Primarie, ma come? La democrazia non è solo preferenza secca
Dal metodo Borda alle critiche di Michels, Sartori e Arrow: perché partiti e coalizioni dovrebbero ripensare le primarie come scelta graduata e condivisa.

ANSA
Quando si parla di primarie, di partito o di coalizione, per scegliere candidati o dirigenti di partito, si dà per scontato che esse si debbano fare col metodo della "preferenza secca" che non prevede una maggioranza qualificata. Qualche loro esito increscioso ha portato a metterne in dubbio l’opportunità: del resto a che servirebbero i partiti, quelli dell’art. 49 della Costituzione, se non a selezionare il personale politico da sottoporre al voto dei cittadini? E inoltre, in questa fase di debolezza dei partiti, le primarie per scegliere qualsivoglia carica o candidatura possono comportare dei rischi. La liquidità di alcune formazioni politiche dà spazio a forme di leaderismo ad ogni livello e, per contro, proprio la debolezza delle strutture di base dei partiti lascia più potere alla dirigenza centrale che tende quindi a riservarsi scelte che spetterebbero piuttosto agli iscritti tutti. Lo aveva ben visto, già nei primi anni del Novecento, Roberto Michels diagnosticando la "ferrea legge dell’oligarchia": se è ben vero che la democrazia richiede partiti, questi non possono che tradursi in organizzazione, e dunque in oligarchia, e questa tende inevitabilmente a comprimere gli spazi reali della democrazia… Oggi poi certe forme di consultazione via web restano poco controllabili e comunque riducono la pratica della politica ad un solitario digitare sul computer evitando la socialità del deposito di un voto nell’urna. Ma si può spostare la domanda dal "se" al "come" fare le primarie, cioè con quale modalità si possa effettivamente tener conto delle volontà di chi partecipa. Il verbo «eleggere» viene dal latino eligere che significa «scegliere»: non si dovrebbe dunque trattare solo di contare la numerosità dei voti per ciascun candidato ma di poter effettivamente scegliere tra una discreta gamma di possibilità, di candidati.
Il diritto della maggioranza di prevalere sulla minoranza è sostanzialmente un fatto moderno introdotto da John Locke. Nell'antichità contava l'unanimità o l'acclamazione, modalità che esprimevano in sostanza l'autorità o la forza dell'eletto. Solo più tardi, nelle comunità ristrette del medioevo, ci si preoccupò di come scegliere bene i capi, priori o regnanti che fossero. Poiché il loro potere era assoluto si badava a che la major pars coincidesse con la melior pars. Il moderno principio di maggioranza è in realtà «solo una tecnica, un metodo, uno strumento, al quale ci sottomettiamo perché è migliore di altri [...] il criterio maggioritario è il male minore» (Giovanni Sartori, 2007). Ma un presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, aveva precisato nel 1801 che anche se la volontà della maggioranza deve in ogni caso prevalere «quella volontà, per essere giusta deve essere ragionevole». Si trattava del problema del valore, della qualità, sottovalutato da Locke, che rientrava dalla finestra. Del resto, parecchi studiosi nel corso dei secoli avevano messo in discussione l'effettiva democraticità delle scelte a maggioranza. Ricordarli ci aiuta a dissacrare la troppo scontata regola della decisione a maggioranza semplice.
Già Platone aveva immaginato delle procedure elettorali, con esclusioni progressive per restringere la rosa degli eleggibili alle cariche pubbliche. In seguito Plinio il Giovane aveva affrontato il problema della scelta tra più opzioni in mancanza di una maggioranza assoluta notando quanto contasse la gestione politica della procedura elettorale nello spostare il voto magari su una seconda scelta, non la più gradita ma quella che avrebbe potuto vincere.
