Prima il fango, poi il silenzio: l’assoluzione che non cancella il passato

Francesco D’Ausilio racconta dodici anni di accuse, isolamento politico e gogna mediatica, fino all’assoluzione piena arrivata senza scuse né riparazioni reali.

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ANSA

«Sono stato eletto in consiglio comunale nel 2013 con la vittoria di Ignazio Marino e sono stato nominato capogruppo del Pd. Mi sono dimesso nel 2014. Quando esplose l’inchiesta Mafia Capitale, nel 2015, io ero un semplice consigliere di maggioranza. A un certo punto cominciano a circolare sui media intercettazioni di imputati che mi tirano in ballo parlando tra di loro. Ufficialmente non ricevo alcuna comunicazione, ma la mia vita e quella della mia famiglia diventano un inferno, così decido di dimettermi anche da consigliere. Solo un anno dopo arriva l’avviso di garanzia e nel 2018 il rinvio a giudizio».

A raccontarmi questa storia, sconosciuta al grande pubblico e mal raccontata da molti giornalisti, è Francesco D’Ausilio. Francesco è ora un uomo maturo, scuro di carnagione e di capelli, la fronte alta con un’ampia stempiatura, una barba corta, gli occhi vividi dietro occhiali dalla montatura leggera. È uno storico di 53 anni, all’epoca dei fatti ne aveva 43. Mi racconta la sua storia con voce pacata - intercalando con un «disciamo» un po’ dalemiano - come se fosse accaduta a qualcun altro. In questi tempi dominati dall’odio e dal rancore già solo questo basta a rendere la sua storia in qualche misura paradigmatica di un’epoca recente che riguarda la corruzione, la politica, la criminalità organizzata, la giustizia, i media e i social media in generale e per quanto concerne Roma, la letteratura, la storia e persino l’antropologia della Capitale.

Ignazio Marino, uno strano Sindaco

All’epoca dei fatti Francesco è capogruppo del partito cui appartiene il Sindaco. Ignazio Marino era uno dei volti nuovi del Pd. Chirurgo di fama internazionale, specialista nel trapianto di organi presso la prestigiosa Thomas Jefferson University di Filadelfia, era diventato senatore su proposta di Massimo D’Alema e aveva condotto una dura battaglia sulle condizioni sanitarie nelle carceri, ottenendo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, una vera e propria vergogna. Quando Margherita e Ds si sciolsero dando vita al Pd, Marino ne fu uno dei fondatori. Alle elezioni politiche del 2008 Walter Veltroni si era dimesso da Sindaco di Roma per correre come leader di una alleanza tra il Pd e Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, una sorta di antesignano del M5S, ottenendo un sorprendente 38%. Un risultato straordinario, ma aveva comunque perso contro Berlusconi.

Veltroni era diventato Sindaco, proseguendo sulla via del Modello Roma, inaugurato da Rutelli e da Goffredo Bettini, regista politico dell’operazione. Semplificando al massimo, il suo senso era questo: per vincere contro il polimorfico leader del centro destra la sinistra doveva andare oltre il suo bacino tradizionale e conquistare voti giovani e un pezzo di elettori moderati. Così Rutelli aveva vinto contro Gianfranco Fini, leader del Msi, partito neofascista, sostenuto dall’allora semplice imprenditore e tycoon milanese. E così, mentre Berlusconi dominava l’Italia, dal 1993 in poi Roma era diventata l’inespugnabile fortezza del centro sinistra.

Per questa ragione quando nel 2008 Rutelli si ricandidò contro Gianni Alemanno, prodotto genuino della destra sociale romana, la sua sconfitta fu uno shock che risvegliò la sinistra dal sogno della fortezza inespugnabile e la gettò nell’incubo di qualcosa che era più che a una sconfitta assomigliava a una catastrofe. Soprattutto per il modo in cui era avvenuta. Alemanno aveva vinto soprattutto nelle immense periferie degradate agitando la questione della sicurezza urbana sfruttando abilmente la morte della signora Giovanna Reggiani, violentata e gettata in un fosso in un campo nomadi, da un giovane rumeno, Romulus Nicolae Mailat (cfr. E. Fotia).

