Prima delle primarie, il progetto: la sfida del centrosinistra

Ucraina, pace, sicurezza e welfare: il confronto tra Pd e Movimento 5 Stelle deve partire da un programma comune, prima della scelta del leader.

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ANSA

La recente iniziativa Nova del Movimento 5 Stelle ha riaperto il dibattito su alcuni nodi che il centrosinistra dovrà affrontare senza scorciatoie: la guerra in Ucraina, il rapporto tra sostegno a Kiev e ricerca della pace, il riarmo europeo e, più in generale, il modo in cui l’Europa e l’Italia intendono collocarsi in un mondo sempre più instabile. La consultazione degli iscritti ha dato a Giuseppe Conte un mandato netto: il 91,7% ha votato contro la prosecuzione dell’invio di armi all’Ucraina, il 94,1% contro il piano di riarmo europeo, il 91,8% contro l’aumento della spesa per la difesa. Il dato va letto per quello che è — una consultazione interna, cui hanno partecipato poco più di 45 mila iscritti — ma il suo significato politico non può essere archiviato.

Da alcuni ambienti del Partito Democratico e del centrosinistra, tuttavia, la discussione sembra ricondotta soprattutto alla competizione per la leadership della coalizione e al confronto con Conte. Ogni giorno vengono messe in evidenza le distanze tra Pd e Movimento, in particolare sulla guerra, fino a far apparire le diverse posizioni come un ostacolo quasi insuperabile alla costruzione della coalizione; anche il racconto mediatico tende a privilegiare la contrapposizione più che i punti di convergenza. Eppure quei punti di convergenza esistono, e non sono marginali: la critica a un riarmo pensato come somma di programmi nazionali invece che come difesa europea comune; il nesso tra spesa militare e spesa sociale, che attraversa ormai l’intero campo progressista e non solo il Movimento; la domanda su quale ruolo debba avere la diplomazia rispetto alla sola logica del sostegno militare. La segreteria del Pd considera queste differenze — e queste convergenze — parte del confronto necessario a un programma comune; una parte dell’area riformista le legge invece come una difficoltà politica più profonda. Ma una coalizione plurale non nasce dall’assenza di differenze: nasce dalla capacità di discuterle e di ricomporle dentro una proposta condivisa.

Il Movimento 5 Stelle ha scelto di collocarsi stabilmente nel campo progressista e, con Nova, ha mostrato di voler occupare uno spazio più largo dei propri confini tradizionali: quello di chi lega la domanda di pace alla propria condizione materiale. Conte ha insistito sul rapporto tra politica estera, spesa pubblica e condizioni sociali, contrapponendo alle risorse per il riarmo la necessità di investire su asili, scuola, ricerca, innovazione. Il problema non è stabilire se Conte abbia ragione o torto, né ridurre le sue proposte a una partita tra forze politiche. Molte delle questioni emerse da Nova attraversano, con accenti diversi, l’intero dibattito progressista. Un solo punto segna una distanza più profonda: il sostegno militare a Kiev, e in particolare la prosecuzione dell’invio di armi.

Qui la differenza è politica e culturale insieme. Da una parte chi considera il sostegno militare all’Ucraina una componente necessaria della difesa del diritto internazionale e della sicurezza europea; dall’altra chi ritiene che la prosecuzione degli invii rischi di prolungare il conflitto e chiede una discontinuità, con un’iniziativa negoziale più incisiva. È una posizione che intercetta una domanda reale nella società e che merita di essere discussa nel merito — una domanda che, a ben guardare, raramente nasce da un giudizio astratto sulla guerra, quanto piuttosto dal punto in cui la politica estera torna a toccare la vita materiale delle persone.

Prima ancora di come organizzare la coalizione e chi debba guidarla, il centrosinistra dovrebbe dunque interrogarsi su ciò che sta emergendo nel Paese. Le difficoltà sociali, il costo della vita, la precarietà non sono, nella percezione di una parte dell’opinione pubblica, mondi separati dalla politica estera. Il sostegno all’Ucraina e la sicurezza europea restano questioni ineludibili; ma esiste anche una domanda sulla sostenibilità dello sforzo militare e sulle risorse da destinare alle condizioni materiali di vita, mentre salari, pensioni e servizi pubblici restano sotto pressione. È populismo? Può darsi che qualcuno lo legga così. Ma sarebbe una scorciatoia che ci esimerebbe dal lavoro più difficile: leggere nella cronaca i segni di una domanda sociale nuova e offrirle rappresentanza politica prima che lo faccia qualcun altro.

Questa domanda non riguarda solo l’Italia. In tutto l’Occidente identità, sicurezza, disuguaglianze e politica internazionale tornano a intrecciarsi, producendo forti radicalizzazioni nelle scelte elettorali. Lo stesso attraversamento si osserva nelle famiglie politiche progressiste europee: la SPD tedesca discute da mesi la propria linea sul riarmo dentro una coalizione che fatica a trovare un baricentro; il PSOE spagnolo tiene insieme un impegno atlantico con una postura più cauta sulle spese militari; il laburismo britannico sconta tensioni analoghe tra sostegno a Kiev e priorità sul fronte sociale interno. Il centrosinistra italiano non discute quindi un caso isolato, ma una tensione che percorre l’intera famiglia socialista e progressista europea, ed è anche per questo che una linea condivisa avrebbe un peso che va oltre i confini nazionali.