Nel 1283 il monaco catalano Raimundo Lulio scriveva di come un ristretto numero di monache dovesse eleggere una badessa: escluso a priori il metodo della maggioranza semplice, la scelta andava rimessa a confronti a coppie fra le concorrenti con l'eliminazione della meno gradita in ogni serie di confronti ma emergeva però che il risultato finale non era indifferente all’ordine dei confronti. Parecchi anni dopo a metà ‘400, Nikolaus Krebs s'imbatteva nei lavori di Llull e diventato cardinale (con il nome Cusanus in latino) delineava un metodo che i principi elettori tedeschi avrebbero potuto usare per scegliere l'imperatore: ognuno avrebbe attribuito segretamente a ciascun candidato un diverso punteggio di merito: 1 al meno gradito, 2, 3, ecc. fino al più gradito, portando all’elezione chi conseguiva il punteggio più alto sommando i voti presi. Differentemente da Llull che si rivolgeva una piccola comunità che doveva restare coesa, Cusano pensava ad elettori “diffidenti” e trascurava però due possibili complicazioni: che l'elettore potesse giudicare due candidati a pari merito (metterli in posizioni diverse di graduatoria introduceva un elemento di casualità) e la semplificazione dovuta alle valutazioni differenziate di un punto. L'Eurofestival utilizza oggi effettivamente una variante migliorata del Metodo Cusano: le canzoni ritenute peggiori ricevono zero punti e la canzone più piaciuta riceve un punto in più rispetto a quello che le spetterebbe nell'ordine delle canzoni in competizione. Malgrado questo recente e forse inconsapevole seguito, la proposta di Cusano è rimasta trascurata per secoli.
Nell'epoca dei lumi entrava in gioco un nobile francese, Jean-Charles de Borda, con una solida preparazione matematica e scientifica e con esperienze militari in artiglieria e in marina; interessato anche alle tecniche elettorali egli pubblicava nel 1784 una critica all'assioma che nelle votazioni a scrutinio segreto la maggioranza dei voti esprima effettivamente la volontà degli elettori: la votazione a maggioranza va bene solo se i candidati si limitano a due, altrimenti sono possibili esiti paradossali come dimostra con un esempio che considera le scelte di 21 elettori su 3 candidati: a preferenza semplice un candidato vinceva con meno della metà dei voti mentre con le stesse preferenze in confronti a due (alla Lull) sarebbe emerso un altro vincitore. Propone dunque un rimedio: che ogni elettore dia un voto graduato a ciascun candidato: 1 al meno gradito, 2 al penultimo nella sua scala di gradimento e così via; la somma dei punti avrebbe indicato il vincitore. Borda ammette che attribuire un differenziale paritetico (una unità) tra le posizioni prossime di graduatoria poteva non rispecchiare esattamente la valutazione dell'elettore (l'intensità della preferenza che poteva anche essere pari nei confronti di alcuni candidati), ma riteneva, da persona pratica qual era, che la sua proposta fosse sufficientemente ragionevole. In realtà egli aveva riproposto senza neppure conoscerlo il metodo del cardinale Cusano che sarebbe stato riscoperto solo alla fine del XX secolo, ma lo proponeva in un contesto ben più dinamico e con ampie basi elettorali.
