica guardi con crescente scetticismo a questa narrazione.

È una popolazione provata da cinque anni di rincari energetici, da un’inflazione persistente e, più recentemente, dall’aumento del prezzo del gasolio oltre livelli di forte criticità.

È questo il vero sottotesto della discussione sulle primarie e, più in generale, sull’alternativa di governo.

Non è in gioco soltanto la dimensione economica, già di per sé drammatica. È in gioco il futuro delle nuove generazioni, che qualcuno immagina coinvolte in un conflitto destinato a trasformarsi, come lo stesso Bettini ha evocato, in uno scontro nucleare.

Come si è arrivati a questo punto? Come è possibile che una guerra «per procura», per ammissione degli stessi protagonisti, rischi oggi di compromettere non solo l’equilibrio del continente europeo, ma la stabilità dell’intero pianeta?

Con quale responsabilità ci si presenta agli elettori lasciando irrisolta una questione di tale portata? Si tratta di politica estera e del futuro dei nostri figli. E se è questo il tema destinato a segnare il prossimo decennio, hanno o no il diritto di decidere quale posizione dovrà assumere il campo dell’alternativa?

All’interno del conflitto ucraino si muovono interessi e dinamiche profonde, alimentate da strategie che riguardano l’equilibrio dell’ordine mondiale e non soltanto il continente euroasiatico. Sono dinamiche legate alla crisi del vecchio assetto di potere occidentale, messo alla prova sul piano economico, militare, tecnologico e demografico.

La contrapposizione tra invasore e invaso, pur descrivendo una responsabilità formale e giuridica precisa, rischia oggi di essere utilizzata come una chiave di lettura insufficiente per comprendere la complessità dello scenario globale.

È una dicotomia che mostra i propri limiti quando viene trasformata nell’unico criterio interpretativo della realtà internazionale.

Se si guarda al quadro complessivo, infatti, diventa difficile sostenere che l’Occidente rappresenti un blocco compatto e coerente di democrazia e diritti. Nello stesso arco temporale si è assistito alla tragedia umanitaria di Gaza, al genocidio del popolo palestinese, alle tensioni che hanno coinvolto il Venezuela e alla crisi determinata dagli attacchi contro l’Iran, con conseguenze geopolitiche che hanno coinvolto l’intero sistema internazionale.

In questo contesto, parlare di due pesi e due misure non può essere liquidato semplicemente come un’accusa ideologica: è una questione politica che merita una valutazione critica.

Se l’Occidente non è più in grado di proporsi come unico giudice morale dello scacchiere globale, allora anche l’Europa deve interrogarsi sulla propria linea strategica e sulla possibilità di una politica estera meno subordinata a logiche di contrapposizione permanente.

Il tema non riguarda soltanto la guerra in Ucraina, ma il ruolo dell’Europa nel mondo. Quando Macron, al fianco di Zelensky, ha evocato la disponibilità a «versare il sangue» per la causa ucraina, ha aperto una riflessione inevitabile sul rapporto tra consenso democratico, responsabilità politica e prospettive di escalation.

In un contesto in cui molte leadership europee sono minacciate dalla crescita delle destre radicali — dall’AfD in Germania al Rassemblement National in Francia, fino alla rapida ascesa di nuove formazioni e nuovi protagonisti anche in Italia — la priorità dovrebbe essere la difesa della tenuta democratica del continente.

Una democrazia che oggi rischia di essere indebolita da una crescente polarizzazione, dalla subordinazione della politica agli interessi finanziari e alle grandi piattaforme tecnologiche e da una politica industriale sempre più orientata verso il settore degli armamenti.

Non si tratta di sostenere un pacifismo astratto o privo di responsabilità. Si tratta di costruire una difesa comune europea per garantire autonomia strategica, indipendenza e deterrenza.

Un’autonomia che permetta all’Europa di rapportarsi con la Russia, con gli Stati Uniti e con la Cina senza trasformare ogni interlocutore in un nemico assoluto.

La strada indicata dovrebbe essere quella di una ridefinizione coraggiosa del ruolo europeo nel mondo: un’Europa capace di difendere i propri interessi e i propri valori senza rinunciare alla diplomazia e senza alimentare una logica permanente di emergenza.

