Politica e società: ritrovare un baricentro per ricomporre i conflitti

Il rapporto tra capitale e lavoro come baricentro per collegare i conflitti, costruire egemonia e restituire alla politica una lettura unitaria della società.

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ANSA

La società contemporanea ci appare sempre più frammentata. Immigrazione, sicurezza, salari, casa, transizione ecologica, diritti civili, sanità, giovani, pensioni: il dibattito pubblico sembra articolarsi attorno a una successione di questioni che si sviluppano secondo logiche autonome, come se ciascuna di esse esistesse indipendentemente dalle altre. La realtà finisce così per essere rappresentata come una semplice somma di problemi distinti, ognuno dei quali richiederebbe una risposta specifica, senza che emerga una chiave capace di restituirne un’immagine complessiva.

Eppure la frammentazione potrebbe non appartenere alla società in quanto tale, ma al modo in cui siamo abituati a leggerla. Perfino una società liquida, caratterizzata da legami più deboli e identità meno stabili, continua a costituire un sistema di relazioni perché la complessità non coincide necessariamente con la frammentazione. Ciò che sembra essersi smarrito, piuttosto, è la capacità di coglierne i nessi.

Se questa lettura è fondata, sarebbe necessario fare un salto dal piano sociologico a quello politico. La questione non riguarda soltanto il funzionamento della società, ma il modo in cui la società viene interpretata politicamente. È ancora possibile ricondurre la pluralità dei conflitti a una lettura unitaria della realtà? Oppure la frammentazione costituisce ormai una caratteristica inevitabile della società contemporanea?

Prima ancora di amministrare l’esistente o di competere sul terreno elettorale, la politica interpreta la società. Ogni tradizione politica si fonda su alcuni principi interpretativi attraverso i quali organizza la comprensione della realtà. Tali principi possono assumere forme molto diverse: una concezione dell’individuo, della comunità, dello Stato, della nazione, della libertà oppure, in alcune tradizioni teoriche, un determinato rapporto sociale. È a partire da questi principi che i fenomeni vengono collegati tra loro, vengono individuate le cause dei conflitti e prende forma una determinata idea di trasformazione o di conservazione dell’ordine esistente.

Per questa ragione, tradizioni politiche differenti possono osservare gli stessi fenomeni e giungere a conclusioni profondamente diverse. Non cambiano i fatti. Cambia il principio interpretativo attraverso cui quei fatti vengono letti. È questo principio a determinare quali conflitti appaiano centrali, quali rapporti risultino decisivi e quali soggetti siano chiamati a svolgere un ruolo storico. In questo senso, il principio interpretativo costituisce la categoria generale attraverso cui una teoria politica legge la realtà.

Talvolta, tuttavia, esso assume una forma particolare: quella di un rapporto sociale. Quando accade, sembra emergere l’esigenza di una categoria ulteriore. Può essere utile chiamare baricentro quel rapporto sociale attraverso cui una tradizione politica organizza il significato degli altri conflitti e interpreta la società nel suo complesso.

Tra le grandi tradizioni politiche moderne, il marxismo costituisce una delle espressioni più compiute di questa impostazione, poiché assume il rapporto tra capitale e lavoro come principio interpretativo della società capitalistica. Ma perché proprio il rapporto tra capitale e lavoro, e non un altro, può assumere la funzione di principio interpretativo della società capitalistica?

Per rispondere a questa domanda è necessario chiarire quale criterio consenta a un rapporto sociale di assolvere tale funzione. La risposta non può consistere in una semplice preferenza teorica né, tanto meno, in una graduatoria morale dei conflitti. Se così fosse, il concetto stesso di baricentro perderebbe qualsiasi utilità analitica.

Un rapporto sociale può assolvere questa funzione quando la sua trasformazione modifica anche le condizioni entro cui si sviluppano molti altri rapporti sociali. In altri termini, quando non rappresenta soltanto uno dei molteplici aspetti della società, ma contribuisce a organizzarne la struttura complessiva. La sua centralità non deriva dunque da una presunta superiorità rispetto agli altri conflitti, bensì dalla capacità di incidere sull’insieme delle relazioni che costituiscono una determinata formazione sociale. Il criterio, quindi, non riguarda il contenuto del rapporto sociale, ma la funzione che esso svolge nell’organizzazione della società.