Entra quindi in campo un altro nobile francese, di poco più giovane, Marie-Jean-Antoine-Nicolas de Caritat, marchese de Condorcet, matematico ed esponente prestigioso dell'illuminismo parigino, che si impegna a dimostrare l'erroneità del principio "un uomo, un voto" applicato alle decisioni a maggioranza per eleggere sia rappresentanti che giudici. Nel 1785 scrive che a favore della regola della maggioranza vi è una buona ragione pratica perché affidarsi alla maggioranza significa appoggiarsi alla sua forza il che comporta stabilità e pace, ma è importante anche la correttezza delle decisioni prese a maggioranza tanto che in Inghilterra si era richiesta l'unanimità nelle corti di giustizia. Inoltre, rimetteva tutto in discussione asserendo l’impossibilità di un risultato rispondente alle reali preferenze degli elettori quando le alternative al voto fossero più di due: osservazione passata alla storia come "Paradosso di Condorcet", schematizzabile nel caso di 3 votanti che esprimevano il loro ordine di preferenza, in confronti a due, su 3 alternative: si verificava che un primo candidato vinceva sul secondo e questo sul terzo, ma capitava anche che il terzo vincesse sul primo. Le preferenze collettive potevano cioè essere "cicliche": in linguaggio matematico si dice che i voti a maggioranza sono intransitivi. La pratica tuttora comune di pilotare secondo le convenienze, l'ordine delle decisioni da prendere è dunque semplicemente una furba applicazione del "Paradosso di Contorcet", cioè l’ordine dei confronti di coppia vale più delle preferenze reali degli elettori! Il "cittadino" Condorcet riprendeva la questione in un articolo del 1797 proponendo qualcosa di simile al Metodo Lull con confronti a coppie: nel caso non si verificasse uno stesso vincitore in tutti i confronti (definito come "vincitore Condorcet") suggeriva di scartare la preferenza con la maggioranza più esile, ma restava il problema del gran numero dei confronti necessari: una macchinosità non appropriata a larghe platee di elettori.
L’anno prima l'Académie des Sciences aveva adottato il “Metodo Borda” per l'elezione dei nuovi membri. Tuttavia si era levata la voce contraria di un membro dell'Accademia di particolare peso: Napoleone Bonaparte aveva ripreso le critiche sul rischio di manipolazioni mediante "voto strategico" formulate anni prima da un eminente matematico, Piere-Simon de Laplace, che ne aveva poi ricavato una lezione per i suoi studenti nel 1795: concordava con Borda e Condorcet sulla possibilità che le decisioni prese a maggioranza potessero essere imperfette e tanto più quanto più erano numerosi gli elettori. La procedura Borda poteva funzionare solo con elettori "ben informati" sulle scelte da fare e solo se essi fossero stati "sinceri" nelle loro valutazioni: vi era il rischio che un candidato venisse collocato in fondo alla lista delle preferenze non tanto per suo demerito ma perché rappresentava una minaccia al candidato preferito. Vi era inoltre la possibilità dell’inserimento di candidati senza alcuna possibilità di vincere ma solo perché fossero votati in una posizione intermedia tra il candidato preferito ed il rivale più pericoloso. A questa critica Borda reagiva sostenendo semplicemente che il suo sistema era pensato «solo per persone oneste». Dunque oggi un partito, cioè una organizzazione di persone con i medesimi ideali, potrebbe adottare tranquillamente a rigor di logica il Metodo Borda o altrimenti dovrebbe ammettere che gli iscritti non sono del tutto persone oneste! Di lì a poco, nel 1804, l'Académie des Sciences introduceva la regola della maggioranza assoluta per l'elezione dei nuovi accademici, ma se l'Accademia poteva ben attendere che sull'ammissione di un nuovo socio si formasse la maggioranza del 50 per cento più uno, ben diversa era la situazione in altri casi. Laplace individuò dunque la soluzione per risolvere la scelta tra più candidati sotto alla maggioranza assoluta: non altro che una sorta di "doppio turno alla francese" come oggi lo conosciamo.
