Politica e cultura: alleanza indispensabile per la sinistra del futuro

Sossio BarraBattaglia delle Idee
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ANSA

Politica e cultura in un tempo non molto lontano rappresentavano un’unione assolutamente necessaria. Erano un modo per garantire al cittadino la necessità dell’azione politica. In altre parole, erano la stessa cosa. La politica si nutriva della cultura e viceversa. Non è un caso, ad esempio, che Palmiro Togliatti per tenersi allenato amava tradurre di buon mattino le opere di Marx dal tedesco all’italiano. Una roba impensabile al giorno d’oggi ma che impone a tutti noi una riflessione profonda sulle ragioni del decadimento della politica. E non è nemmeno un caso il fatto che una politica spoglia della sua proprietà culturale allontani il cittadino dal voto. Andiamo con ordine.

Dinanzi a questa prospettiva incarnata al meglio dalla destra (basti pensare all’irrilevanza italiana nello scenario dell’attacco di Trump all’Iran e al teatrino tragicomico targato Tajani-Crosetto su Dubai) cosa può mettere in campo il centrosinistra? È evidente che se da una parte il governo della premier Meloni espone il Paese a solenni figuracce anche e soprattutto figlie di una classe dirigente non all’altezza della nostra storia, dall’altra parte per il fronte progressista si aprono praterie. Autostrade. Il Campo Largo utilizzi la cultura come strumento indispensabile della sua azione politica. Prendendo come esempio i gloriosi leader politici della Prima Repubblica e di gran parte della Seconda Repubblica che hanno reso autorevole in tutto il mondo il nostro Paese. La cultura crea fascino e attira il cittadino che, sentendosi “protetto” dal politico competente, si sentirebbe tranquillo ad affidargli le chiavi del proprio futuro. Dunque, un conto è fare politica con l’uso della forza, della propaganda e delle urla. E un conto è offrire una prospettiva culturale che funga da “megafono” delle proprie idee. Ed è quest’ultimo aspetto la bussola che il cittadino deluso dalla politica vuole cogliere per migliorare le proprie condizioni di vita. Un vero e proprio richiamo della foresta atteso da tanto, troppo tempo. Del resto, quando l’Italia era rappresentata da Berlinguer, da Moro, da Pertini o, qualche anno più tardi, da D’Alema, da Amato o da Dini il corpo elettorale votava in massa proprio perché attratto dalla statura dei leader citati. Ma costoro erano principalmente uomini di immensa cultura che attiravano le masse popolari alle urne.

Giusto per fare qualche esempio, nel 2022 si è recato al voto il 63,9% degli aventi diritto pari a circa 29 milioni di italiani. Nel 1996 votò l’82% del popolo italiano, ovvero poco più di 40 milioni di italiani. E ci fermiamo qui per non arrivare alle calende greche. I numeri non sono opinioni. È sufficiente questo salto indietro nel tempo per comprendere che una politica che recupera la sua proprietà ideologica “convince” il corpo elettorale. Acquista un ruolo guida nella società. Orienta l’opinione pubblica. Stimola le nuove generazioni allo studio e all’importanza dell’impegno civile. Altrimenti, giusto per offrire un parallelismo dei nostri tempi, i giovani di tutta Italia non sarebbero scesi nelle piazze a difesa di Gaza e della Flotilla. Oppure non avrebbero votato al referendum sui 5 quesiti dello scorso anno. Perché accade tutto questo? Molto semplice. Alla radice di tutto ciò emerge un richiamo puramente ideologico. E l’ideologia è cultura. Soprattutto se legata a una prospettiva di crescita del Paese. Fino a qualche anno fa il mondo della scuola era un contenitore elettorale storicamente legato al centrosinistra. Famiglie, docenti, personale amministrativo. Gente di cultura che aveva visto nella sinistra (anche di governo) il futuro del proprio settore.

Un popolo che ha smesso di credere nel fronte progressista preferendo l’astensione quando non ha più riconosciuto i valori culturali nei quali si era formato. Addirittura, negli ultimi anni il mondo della scuola non è stato la priorità nell’agenda di governo diventando sempre più un luogo in cui, in sostanza, si è precari a vita. E se si è fortunati la stabilizzazione arriva a 50 anni dopo anni di studio o di contratti a termine in giro per l’Italia con stipendi da fame. Una roba che non sta in piedi. Risultato? La formazione servita per lavorare nelle istituzioni scolastiche si trasforma in uno strumento attraverso cui, con le prospettive citate, un uomo e una donna non potranno mai comprare casa e mettere su famiglia. Ed ecco che lo studio, e quindi la cultura, non sarà in grado di dare dignità alle persone. In questo scenario per il centrosinistra occorre “ripristinare” la cultura come alternativa di governo alla destra. La teoria per cui la politica deve soltanto risolvere i problemi come se fosse un amministratore di condominio è fallita. Sotto ogni punto di vista. Il popolo negli anni ha reagito a questa degenerazione disertando le urne. Dunque, la protesta non è svanita. Ma semplicemente non vede più nella politica il principale ostacolo del futuro della società. Anzi. Ritiene che per tornare grandi nel mondo occorra il primato della politica. La rotta è segnata. Tocca alla sinistra riconquistare il ceto medio in subbuglio per tornare al governo.