Per Marx il modo di produzione non coincide semplicemente con la sfera economica. Esso designa l’insieme dei rapporti materiali attraverso cui una società produce e riproduce le proprie condizioni di esistenza. All’interno del modo di produzione capitalistico, il rapporto tra capitale e lavoro occupa una posizione peculiare, poiché organizza il modo in cui la ricchezza viene prodotta e distribuita. È da questa struttura che prendono forma le istituzioni politiche, il diritto, la cultura e, più in generale, l’organizzazione della vita sociale.

Emerge, tuttavia, una questione che il capitalismo contemporaneo rende sempre più rilevante. Lo sviluppo delle piattaforme digitali, dell’economia dei dati e di nuove modalità di valorizzazione del capitale solleva infatti l’interrogativo se il rapporto tra capitale e lavoro, nella sua formulazione classica, sia ancora sufficiente a spiegare l’insieme dei processi attraverso cui il capitale si valorizza. Si tratta di una questione teorica che richiederà un’analisi specifica.

Entro il quadro sin qui delineato, tuttavia, può sorgere un’obiezione. Se ciò che conta è la capacità di un rapporto sociale di organizzare l’interpretazione degli altri conflitti, perché non assumere, ad esempio, l’immigrazione come principio interpretativo della società contemporanea? Non è forse attraverso di essa che una parte significativa del dibattito pubblico interpreta oggi la sicurezza, la crisi del welfare, la pressione salariale o il disagio delle periferie?

L’obiezione permette di precisare ulteriormente il criterio. Un rapporto sociale non assume questa funzione perché viene utilizzato per spiegare molti fenomeni, ma perché la sua trasformazione modifica le condizioni materiali entro cui quei fenomeni si sviluppano. L’immigrazione può certamente diventare il principio interpretativo di una determinata tradizione politica. Tuttavia, la riduzione o l’aumento dei flussi migratori non trasformano, di per sé, il modo di produzione capitalistico né il rapporto sociale che organizza la produzione e la distribuzione della ricchezza. La trasformazione del rapporto tra capitale e lavoro, al contrario, modifica le condizioni materiali entro cui si sviluppano anche molti altri conflitti.

È per questa ragione che intervenire sul rapporto tra capitale e lavoro significa modificare le condizioni entro cui si sviluppano molti altri rapporti sociali. Da qui derivano mutamenti nella distribuzione della ricchezza, nell’accesso ai diritti e, più in generale, negli equilibri di potere che attraversano la collettività. È questa capacità di produrre effetti ben oltre il proprio ambito immediato, riorganizzando le condizioni entro cui si sviluppano molti altri rapporti sociali, a fare del rapporto tra capitale e lavoro il principio interpretativo del marxismo.

Ciò non significa che ogni forma di oppressione possa essere ricondotta meccanicamente a un’unica causa. Le discriminazioni di genere, il razzismo, la crisi ambientale, le battaglie per i diritti civili e le altre forme di dominio possiedono una relativa autonomia storica, culturale e politica. Questo non esclude, tuttavia, che esse si sviluppino all’interno di una determinata struttura materiale della società, con la quale interagiscono continuamente e dalla quale sono, almeno in parte, condizionate.

Il rapporto tra capitale e lavoro costituisce, dunque, il baricentro del marxismo non perché classifichi i conflitti secondo una graduatoria di importanza, ma perché è il rapporto sociale che, all’interno della teoria marxista, organizza l’interpretazione della società capitalistica.

Il baricentro organizza; non classifica.

Un baricentro, però, per quanto teoricamente coerente, non produce effetti politici per il solo fatto di essere formulato. Per comprenderne la funzione è sufficiente osservare come persone diverse possano interpretare in modo radicalmente differente gli stessi fenomeni sociali.

Immaginiamo due persone che discutono dei principali problemi del Paese: salari bassi, difficoltà di accesso alla casa, liste d’attesa nella sanità pubblica, insicurezza nei quartieri popolari e immigrazione. Entrambe riconoscono l’esistenza di questi problemi. Divergono, però, nel modo di metterli in relazione.

Per la prima persona, il filo che li unisce è il rapporto tra capitale e lavoro. I salari ristagnano perché il lavoro ha progressivamente perso forza contrattuale; la casa diventa meno accessibile perché cresce la concentrazione della ricchezza; il definanziamento della sanità riflette precise scelte nella distribuzione delle risorse pubbliche; perfino l’immigrazione viene letta anche in relazione agli effetti che produce sul mercato del lavoro e sui rapporti di forza tra capitale e lavoro.