Parecchi anni dopo entra in campo, Charles Ludwidge Dodgson, più noto sotto lo pseudonimo di Lewis Carroll come autore del romanzo Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie. Insegnava in un collegio di Oxford e viene coinvolto nel 1873 in una selezione per assegnare una borsa di studio; preso dalla questione, in pochi giorni elabora, stampa e distribuisce un trattato sul metodo elettorale nel quale rileva le ingiustizie del voto a maggioranza utilizzando come esempio paradossale un caso con 4 candidati e 11 elettori. Un candidato risultava senz'altro vincente a maggioranza con oltre il 50% dei voti; ma si trattava di una scelta che vedeva nettamente contrari quasi la metà dei votanti (che lo metteva all'ultimo posto della loro graduatoria di preferenze). Carroll espone quindi un nuovo metodo che comporta di scartare l'opzione che riceve meno preferenze e prevede, riformulato il riepilogo delle scelte, di scartare nuovamente l'opzione che così riceve meno preferenze, e così via. Ma anche questo metodo come dimostrava il suo stesso autore poteva comportare risultati paradossali contraddicendo le preferenze iniziali. Infine Carroll mette pure sul tavolo un metodo del tutto nuovo: ogni elettore ha a disposizione dei "punti" da destinare come crede, anche concentrandoli su uno o più candidati preferiti; egli stesso osserva però che anche questo è sconsigliabile poiché gli elettori sono tendenzialmente egoisti e non sinceri. Indica anche la possibilità di non dare alcuna preferenza oppure lo stesso punteggio a candidati ritenuti pari mirando a depotenziare le possibilità di "voto strategico". Tuttavia messe alla prova su casi concreti occorsi nel collegio, le proposte non dettero buone soddisfazioni a Carroll che in seguito scriveva altri due saggi per introdurre correttivi piuttosto complicati… tanto che nel 1989 tre docenti di teoria della gestione dichiararono che anche avvalendosi di computer l'elaborazione dei calcoli richiesti da Carrol rientrava tra i problemi sostanzialmente insolubili.
Una ulteriore delusione delle aspettative di un metodo elettorale giusto ed efficiente viene dal Premio Nobel 1972 per l'economia, Kenneth Arrow. Anch'egli ritiene che il voto a maggioranza semplice non sia accettabile per stabilire una "preferenza sociale" e che non è neppure possibile sommare il peso delle scelte individuali perché ogni persona ha una propria "scala di utilità specifica" che non può essere paragonata a quella di altri. Nel 1951 egli aveva dimostrato, in termini strettamente matematici, l’impossibilità di avere una legge elettorale non esposta alla possibilità di un utilizzo "non equo" da parte dell’elettore. Secondo il suo "Teorema dell'Impossibilità", «se ci sono più di due alternative, non esiste nessun sistema di votazione democratico». Ad esso accompagna il "Teorema della Possibilità" secondo il quale se vi sono solo due alternative, il voto a maggioranza rappresenta un meccanismo di scelta accettabile sebbene non soddisfi una delle condizioni di un meccanismo razionale, quella cioè di assicurare l'universalità delle preferenze. Intervistato parecchi anni dopo da Piergiorgio Oddifreddi, egli sosteneva che per le cariche monocratiche andava certamente bene il sistema a turno unico a maggioranza assoluta, e che mancando questa si dovrebbe procedere a nuova votazione dopo aver eliminato il candidato con meno preferenze.
In seguito, un altro Premio Nobel per l'economia, Amartya Sen, ritornava sui meccanismi elettorali che soddisfano i requisiti individuati da Arrow, tranne che per la "transitività" e provava ad attenuare questo requisito in quello di "quasi-transitività". Ad esempio se un comitato locale preferisce la realizzazione di un teatro alla realizzazione di uno stadio di calcio e questo ad una pista di pattinaggio, non necessariamente ne poteva conseguire la preferenza del teatro alla pista di pattinaggio: il comitato poteva anche essere "indifferente" alla scelta tra calcio e pattinaggio. Ma questo perfezionamento della teoria non era poi un gran risultato. Per maggiore sconforto generale, in un seminario dedicato al processo decisionale nelle organizzazioni tenuto nel 1969 da Arrow, Sen e dal filosofo John Rawls, venne esposta una tesi di dottorato sulla manipolazione delle elezioni poi nota come "Teorema di Gibbard-Satterhwaite". I due autori dimostravano che qualsiasi metodo democratico che pretenda di eleggere un vincitore tra almeno tre candidati può essere manipolato, essere oggetto cioè di manipolazioni strategiche.