Il Pci romano tra plebeismo e governo

Per capire bene questo racconto dovete ora seguirmi in una breve ricognizione un po' libera e certamente arbitraria ma ritengo con molti squarci di verità, nella lunga storia della Capitale, della sua politica, della sua composizione urbana, della complessità della sua morfologia sociale. Qui sarò necessariamente sintetico ma in appendice sarà indicata una bibliografia per chi volesse approfondire.

Cominciamo dal partito da cui è nato il Pd (in cui militava all’epoca dei fatti il nostro protagonista): il Pci. La federazione romana del Pci, ospitata nella mitica sede di via dei Frentani, nel quartiere rosso di San Lorenzo, ha una fisionomia molto diversa da quella delle città operaie come Milano e Torino, o delle zone rosse come l’Emilia-Romagna, o dei centri bracciantili e contadini del sud. Anzitutto per la sua struttura sociale completamente diversa. Nel nord della grande fabbrica fordista la composizione di classe, a quei tempi, è molto netta: operai da una parte, padroni dall’altra; così come lo è nel sud: braccianti e contadini poveri da un lato, grandi latifondisti e mafia dall’altro. A Bologna, invece, a un sistema di piccole e medie imprese, di proprietà terriera diffusa, di artigianato e commercio, il Pci risponde con il buon governo locale che non ha nulla del sovietismo e molto del socialismo emiliano, per merito di Palmiro Togliatti che nel suo celebre discorso su Ceto medio ed Emilia Rossa, pronunciato nel 1946 a Reggio Emilia indirizzò il suo partito in quella direzione: più Prampolini che Lenin.

Roma è completamente diversa. Città di impiegati e bottegai, preti e nobili papalini decadenti, operai edili e palazzinari, borgatari e sottoproletari, mignotte e poeti maledetti, baraccati e immigrati, piccoli criminali e sbirri, scrittori e pittori, divi e froci, paparazzi e comparse. Roma è liquida da sempre. Nella Roma antica la Suburra stava tra i quartieri sui colli dei patrizi, il Foro del potere e la Cloaca Maxima dove Roma svuotava le sue viscere. Da sempre dunque la politica capitolina, è una delle più complicate (e affascinante per chi ama il genere) della scena italiana: infida, talvolta più fangosa di altre, e tuttavia animata da una vitalità che può essere la sua dannazione o la sua salvezza.

Il Pci romano è figlio di questo ambiente, lo dice la storia dei suoi gruppi dirigenti nel dopoguerra, tra i quali troviamo operai tipografi come Leo Canullo, intellettuali come Aldo Natoli, Pietro Ingrao, Paolo Bufalini, Maurizio Ferrara, Antonello Trombadori, Lucio Lombardo Radice, Franco Rodano, Alfredo Reichiln, giovani partigiane e partigiani come Carla Capponi, Marisa Rodano, Rosario Bencivenga. (Cfr. Proietti. Katz) Sono cresciuti nella Roma dell’occupazione nazista, magnificamente raccontata nel film Roma Città Aperta di Roberto Rossellini. La Roma dei Gap, di via Rasella e del Gobbo del Quarticciolo, di Porta San Paolo e di Papa Pacelli in mezzo alle macerie di San Lorenzo bombardata. Una città da sempre in bilico tra élite e plebe, che può crescere, come ammoniva Paolo Bufalini (cfr Bettini), combattendo tanto il settarismo ideologico quanto la demagogia plebea. Un partito che aveva scoperto in un modesto funzionario di partito come Luigi Petroselli quello, che se non fosse morto prematuramente, sarebbe stato secondo me il più grande Sindaco di Roma del dopoguerra.

Wannabe Mafia

Torniamo nel 2013, al momento in cui scade il primo mandato di Alemanno. Capo del Governo nazionale è Mario Monti, un economista che guida un esecutivo tecnico dopo la caduta del governo Berlusconi, appoggiato da una maggioranza bipartisan. Nel paese, stremato dall’austerità imposta dalle rigide regole europee, cresce la protesta populista.