Se l’Europa vuole davvero presentarsi come garante della democrazia, deve iniziare a superare la dipendenza dai due grandi poli di potere che oggi condizionano gli equilibri globali.

Da un lato gli Stati Uniti, con un’amministrazione Trump che ha mostrato una visione sempre più transazionale del rapporto con gli alleati europei, imponendo scelte energetiche, dazi e un aumento delle spese militari che favorisce anche l’industria della difesa americana. Dall’altro la Cina, potenza ormai centrale negli equilibri economici e geopolitici mondiali.

Questo non significa considerare la Russia un interlocutore privo di responsabilità, né cancellare il principio del rispetto del diritto internazionale. Significa però riconoscere che una politica efficace deve saper mantenere aperti i canali di dialogo con tutte le potenze, difendendo al tempo stesso gli organismi multilaterali come l’ONU, l’OMS e la Corte penale internazionale.

Tutto questo, però, non può essere costruito senza una solida tenuta democratica interna. Ed è qui che il discorso torna inevitabilmente alla dialettica del Campo Largo e alle dinamiche interne al Partito Democratico.

Fare le primarie oggi non dovrebbe significare celebrare un rito di incoronazione su un programma già definito. Dovrebbe rappresentare un momento autentico di confronto e di verifica del consenso su questioni che dividono realmente l’elettorato.

Se le candidature rappresentano partiti diversi, non si può pretendere che le posizioni siano identiche su ogni tema. Altrimenti il senso stesso della partecipazione verrebbe meno.

La pluralità è una risorsa politica, non un problema da eliminare. Su questioni decisive come l’Ucraina, il riarmo, la politica energetica e il Medio Oriente è naturale che esistano sensibilità differenti. Sarebbe invece preoccupante una coalizione incapace di discutere apertamente le proprie differenze.

Il rispetto delle idee altrui, anche quando divergono profondamente, è il fondamento di un pluralismo reale. Una convergenza costruita artificialmente rischia di lasciare fuori dal perimetro democratico una parte significativa dell’elettorato.

Per questo la posizione di Conte deve poter trovare spazio nel dibattito senza essere demonizzata. Il Partito Democratico ha vissuto, con la nuova segreteria, una fase di discontinuità rispetto a un assetto spesso cristallizzato, nel quale le primarie sono state talvolta più uno strumento di legittimazione interna che una vera pratica di partecipazione politica.

Elly Schlein è diventata segretaria con un mandato di trasformazione profonda, con l’obiettivo dichiarato di superare il blocco politico e culturale nel quale il partito e l’opposizione si erano trovati.

Nel 2022 il centrosinistra arrivò diviso alle elezioni, anche per profonde differenze sulla collocazione internazionale e sulla guerra in Ucraina, consegnando il governo a Giorgia Meloni.

Dopo anni di governo della destra, il confronto sulle politiche sociali, culturali e istituzionali resta aperto, così come quello sulla riforma della giustizia e sull’assetto della democrazia parlamentare.

Per evitare che il campo progressista torni diviso, questa volta non per personalismi ma per una mancata elaborazione collettiva sulle grandi questioni strategiche, serve una chiarezza non più rinviabile.

Se una parte rilevante del PD continua a sostenere una linea più interventista sulla politica estera e posizioni molto nette nel confronto sul Medio Oriente, allora la soluzione più democratica è affidare la scelta direttamente agli elettori, ampliando la partecipazione e favorendo un confronto aperto.

L’esperienza di recenti consultazioni popolari dimostra che, quando vengono poste questioni realmente rilevanti, l’interesse politico esiste, soprattutto tra le nuove generazioni.

Non ci si può più permettere di essere ostaggio di dinamiche correntizie incapaci di parlare a una parte crescente della società.

Il Partito Democratico oggi ha una responsabilità storica: creare le condizioni per allargare il proprio consenso e costruire una vera alternativa di governo, anche affrontando le critiche di chi considera ogni cambiamento una minaccia.

Il significato più profondo del «testardamente uniti» evocato dalla segretaria non dovrebbe essere l’unità a prescindere, ma tenere insieme differenze reali dentro un progetto comune.

La sfida non è scegliere semplicemente il prossimo candidato premier.

La sfida è costruire una politica capace di restituire ai cittadini la possibilità di decidere il futuro, rafforzare la democrazia e restituire all’Europa un ruolo autonomo nello scenario globale.

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