La seconda persona osserva gli stessi fenomeni, ma li organizza attorno a una diversa chiave interpretativa. L’immigrazione diventa la causa principale della pressione sui salari, della competizione per l’accesso ai servizi pubblici, dell’insicurezza urbana e delle difficoltà del welfare.

I problemi sono gli stessi. Cambia il baricentro attraverso cui vengono interpretati.

Se questa interpretazione rimane confinata all’interno di una teoria politica, la sua capacità di incidere sulla società sarà inevitabilmente limitata. Se invece riesce a organizzare il modo attraverso cui una parte della società interpreta i propri problemi, allora quel baricentro cessa di appartenere esclusivamente alla teoria e diventa parte del senso comune. È questo passaggio che rende possibile la costruzione dell’egemonia.

Se fin qui il baricentro è stato considerato come una categoria della teoria politica, occorre ora comprendere in che modo esso possa tradursi in una forza storica.

Un principio interpretativo non produce effetti politici per il solo fatto di essere formulato sul piano teorico. Per orientare concretamente l’azione politica deve riuscire a organizzare anche il senso comune di un’epoca. Solo allora cessa di appartenere esclusivamente alla teoria e diventa il modo attraverso cui una parte significativa della società interpreta spontaneamente i propri conflitti.

È proprio questo passaggio che richiama la nozione gramsciana di egemonia. Ciò che Gramsci chiamava “senso comune” non coincide con un sapere ingenuo o privo di coerenza, ma con quell’insieme sedimentato di rappresentazioni della realtà che orientano la vita sociale senza essere più percepite come teoria. Da questa prospettiva, l’egemonia può essere letta come la capacità di rendere un determinato principio interpretativo il criterio ordinario attraverso cui una società comprende se stessa.

La storia politica recente mostra con chiarezza questo processo. Negli ultimi decenni le società occidentali hanno continuato a essere attraversate da precarizzazione del lavoro, crescita delle disuguaglianze, difficoltà nell’accesso alla casa, crisi dei sistemi di welfare e diffuse condizioni di insicurezza sociale. Questi problemi non sono scomparsi. È cambiato il modo di interpretarli.

Una parte della destra ha progressivamente costruito un sistema interpretativo capace di ricondurre fenomeni molto diversi a un medesimo baricentro. L’immigrazione, inizialmente uno dei tanti temi del dibattito pubblico, è diventata progressivamente la chiave attraverso cui leggere una pluralità di problemi: la stagnazione dei salari, la crisi dei servizi pubblici, il disagio delle periferie, l’aumento della criminalità, perfino il declino economico del Paese.

Esperienze politiche differenti, come il trumpismo negli Stati Uniti, il sovranismo europeo, l’azione politica di Matteo Salvini in Italia e, più recentemente, quella di Roberto Vannacci, mostrano con chiarezza questa operazione culturale. Non viene negata l’esistenza dei problemi sociali. Cambia il rapporto attraverso cui essi vengono interpretati e collegati tra loro. Cambiando il baricentro dell’interpretazione, cambiano anche i soggetti ritenuti responsabili delle difficoltà economiche e sociali e, di conseguenza, le soluzioni che appaiono naturali o politicamente praticabili.

È proprio in questo modo che un baricentro può conquistare il senso comune e trasformarsi in un progetto egemonico. L’egemonia, infatti, non consiste semplicemente nella capacità di prevalere sul piano elettorale, ma nel riuscire a rendere il proprio baricentro il criterio attraverso cui una parte significativa della società interpreta la realtà.

Abbiamo visto che un progetto egemonico prende forma quando una determinata interpretazione della società riesce a diventare il modo attraverso cui una parte significativa della collettività legge i propri conflitti. Resta tuttavia una questione da affrontare. Che cosa comporta tutto questo sul piano della politica?

Se ogni progetto politico si fonda su una lettura della società, è lecito domandarsi che cosa accada quando tale capacità interpretativa venga meno. Una forza politica può continuare a partecipare alle competizioni elettorali, amministrare istituzioni, elaborare programmi e prendere posizione sui principali temi del dibattito pubblico. Eppure qualcosa di essenziale può progressivamente smarrirsi. Non la presenza sulla scena politica, ma la capacità di ricondurre la pluralità dei conflitti a un medesimo principio interpretativo.