Il candidato naturale del centro sinistra è Nicola Zingaretti, giovane presidente della provincia, cresciuto nel partito che dopo la svolta del 1989, diretto da Bettini, conduce una durissima lotta contro il governo della città in mano a personaggi come il capo andreottiano Vittorio Sbardella, detto lo Squalo, tanto per capirci. Ma Zingaretti, non ho mai capito perché, si tira indietro e si candida alla regione, producendo nel partito un grande disorientamento. Dopo il rifiuto di personalità che avrebbero potuto unire tutti, come Emma Bonino, vengono decise le primarie, i principali concorrenti sono Ignazio Marino, Paolo Gentiloni e David Sassoli.

Il primo, nel 2009, quando si erano tenute le primarie della leadership del Pd, si era candidato con una sua mozione alternativa a quelle di Bersani e Franceschini, ottenendo un quasi miracoloso 12%. Il suo primo sostenitore fu Goffredo Bettini e Michele Meta; insieme a Pippo Civati, Matteo Orfini, Paola Concia e Ivan Scalfarotto. Aveva condotto una campagna brillante, molto americana, tutta all’attacco dei leader del secolo scorso, come definiva i suoi avversari, e all’insegna dei diritti civili. Nelle grandi città aveva raccolto un voto giovane, colto e attivo, raggiungendo cifre importanti. Era una leadership che avrebbe potuto intercettare il crescente voto di protesta, che poi gonfiò le vele al Movimento 5 Stelle.

Marino stravince le primarie e diventa Sindaco di Roma travolgendo il sindaco uscente. E qui cominciano i guai del nostro protagonista che è uno dei giovani in ascesa nel Pd romano che torna al governo della capitale.

Osserva D’Ausilio : «Roma era una città sofferente e piegata dalla crisi economica internazionale, l’amministrazione era strozzata dai debiti, la tenuta sociale era logorata, le capacità tecnico-amministrative un disastro. Fin dall’inizio della consiliatura avevo chiesto al Sindaco di mettere a fuoco le scelte da adottare, ma le mie sollecitazioni cadevano nel vuoto. Anziché condividere e affrontare le difficoltà, si preferiva dividere la politica dall’amministrazione, come se governare una città non fosse frutto di scelte politiche, che la politica aveva il dovere di spiegare alle persone. Non a caso lo slogan della campagna elettorale era stato: Non è politica, è Roma. Dissi tutto questo ogni sede possibile e commissionai un sondaggio sul gradimento della giunta. Cosa che fu interpretata come un atto di sabotaggio. Così mi dimisi da capogruppo, con una dichiarazione pubblica che spiegava le mie intenzioni. Questo a prescindere da mafia capitale e dalla mia successiva vicenda giudiziaria che allora non era ancora iniziata».

Tuttavia, la questione di Mafia Capitale fu decisiva per le sorti del Sindaco. Durante la giunta Alemanno un’inchiesta giudiziaria aveva svelato un torbido intreccio tra criminalità romana, imprenditori senza scrupoli, politici e funzionari corrotti che coinvolgeva tra gli altri, un noto esponente della criminalità romana Francesco Carminati, detto Er Cecato, neofascista legato alla Banda della Magliana e Vincenzo Buzzi, un ex-detenuto diventato comunista in carcere, presidente di una cooperativa sociale che dava lavoro agli ex-detenuti. Una truffa disgustosa perché sottraeva soldi pubblici destinati all’accoglienza degli immigrati, ai campi rom, ma che con la mafia non c’entrava nulla.