Fatte queste sconfortanti premesse e constatato che l'unica modalità di svolgimento delle primarie qui in Italia è stata quella della "preferenza secca", ci si dovrebbe almeno chiedere se sia davvero impossibile qualcosa di diverso, di meno peggio, più democratico ed equo e magari anche più produttivo per la comunità dei votanti. Va annotato che malgrado qualche autorevole osservazione sia intervenuta negli ultimi anni, il maggior interessato, il Pd cioè, si è fin qui ben guardato dall’avviare una riflessione in merito (forse a voler confermare la giustezza della vecchia "ferrea regola dell’oligarchia" di Michels?). Basta qualche vecchio ritaglio di giornale per mettere in fila un po’ di analisi e di casi concreti. Già nel 2011 Giovanni Sartori parlando di un Pd «ostaggio delle primarie» evidenziava la possibilità che queste estremizzassero la scelta dei candidati e che il candidato poi scelto dai partecipanti, molto politicizzati, non corrispondesse affatto all’aspettativa media dell’elettore reale ed indicava pure il rischio di derivazioni frazionistiche a seguito del serrato confronto tra le organizzazioni elettorali dei candidati antagonisti. Considerando gli aspetti più degenerativi delle primarie e cioè i comportamenti aggressivi dei candidati nell’asprezza del confronto, il senatore Pietro Ichino proponeva nel 2012 di avvalersi del sistema adottato un paio d’anni prima dal Partito Laburista inglese per l’elezione del suo segretario, cioè il "metodo della seconda scelta", da far valere se nessuno dei candidati ottiene almeno la metà delle preferenze. A proposito delle primarie del 2014 per il Comune di Padova, Umberto Curi stigmatizzava che uno dei candidati del Pd si fosse ritirato «in nome dell’unità del Partito», il che attestava che quelle primarie servivano solo pro forma per consacrare l’altro candidato – “forte” – del partito ... e che nei fatti sarebbe poi risultato perdente nella realtà elettorale.
Nel 2015 le primarie in Liguria risultavano assai imbarazzanti per qualche distorsione patologica (votanti di centrodestra alle primarie del centrosinistra, ecc.) e Piero Ignazi osservava che se la scelta doveva essere affidata ai cittadini e non più agli organi ed ai maggiorenti di partito, si è invece ottenuto l’imprevisto risultato di favorire da un lato proprio i notabili locali, collettori di reti di consenso personale e dall’altro i “cavalieri solitari”, in competizione senza esser stati abbastanza socializzati alla vita, alle regole, alle finalità stesse del partito. Nello stesso periodo, traguardando le primarie dell’anno seguente (2016), Michele Salvati lamentava come esse potessero dare indicazioni diverse dagli orientamenti dei potenziali elettori reali, influenzate come sono dalle strutture locali di partito e anche da possibili «interessi forti» locali. Nel 2017 Francesco Verderami evidenziava pure il problema dell’assenza di regole comuni per tutti i partiti per la scelta dei candidati con la convinzione che un codice per la selezione dei candidati potesse riavvicinare i cittadini alla politica.
