Preferenze: il tabù che il centrosinistra non può più permettersi

La bocciatura dell’emendamento di Fratelli d’Italia ha smascherato una riforma soltanto apparente. Ora il centrosinistra deve affrontare il nodo delle liste bloccate, della responsabilità degli eletti e del ricambio generazionale.

Mario TestaApprofondimenti
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ANSA

Il 14 luglio 2026 l’Aula della Camera ha bocciato, per un solo voto — 188 contrari e 187 favorevoli —, l’emendamento con cui Fratelli d’Italia, insieme a Noi Moderati e UDC e con il sostegno annunciato di Lega e Forza Italia, proponeva di reintrodurre le preferenze nella nuova legge elettorale.

Un voto segreto che ha aperto una crepa profonda nella maggioranza, con Giorgia Meloni a parlare di un’occasione persa e a invocare una riflessione interna, mentre le opposizioni esultavano e chiedevano le dimissioni del governo.

Ma vale la pena guardare al merito di quel testo prima ancora che al suo naufragio. L’emendamento di FdI non restituiva la scelta ai cittadini: prevedeva un sistema misto con capilista bloccati, decisi dai partiti, e la possibilità per l’elettore di esprimere fino a tre preferenze soltanto per i seggi restanti.

Un’impalcatura che, nella sostanza, lasciava ai partiti la certezza di eleggere comunque i propri fedelissimi come capilista, relegando le preferenze a un esercizio decorativo sugli ultimi seggi disponibili. Il centrosinistra ha fatto bene a esultare per la bocciatura: non soltanto ha respinto una presa in giro travestita da apertura democratica, ma ha reso plasticamente visibile la crisi che attraversa la maggioranza di Meloni.

Detto questo, il tema delle preferenze resta sul tavolo. E se nel centrodestra la spaccatura è ormai fin troppo pubblica, nel centrosinistra si preferisce non parlarne. È un errore, e sono diversi i motivi per cui bisognerebbe affrontarlo di petto.

C’è stato un tempo in cui i partiti avevano un’identità netta e mettere un segno sul simbolo bastava a riassumere l’orientamento dell’elettore. Oggi non è più così, né a destra né a sinistra.

Il Partito Democratico, nonostante il lavoro di Elly Schlein abbia spostato più a sinistra l’identità del partito rispetto alle passate segreterie, deve ancora risolvere ambiguità e divergenze interne su numerosi temi: dal sostegno al popolo palestinese e dai rapporti con Israele al salario minimo, fino alla “patrimoniale”. Le sue correnti interne si muovono su posizioni distanti e, talvolta, opposte.

Il risultato è che il cittadino, davanti a liste bloccate decise dal partito, non sa bene per cosa stia votando né quale indirizzo prenderanno davvero il partito e i futuri parlamentari eletti. Mettere una X su un simbolo che non racchiude un’identità chiara diventa un gesto sempre più difficile. È anche uno dei motivi per cui l’elettore si allontana dalle urne e perde interesse per chi occuperà i banchi del Parlamento.

C’è chi teme che le preferenze premino soltanto il politico più influencer o quello che investe maggiormente nella campagna elettorale, a scapito dell’esperienza e della qualità dei candidati. A questa obiezione si possono dare due risposte.

Primo: le liste bloccate non hanno mai impedito l’elezione di parlamentari più inclini allo spettacolo mediatico che a una politica solida e approfondita. Semmai, a rimetterci sono stati spesso i politici seri e preparati, ma meno egocentrici e meno attraenti sul piano dell’immagine.

Secondo: il problema non sono le preferenze, ma la funzione democratica dei partiti. Un partito che funzioni davvero farà di tutto, attraverso la campagna elettorale e non mediante la nomina dall’alto, per fare eleggere le persone che ritiene più valide, anche in presenza delle preferenze.

Non c’è nulla di più democratico della possibilità che il cittadino possa scegliere direttamente sulla scheda chi rispecchia meglio i propri ideali. Il partito può orientare, ma la decisione deve rimanere nel segreto dell’urna.

Un sistema che superi le liste bloccate assegna anche una responsabilità diretta agli eletti, chiamati a rispondere ai propri elettori invece di nascondersi nel calderone indistinto di un gruppo nel quale nessuno sembra rispondere dei programmi e delle aspettative disattese. L’elettore non è ingenuo e difficilmente tornerà a dare fiducia a chi l’ha tradita.

C’è infine una ragione generazionale. Da troppi anni cambiano i governi, ma non i parlamentari: le stesse facce, nella maggioranza come nell’opposizione, occupano gli stessi scranni da decenni. Questa assenza di ricambio generazionale non fa bene al Paese e non aiuta generazioni sempre più distanti dalla politica che le riguarda.

Il PD è oggi davanti a un bivio: continuare a essere la macchina che garantisce i soliti seggi alle solite persone oppure aprirsi al confronto, rinnovarsi e riavvicinare alle urne una base popolare che da tempo si sente esclusa dalla scelta dei propri rappresentanti.

Il voto del 14 luglio ha mostrato quanto sia ipocrita l’uso delle preferenze come specchietto per le allodole da parte della destra. Ma non basta smascherare l’ipocrisia altrui: bisogna avere il coraggio di affrontare lo stesso tema, con onestà, dentro casa propria.

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