Si tratta di uno dei casi più eclatanti di un fenomeno criminale nel quale la narrazione letteraria sostituisce la realtà fattuale. Una sorta di Mafia Wannabe che si affermava in romanzi, film e serie Tv scritti molto bene. L’unico difetto, non attribuibile agli autori, era che tutto ciò con la giustizia "non c’entra una minchia”, come direbbe Salvo Montalbano, ovvero Luca Zingaretti, fratello maggiore di Nicola. Fatto sta che il Sindaco che, con quei fatti non c’entrava nulla, cercò di cavalcare l’indignazione popolare manipolata a dovere dai demagoghi grillini, ma ne restò vittima. Non ascoltò il suggerimento di Goffredo Bettini in una intervista a tutta pagina sul Corriere della sera: «Ignazio dimettiti, sciogli questo consiglio comunale compromesso e ricandidati. Noi ti sosterremo con tutte le nostre forze. Ma a quel punto lavorerai in un nuovo consiglio comunale». Ci fu una campagna ossessiva che parlava di scontrini, parcheggi abusivi della propria auto mentre la sua amministrazione era in polemica continua con il Pd, a cominciare da Matteo Renzi, allora presidente del consiglio e segretario del Pd, ed era paralizzata. Dopo una serie di incidenti diplomatici, anche con Papa Bergoglio, fu costretto infine alle dimissioni da una mozione di sfiducia firmata di notte presso un notaio dai consiglieri della sua stessa maggioranza. Un atto codardo e autodistruttivo che aveva qualcosa di surreale, insieme tragico e comico. Roma bruciava come nella mitica scena di Nerone interpretato da Ettore Petrolini nella quale, mentre la città ardeva alle sue spalle, l’imperatore folle con l’arpa in mano declamava: «Roma risorgerà più bella e più forte che prima…».

Raccomta D’Ausilio: «I fatti che avvennero qualche mese dopo le mie dimissioni furono l’effetto della somma tra l’inchiesta giudiziaria e la narrazione letteraria, cui la politica aveva lasciato il campo. Pensavo allora e penso oggi che occorresse perseguire le responsabilità penali, che in uno stato di diritto sono sempre personali, senza travolgere tutta la politica a cominciare dal Sindaco che a quei fatti era totalmente estraneo. Dopo le dimissioni di Marino la città cadde nelle mani di Virginia Raggi e del M5S, un’amministrazione che si rivelò fallimentare per la città». Qualche mese fa Francesco è stato assolto con formula piena da tutte le accuse. Dai fatti sono trascorsi 12 anni. Un tempo che cambia la vita. Conclude Francesco: «Allora avevo poco più di quarant’anni, mia figlia che aveva un anno e mezzo ora ne ha tredici. Oggi sono una persona che ha attraversato il deserto, resistendo e trovando energie nuove. Insegno all’università e mi occupo di cibo e alimentazione. Se penso a quanto successo a me e a tanti altri amministratori credo di poter affermare che nel Pd è purtroppo prevalsa una cultura giustizialista. Mi trovai solo, con la mia famiglia, pochi amici veri e i miei avvocati, Clara e Armando Veneto. La mia comunità politica mi aveva completamente abbandonato. Tutti coloro con cui avevo condiviso anni di militanza comune erano scomparsi, nessuno si faceva vivo per chiedere almeno se quanto scritto dai giornali fosse vero o no, o come stessi. Ne ho sofferto tantissimo. Ti chiedi come finirà, ne verrai fuori, cosa pensano di te le persone che leggono il tuo nome su Google. Ti dispiace per la paura e l’incertezza nella quale hai gettato i tuoi cari, per quel macigno tra te stesso e la tua stessa vita, della quale non sei più padrone. Quanto ai giornali, su Repubblica e Corriere della Sera comparvero articoli di giornalisti autorevoli che mi raccontavano come un politico corrotto, una sorta di criminale dagli occhi di ghiaccio, coinvolto in giri di soldi, droga e affari. Vuoi sapere se qualcuno di loro mi abbia chiesto scusa dopo l’assoluzione? Nessuno, neanche privatamente».


Bibliografia Benini/De Nardis. Roma capitale senza capitale Fotia E. Sicurezza, politiche e mass media: una lettura sociologica. Tesi di laurea. Facoltà di Sociologia. Roma Sapienza. Relatore prof. Giuseppe Ricotta Fotia C. Roma Città Futura. Manni editore. Italianera. Fuoriluogo editore Fotia/Bettini. Carte Segrete. Alberti Pd Anno Zero. Gaffi Bettini. Un sentimento tenace. Con Pietro Ingrao Proietti. Il Pci a Roma. Bordeaux editore Katz. Morte a Roma. Editori Riuniti

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