Nel complesso, il Metodo Borda appare ancor oggi quello più ragionevole, malgrado le critiche puntuali del girondino Condorcet, di Arrow e altri. Esso corrisponde nella sostanza alle preoccupazioni di Rousseau (1762) sulla «sovranità che non può essere rappresentata per la stessa ragione che non può essere alienata» e di Luciano Canfora (2004) sul rischio della trasformazione dei rappresentanti eletti in un "ceto politico", in soggetti cioè separati dalla base e largamente autoreferenziali. Certamente esso trascura la questione del peso da attribuire alle diverse scelte in scala di preferenza, ma evita senz'altro i limiti del sistema della "preferenza secca" fin qui usato dal Pd e del resto ben si può ipotizzare qualche correttivo. C'è pure da chiedersi se il rischio del "voto strategico" sia davvero una calamità da evitare ad ogni costo in una comunità-partito-coalizione che pure dovrebbe ben reggersi su solidi elementi di coesione. Ad ogni modo, a sua illustrazione si trova su Wikipedia un esempio accattivante di applicazione: gli abitanti di quattro cittadine variamente distanziate e ciascuna con un numero diverso di abitanti devono decidere in quale di esse debba essere costruito il loro nuovo ospedale. È plausibile che ogni votante preferisca che l'ospedale sia costruito nella cittadina in cui risiede o il più vicino possibile, dunque i voti di preferenza possono esser quantificati esattamente sia col metodo della maggioranza secca sia con il Metodo Borda. Con quest’ultimo viene premiata un’ubicazione dell’ospedale baricentrica rispetto alla sua utenza, un risultato che si potrebbe ottenere anche per via razionale-tecnica, con una buona analisi costi-benefici, e anche a maggioranza secca se solo gli elettori tenessero conto dell'utilità reale complessiva. Ma sappiamo bene che questa non è una ipotesi realistica: i risultati reali dell’ultima tornata elettorale nazionale, del settembre 2022, fanno pensare che parecchi elettori - quelli che hanno variamente votato per le forze rimaste all'opposizione - piuttosto che badare all'utilità reale del loro voto - abbiano semplicemente votato quel che più gli piaceva, esattamente come si vota per assegnare un premio letterario. Un sostegno ad una procedura basata sul Metodo Borda viene pure dal "Teorema dell'elettore mediano", enunciato nel 1948 dall'economista scozzese Duncan Black, secondo il quale ogni elettore ed ogni candidato occupano una posizione nello spazio delle opinioni e gli elettori preferiscono certamente il più vicino dei candidati al più distante e il candidato vincente è certamente quello più vicino alla mediana degli elettori.
Un aspetto importante di qualsiasi metodo elettorale attiene anche alla gamma delle reali possibilità di scelta: Norberto Bobbio considerava (nel 1984) come requisito fondamentale della democrazia anche quello che gli elettori fossero posti di fronte ad alternative reali e nelle condizioni di poter scegliere tra l’una e l’altra; è invece evidente che dissuadere dalle candidature come fin ora è sostanzialmente avvenuto nelle primarie costituisce una grave diminutio della democrazia.
Insomma, il metodo realmente disponibile, ora, alternativo alle primarie a maggioranza secca, sarebbe ancora il vecchio sistema Borda, definibile come "scelta a preferenze graduate", magari con gli affinamenti del caso. Esso conta oggi in verità un numero “assai discreto” di applicazioni: basta chiedere all’IA che cita la Slovenia, la repubblica micronesiana di Nauru e premi e riconoscimenti vari; ma esso ha anche parecchio a che vedere con il metodo quacchero della "ricerca della soluzione condivisa". In pratica. il sistema non dovrebbe apparire troppo complicato e va da sé che in caso di numeri elevati di candidati, per semplificare le operazioni di voto e di scrutinio si può restringere la valutazione ad un numero ristretto di candidati, anche per evitare all'elettore l'imbarazzo di scaglionare in una graduatoria tutti i numerosi candidati. Esso consentirebbe significativi effetti positivi: vincerebbe il candidato “mediamente” più gradito e presumibilmente più volentieri votabile alle elezioni vere anche da chi non lo ha indicato come prima scelta e dalla platea reale degli elettori; ci sarebbero più concorrenti, anche su posizioni politiche vicine perché nessuno sostanzialmente danneggerebbe altri prendendo preferenze dallo stesso bacino di voti; avrebbero probabilmente minor peso i meccanismi di selezione a monte da parte delle oligarchie di partito e i meccanismi di sponsorizzazione esterna e di accaparramento di voti … e infine il risultato sarebbe una “scala” di preferenze dei candidati piuttosto che una “divisione” in percentuali.