I problemi continuano a essere affrontati, ma sempre più spesso come questioni reciprocamente indipendenti. Il lavoro viene separato dall’ambiente, la questione sociale dai diritti civili, la casa dalla salute, la sicurezza dall’organizzazione economica. Ogni tema conserva la propria rilevanza, ma perde il rapporto che lo collegava agli altri. La questione decisiva, però, non è se la politica continui a interpretare la società. Ogni politica lo fa. La differenza riguarda la capacità ricompositiva dell’interpretazione che propone.

La frammentazione torna allora a manifestarsi. Non più come caratteristica della società, bensì come caratteristica della politica. Una politica frammentata non è quella che si occupa di molti problemi. È quella che non riesce più a ricondurli entro una medesima lettura della realtà.

Se però non tutti i conflitti svolgono il medesimo ruolo all’interno di un progetto politico, diventa utile disporre anche di una categoria che consenta di distinguerne la funzione. Da questa prospettiva, una possibile distinzione tra funzione verticale e funzione orizzontale non descrive due categorie di conflitti, né proprietà intrinseche degli stessi. Descrive, piuttosto, le diverse funzioni che un progetto politico può attribuire ai conflitti nell’organizzare la propria interpretazione della società.

Un progetto politico attribuisce una funzione verticale ai conflitti che investono direttamente il rapporto sociale assunto come proprio baricentro. Attribuisce invece una funzione orizzontale a quei conflitti che, pur conservando una propria autonomia storica e politica, vengono ricondotti entro quella medesima interpretazione e trovano in essa il proprio significato complessivo.

La distinzione non stabilisce una gerarchia di importanza tra i conflitti. Riguarda esclusivamente la diversa funzione che essi assumono nella costruzione di un progetto politico.

La differenza può essere chiarita attraverso un esempio. Una battaglia contro la discriminazione di genere sul lavoro può essere interpretata come una rivendicazione autonoma, limitata alla rimozione di una specifica forma di disuguaglianza. Può però anche essere ricondotta entro un’interpretazione più ampia della società, nella quale quella stessa discriminazione viene letta anche in rapporto al modo in cui il lavoro, il reddito e il potere risultano distribuiti. Il conflitto rimane il medesimo. Ciò che cambia è la funzione che esso assume all’interno del progetto politico. Il compito di un progetto politico egemonico non è ridurre i conflitti a uno, bensì mostrarne le connessioni a partire da una lettura comune della società.

Se la frammentazione della politica nasce dalla perdita di una capacità ricompositiva dell’interpretazione, la sua ricostruzione non può consistere nella semplice moltiplicazione delle rivendicazioni. Ricomporre non significa aggiungere temi a temi. Significa restituire ai diversi conflitti il rapporto che li rende intelligibili come parti di una medesima realtà sociale.

Le battaglie per il lavoro, contro il razzismo, per la giustizia ambientale, per l’uguaglianza di genere, per il diritto alla salute, all’istruzione o all’abitazione non perdono la propria autonomia. Al contrario, è proprio il riconoscimento della loro specificità a rendere necessaria una lettura capace di coglierne le connessioni. La ricomposizione non avviene dunque sul terreno delle singole rivendicazioni, ma nell’interpretazione che consente di comprenderle come espressioni differenti di una medesima realtà sociale. Solo così la pluralità dei conflitti può trasformarsi in un progetto politico, anziché ridursi a una semplice coesistenza di istanze particolari.

La politica torna così a distinguersi da una semplice amministrazione dell’esistente. La sua specificità consiste nella capacità di costruire un’interpretazione della società entro cui i diversi conflitti acquistano un significato reciproco. Da questa interpretazione deriva il programma, non il contrario.

Possiamo così tornare alla domanda da cui siamo partiti. La società contemporanea appare realmente frammentata oppure è la politica ad aver progressivamente smarrito la capacità di interpretarne unitariamente i conflitti?

Se l’ipotesi sviluppata in queste righe è fondata, il problema della politica contemporanea non consiste nella presenza di troppi conflitti, ma nella difficoltà di ricondurli entro un principio interpretativo comune. Non è la pluralità a impedire la costruzione di un progetto politico. È la perdita della capacità di organizzarla.

Ricostruire questa capacità non è un esercizio puramente teorico. Significa tornare a proporre un’interpretazione della società capace di ricomporre la pluralità dei conflitti entro un medesimo principio interpretativo, senza per questo negarne l’autonomia. Significa, in altri termini, restituire alla politica il compito che le è proprio: non amministrare separatamente le conseguenze della realtà sociale, ma costruire un’interpretazione capace di renderle reciprocamente intelligibili.

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