Prima il paese: Un vincitore non basta a fare un’alternativa
Le piazze chiedono risposte su lavoro, casa e scuola. Programma condiviso, regole chiare e lealtà sono le condizioni per primarie che uniscano.

ANSA
Per lungo tempo il disagio sociale è rimasto, in Italia, un fatto privato: i conti da far quadrare a fine mese, l’affitto, il pieno che costa ogni volta di più. Le famiglie hanno affrontato queste difficoltà ciascuna per proprio conto, mentre dal governo continuava ad arrivare il racconto di un Paese in crescita. Ma fino a che punto una società può reggere la distanza tra la fatica del vivere e una narrazione che la nega? Le manifestazioni di questi giorni ci dicono che quel limite è stato raggiunto: il disagio non è più soltanto una somma di difficoltà individuali, torna a esprimersi nello spazio pubblico come una domanda collettiva che la politica non può permettersi di eludere.
Hanno cominciato i giovani. Le occupazioni e i cortei degli studenti, che secondo i promotori hanno portato in piazza centinaia di migliaia di ragazzi, hanno indicato con una precisione che si vede di rado ciò che non funziona: scuole precarie, un diritto allo studio che si restringe, decisioni assunte altrove e sopra le loro teste. E hanno posto, soprattutto, una questione di priorità che riguarda tutti: perché le risorse si trovano per le armi e non per l’istruzione? Con loro sono tornati a farsi sentire gli agricoltori e le mobilitazioni per il clima, mentre la Cgil ha annunciato per il 20 novembre uno sciopero generale contro le scelte del governo su lavoro, fisco e spese militari. È il segno di un malessere che attraversa mondi diversi, e che emerge nel momento in cui il governo presenta una legge di bilancio all’insegna della prudenza, della quale le opposizioni denunciano l’assenza di una visione.
Sarebbe un errore leggere queste piazze come episodi separati. Non sono espressioni identiche, né riconducibili a un unico movimento; e tuttavia pongono la stessa domanda: a che cosa serve la ricchezza del Paese, e chi decide come distribuirla? A mio giudizio esse si collocano dentro una più ampia richiesta di partecipazione e di cambiamento, già affiorata nel voto referendario sulla giustizia, e rivelano una difficoltà che la politica farebbe bene a non sottovalutare: la distanza tra le decisioni delle istituzioni e le aspettative di una parte larga della società. Si tratta di una mobilitazione in gran parte spontanea e autonoma, non diretta da alcun partito, e proprio per questo capace di interpellare tutti, a cominciare da chi ambisce a governare.
Di fronte a questa domanda si misura la responsabilità del centrosinistra. Le piazze pongono i temi; ma l’alternativa può costruirla soltanto la politica, traducendo quei temi in scelte e assumendosene la responsabilità di fronte agli elettori. Ne discende che la priorità non può essere la discussione sulla leadership, sulla squadra di governo o sul ruolo di Renzi. Sono questioni che avranno il loro tempo, ma affrontarle prima di aver messo al centro la vita degli italiani significherebbe cominciare dalla fine.
Su questo ha ragione Elly Schlein: prima si ascolta il Paese, poi si costruisce un programma serio, solo alla fine si sceglie chi dovrà guidarlo. Non è un espediente per guadagnare tempo. È l’unico ordine che abbia una logica politica, perché una guida credibile discende da un progetto e non può precederlo.
Verrà poi il momento di sciogliere i nodi. Sul programma resta la questione del sostegno militare all’Ucraina, sulla quale le posizioni dell’alleanza non coincidono e che esige un confronto franco, non un compromesso di parole. Sul terreno organizzativo sembra ormai tramontata l’ipotesi di evitare le primarie, che comportano rischi di cui occorre tenere conto. Le primarie non producono da sole una coalizione: la rafforzano se già esiste, la dividono se non c’è. Lo dicono i precedenti del 2005 e del 2012.
Nel 2005 oltre quattro milioni di partecipanti e una coalizione raccolta attorno a una figura condivisa contribuirono alla vittoria dell’anno successivo: quelle primarie rilanciarono la candidatura di Prodi e lo portarono alla vittoria. Nel 2012, invece, la sfida tra Renzi e Bersani mise a confronto due idee diverse del partito e del centrosinistra, aprendo una frattura che avrebbe condotto alle scissioni del 2017 e del 2019. Bersani vinse quelle primarie, ma alle elezioni del 2013 il centrosinistra non riuscì a ottenere una maggioranza parlamentare autonoma. La legittimazione di un candidato, da sola, non basta a costruire un’alternativa di governo.
Questa volta a confrontarsi saranno i leader dei due maggiori partiti dell’alleanza, alla guida di apparati e di elettorati in parte ancora diffidenti tra loro. È difficile pensare che il vincitore possa rappresentare, per il solo fatto di aver vinto, anche gli sconfitti. È una difficoltà reale, che non si supera con le buone intenzioni ma con regole e impegni chiari.
Per questo servono alcune condizioni precise. La prima è che l’ascolto sia reale: tornare nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei quartieri popolari, dando voce anche a chi amministra le città. Da questo ascolto deve nascere un programma essenziale, fondato su poche priorità riconoscibili: il costo della vita e il diritto all’abitare, il fisco e la qualità del lavoro, il finanziamento stabile della scuola, una discussione trasparente sulla spesa pubblica, comprese le spese militari.
La seconda riguarda le regole, che non possono essere decise da due soli partiti: tutte le forze della coalizione devono contribuire a definirle, e nessuno va escluso in partenza. La terza riguarda i tempi, perché consumare mesi in una gara interna, a ridosso del voto, significa sottrarre spazio al programma e al confronto con la destra.
La quarta è un patto di lealtà scritto: rispetto per l’avversario e per i suoi elettori, nessuna delegittimazione, un ruolo per chi non vince, una campagna condotta insieme dal giorno dopo il voto. Goffredo Bettini ha parlato di primarie con un alto tasso di empatia. Il punto, in fondo, è questo: una competizione democratica ha un valore politico solo se, mentre seleziona una guida, rafforza il legame tra chi dovrà poi seguirla. Quando accade il contrario, finisce per trasformare in avversari quelli che il voto dovrebbe tenere insieme.
Le forze progressiste hanno vinto quando hanno saputo tenere insieme la rappresentanza di interessi concreti e una visione credibile del Paese. Oggi il primo elemento viene da una società che torna a far sentire la propria voce; il secondo spetta alla politica. Il rapporto con i movimenti non può ridursi a imitazione né a strumentalizzazione: va riconosciuta in queste mobilitazioni un’energia che, davanti a una proposta all’altezza, può diventare la prima pagina di un’alternativa di governo.
La linea è dunque semplice da enunciare e difficile da praticare: non scegliere prima un capo e poi cercargli intorno una coalizione, ma costruire una coalizione capace di riconoscersi in una guida comune. Altrimenti avremo un vincitore, ma non un’alternativa, e il Paese, che oggi chiede ascolto, resterebbe solo.
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