In questo quadro il Pd ha già compiuto una scelta precisa. Con la guida di Elly Schlein ha ridefinito la propria identità in senso più esplicitamente progressista, ponendo al centro il lavoro povero, la sanità, i diritti civili, la transizione ecologica, il contrasto alle disuguaglianze — una scelta che condivido, e che ha restituito al partito una riconoscibilità mancata per anni, dopo una stagione di moderatismo incapace di parlare a una parte rilevante del Paese e, soprattutto, ai ceti popolari. Proprio questa nuova collocazione apre discussioni interne che il partito dovrà imparare a gestire senza sconti — come mostra, di recente, la polemica sulla definizione di antisemitismo nel relativo disegno di legge, tra chi chiede un impegno netto e chi giudica la formulazione approvata dalla segreteria problematica rispetto alla libertà di critica verso le politiche del governo israeliano.

La discussione su questi temi riguarda infatti la definizione stessa della cultura politica del nuovo centrosinistra. La svolta impressa al partito deve tradursi ora in una cultura capace di leggere il presente e di darsi una proposta. Il Pd non deve diventare Conte. Deve però poter elaborare una risposta propria, capace di tenere insieme responsabilità e sentimenti del Paese. Ne ha gli strumenti politici e culturali, a partire da una propria idea di sicurezza, di ruolo dell’Europa, di iniziativa negoziale — a condizione di portarla nel dibattito pubblico senza lasciare che il confronto interno la oscuri.

Significa poter discutere di trattativa senza che ogni proposta venga letta come una concessione a Mosca, così come il sostegno all’Ucraina non può essere identificato con la sola prosecuzione dell’invio di armi. Non si tratta di scegliere tra pace e sostegno a Kiev, ma di trovare un equilibrio credibile tra sostegno, sicurezza, via negoziale e ricerca della pace. Difendere l’Ucraina, il diritto internazionale, il ritiro delle truppe russe e la sovranità di Kiev può convivere con la ricerca di una soluzione negoziata: per questo occorre rafforzare l’azione diplomatica europea e internazionale, e costruire le condizioni perché un negoziato possa produrre davvero una pace giusta e duratura — non la semplice cessazione delle ostilità. Una pace di questo tipo richiede garanzie di sicurezza credibili per Kiev, capaci di scoraggiare una nuova aggressione, e una nuova architettura di sicurezza europea che non lasci l’Ucraina in un vuoto strategico tra Russia e Occidente: senza queste condizioni, un cessate il fuoco rischia di essere solo una tregua in attesa del prossimo conflitto.

Torna così il tema delle primarie. Se vi si arriverà, il passaggio decisivo dovrà essere precedente: un programma comune in cui la ricerca di una soluzione diplomatica alla guerra abbia un posto centrale. Le primarie dovrebbero servire a scegliere chi quel programma dovrà guidare, non a sostituirlo con una conta di apparati o un duello tra leader. Per questo considero la ricerca di una soluzione diplomatica uno dei punti su cui l’intera coalizione — non solo il rapporto tra Pd e Movimento — dovrebbe trovare una linea condivisa. Non perché tutti debbano condividere la stessa analisi della guerra, ma perché chi aspira a guidare la coalizione dovrebbe riconoscersi in alcuni obiettivi comuni: difendere il diritto internazionale e l’Ucraina, lavorare per una pace giusta e duratura, rafforzare l’iniziativa diplomatica, costruire le condizioni politiche per interrompere il conflitto e ridurre il rischio di un’escalation permanente.

Un programma comune, tuttavia, non può esaurirsi nella politica estera. Deve mettere in relazione sicurezza e welfare, ruolo dell’Europa e condizioni materiali delle persone, transizione ecologica e politica industriale, diritti e lavoro. È su questo terreno che una coalizione diventa qualcosa di più della somma delle sue forze. Solo se i partiti del centrosinistra non troveranno un accordo sul programma potrà rendersi necessario un federatore: non chi sceglie al posto delle forze politiche, ma chi assume il compito di costruire l’intesa che i partiti da soli non sono riusciti a trovare.

La scelta tra primarie e federatore non dovrebbe dunque essere dettata dal calcolo delle convenienze dei singoli partiti, ma dalla stessa domanda: c’è, o no, un programma condiviso su cui misurarsi? Se c’è, le primarie scelgono chi lo guida. Se non c’è, prima va costruito — anche con l’aiuto di chi può mediare tra le parti. Prima delle primarie viene il progetto. E prima della leadership viene la domanda a cui quel progetto deve rispondere: quale centrosinistra vogliamo, quale idea di Paese proporre agli italiani. Un campo che non trova questa risposta prima di cercare chi lo guidi rischia di scegliere un condottiero per una battaglia di cui nessuno ha ancora scritto le ragioni.

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