La Polizia non ha bisogno di un generale
La sicurezza è una questione sociale: la sinistra ricostruisca il dialogo con i poliziotti, senza lasciare all’estrema destra il linguaggio della protezione.

ANSA
La cultura democratica dello Stato e dei suoi gruppi dirigenti si riconosce dal rapporto tra forza e libertà. La forza pubblica rende effettivi i diritti, non distribuisce patenti di appartenenza alla comunità nazionale. La polemica torinese su Vannacci non autorizza la cronaca schierata a porre l’intero sindacalismo sotto una «tela nera». Il Dipartimento ha escluso il valore dell’incontro come aggiornamento professionale. La democrazia permette di ascoltare tutti. Non obbliga a riconoscere maestri.
Il movimento democratico dei poliziotti rivendicò diritti, rappresentanza e dignità del lavoro dentro un’istituzione da aprire alla società. La legge 121 del 1981 tradusse quella battaglia nell’ordinamento civile e nelle libertà sindacali. Il poliziotto si affermò come lavoratore e cittadino. In questa storia il SIAP, sigla storica fra le prime tre per consistenza, riconosce le proprie radici. Della cultura liberale assumiamo il limite al potere e il pluralismo. Di quella socialdemocratica, la dignità del lavoro, i diritti e l’uguaglianza sostanziale. Di quella cattolico-popolare, la centralità di ogni persona, senza distinzioni di genere, religione o nazionalità. Ci ispira l’amore del prossimo di sant’Agostino. Ci vincola la solidarietà della Costituzione antifascista. Questi valori fondano una funzione pubblica che tutela anche chi non ci somiglia.
Tra questa cultura civile della sicurezza e quella politica di Vannacci non può esserci alcuna prossimità. L’omogeneità identitaria non risolve le fratture sociali. Rischia di trasformare la differenza in una colpa. Il sindacalismo democratico ha lavorato per avvicinare la Polizia ai cittadini, non per dividerli in categorie da allontanare. La nostra identità definisce ciò che dobbiamo garantire, non chi dobbiamo escludere. Il grado militare non conferisce una competenza universale. Rispettare le Forze armate significa riconoscerne la missione senza trasferirne automaticamente criteri e competenze alla sicurezza civile. Prevenire, investigare, soccorrere e tutelare il conflitto democratico richiedono preparazione specifica e coscienza del limite. Le periferie non sono territori nemici. Una manifestazione non è un fronte. La Polizia accerta responsabilità, non rastrella appartenenze.
Il limite al potere non indebolisce l’autorità. La distingue dall’arbitrio. Non impone di subire aggressioni per dimostrarsi democratici, né autorizza immunità dagli accertamenti. La dignità della divisa si difende chiedendo tutela per chi la indossa e responsabilità a chi ne tradisce la funzione. L’orgoglio per i colleghi con disabilità e per gli atleti paralimpici delle Fiamme Oro nasce da questo rispetto. Sono nostri colleghi, nostri fratelli e sorelle. Il loro valore non dipende dalle medaglie. La dignità precede la prestazione, la provenienza e l’utilità.
Le derive culturali che possono attraversare minoranze del mondo in uniforme non rappresentano l’identità della Polizia di Stato e del suo sindacalismo democratico. Possono però rivelare anche un disagio sociale ed economico. I poliziotti sono anche cittadini. Affrontano il costo della vita, la casa, il futuro dei figli e l’incertezza sociale. Il disagio non giustifica scorciatoie autoritarie. Ignorarlo non le contrasta. Ai ministri Piantedosi e Zangrillo va riconosciuta un’attenzione concreta al personale, con i rinnovi contrattuali e gli aumenti retributivi. Si aggiungono tutele professionali e legali più forti. Ma la realtà del bisogno è più immediata delle soluzioni. Le misure richiedono attuazione e fruibilità. I risultati non cancellano il disagio, né un contratto risolve ogni fragilità.
A una parte della sinistra poniamo una domanda culturale, non elettorale. Perché separare i diritti dalle istituzioni che li rendono esigibili, la protezione sociale dalla sicurezza, il lavoratore dalla funzione pubblica che esercita? Il poliziotto non esce dal mondo del lavoro quando indossa la divisa. Chi ha meno risorse paga di più la rinuncia a una strada, a un mezzo pubblico, a uno spazio comune. Una sinistra che lasci all’estrema destra il linguaggio della protezione consegna ad altri una parte della questione sociale. Non deve imitarne le risposte, ma formularne di proprie, distinguendo il bisogno legittimo dalla sua strumentalizzazione autoritaria.
Bersani seppe incontrare i lavoratori della Sicurezza e della Difesa nella loro pluralità. Sicurezza pubblica e urbana, pensioni, specificità, dignità professionale, conflitto e fragilità erano materie di confronto. Nella stagione di «Italia Bene Comune» non si chiedevano conversioni. Si riconoscevano interlocutori. È un metodo, non nostalgia. Una parte della sinistra ha interrotto quel dialogo, diversamente da quanto ha fatto Forza Italia con la Consulta Sicurezza e le iniziative per Azzurra Libertà. Eppure, è parte integrante del Partito Popolare Europeo, che con socialdemocratici e liberali ha costruito la maggioranza a sostegno della Commissione europea.
Da questo emerge il limite dei gruppi dirigenti. Il dialogo interrotto al cambio di fase non è diventato patrimonio politico. Dirigere non significa presidiare un organigramma o parlare solo a chi ti vota, ma comprendere anche esperienze estranee alla propria cultura e tradurle in proposta. Denunciare una presenza sgradita non ricostruisce una presenza mancata. Le interrogazioni parlamentari non sostituiscono il lavoro nella società. I poliziotti non sono una riserva elettorale, hanno memoria, contenuti e confini. Dialoghiamo con governo e opposizioni senza delegare la rappresentanza. La politica non deve cercare una polizia che le somigli, ma riconoscere nella Polizia civile e democratica una conquista da sostenere. La Polizia non ha bisogno di un generale. Ha bisogno di istituzioni solide che le consentano di servire la comunità secondo la Costituzione.
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