In ipotesi, una procedura di voto così articolata porterebbe anche un altro beneficio: quello di indurre nell’elettore partecipante una maggiore consapevolezza e motivazione, contrastando i limiti dell’elettorato: ignoranza, disinformazione e l’essere in generale le persone spesso prigioniere di bias cognitivi, giudizi, o pregiudizi, e dinamiche psicologiche, che sono state oggetto di preziose analisi e sperimentazioni del premio Nobel Daniel Kahneman (Pensieri lenti e veloci, 2011).
Una domanda per chiarire ancora meglio: primarie o partiti? Davvero le primarie [fatte come si conviene, e non come mera rappresentazione di scelte già fatte] sono antagoniste dei partiti? Nel 2022, Sabino Cassese sottolineava il ruolo e la necessità dei partiti «perché non vi è altro modo con il quale la società possa dialogare con il governo, la piazza farsi ascoltare dal palazzo. Ma i partiti debbono ridiventare forze vive, uscire dagli schemi consueti e interrogare la nuova realtà, intercettare una domanda di politica tanto viva quanto insoddisfatta, selezionare nuovo personale, fare programmi, individuare chi sappia tradurli in realtà». Pare proprio un invito ad osare vie nuove… La politica di questi giorni tende invece a procedere per suo conto badando agli accordi ed ai distinguo tra i leader piuttosto che ai moti minuscoli e caotici che pur agitano ed influenzano ciascun votante. Sarebbe da riflettere, se questi “moti browniani” che hanno colpito buona parte degli elettori non siano stati responsabili di molte defezioni dal voto e se al contrario qualche insperata mobilitazione (come nel referendum sulla giustizia) abbia invece scosso l’elettorato.
Per concludere, qualche citazione. Alcune frasi dalla lunga lettera con la quale Lidia Menapace presentava nel lontano 1968 le sue dimissioni dalla DC chiariscono quanto di lunga data siano certi problemi: «la funzione di questo partito si riduce piuttosto alla mobilitazione degli elettori in quanto persone private, per acclamazioni collettive che non alterano sostanzialmente la loro immaturità politica», «i partiti sono strumenti per la formazione della volontà, ma non sono nelle mani del popolo, bensì nelle mani di coloro che dominano il loro apparato», «se ciascuno dei militanti o degli iscritti dovesse esaminare il grado di partecipazione reale di cui fruisce, non potrebbe se non concludere che esso è ben scarso o quasi inesistente». Già in quegli anni lontani la preoccupazione era dunque quella dello sviluppo di una democrazia assai imperfetta e di un sistema che rendeva sempre più difficile la partecipazione...
Nello stesso periodo, un altro partito, il PCI, a suo modo saggio e paterno, badava con lavoro e sapienza ad elaborare sempre la proposta unitaria che a tutti doveva andar bene. Ma il sistema delle scelte interne qualche problema lo poneva come rilevava un sensibile partecipante: «nella riunione riservata ai delegati per stabilire i sistemi di elezione del comitato centrale, avanzai pubblicamente la proposta, che avevo avanzato in altre e precedenti meno solenni occasioni, dell'abbandono del sistema della lista unica. La proposta fu respinta senza neanche essere messa in discussione, credo non sia stata neanche verbalizzata». L'onestà intellettuale di quella persona, Emilio Rosini, che fu poi un ottimo vicesindaco a Venezia, merita però una epigrafe più incoraggiante: basta ricordare l'iconografia presente nella Sala del Maggior Consiglio della Comunità di Ceneda (ora comune di Vittorio Veneto) che rappresenta una delle allegorie delle dodici virtù cui i consiglieri lì raccolti dovevano far riferimento per il buon governo della loro città. L'”Elezione del Buono" vi è rappresentata nelle forme di una giunonica signora armata di rastrello e setaccio. La scelta buona affidata al crivello è abbastanza scontata ma l'altro strumento posto lì accanto induce ad un'altra interessante considerazione: per scegliere bene occorre in effetti anche rastrellare, cioè riunire le risorse; secondo dunque il saggio pittore le scelte che badano solo a espungere dal canestro non sono buone scelte: il buono è cioè il frutto sia di una raccolta che di una selezione...
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