Piketty e la disuguaglianza nel capitalismo del XXI secolo

Nel secondo capitolo della nostra indagine ripartiremo dalla crisi finanziaria globale del 2008 per prendere in esame soprattutto il tentativo di rilettura complessiva del capitalismo a opera di Thomas Piketty.

Nicola OddatiApprofondimenti
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La crisi finanziaria globale del 2008 ebbe il suo apice nel crollo di una delle più famose e potenti banche d’affari del mondo, la Lehman Brothers.

In un clima di tassi di interesse molto bassi, finalizzati a incentivare il ricorso al credito soprattutto per favorire il mercato immobiliare, si era creata una bolla creditizia e immobiliare che coinvolgeva buona parte della classe media e medio-alta americana.

Una miriade di titoli di poco valore e di mutui senza garanzie, che finivano in prodotti finanziari sempre più occulti e venduti con altrettanta facilità, aveva alimentato una bolla destinata a esplodere con effetti rovinosi.

Quando, nel 2006, la Federal Reserve iniziò ad alzare i tassi di interesse per frenare l’inflazione e riportare un minimo di razionalità, le rate dei mutui, tutti a tasso variabile, inevitabilmente salirono. Crebbe anche l’insolvenza di molti debitori subprime.

Contemporaneamente, l’eccesso di offerta nel mercato immobiliare fece crollare anche l’unico possibile ancoraggio reale dei mutui. Fu una catena rovinosa, una catastrofe ben descritta anche da molti film.

Memorabile il monologo di Gordon Gekko, interpretato da Michael Douglas, nel sequel di Wall Street. Si tratta della spiegazione più rapida, brutale ed efficace del sistema drogato — Gekko la definisce «finanza dopata» — che aveva prodotto quell’enorme catastrofe.

Più i debitori non pagavano, più perdevano contemporaneamente valore i titoli e gli immobili. I prodotti finanziari come MBS e CDO si mostrarono per quello che erano: spazzatura.

Si trattava di titoli detenuti da banche di tutto il mondo e diventati improvvisamente «tossici». La crisi del mercato immobiliare americano finì così per trasformarsi in una crisi bancaria e finanziaria globale.

Le banche cominciarono a non fidarsi più l’una dell’altra e smisero di prestarsi denaro, cercando una salvezza che in molti casi risultò impossibile. Si determinò un credit crunch: il blocco del credito verso imprese e famiglie, con il conseguente crollo dei consumi e degli investimenti.

Il panico si scatenò quando il governo degli Stati Uniti decise di non operare il salvataggio di Lehman Brothers. D’altra parte, come avrebbe potuto? Era perfino impossibile calcolare l’entità della perdita.

Fu il segnale che nessuno poteva sentirsi al sicuro e che un’altra grande depressione, dopo quella del 1929, si sarebbe abbattuta sul mondo occidentale.

Vi furono diverse letture della crisi. Tuttavia, come sempre avviene durante le crisi del capitalismo, tornarono in auge le politiche di stampo keynesiano, dopo decenni durante i quali erano state del tutto oscurate.

Economisti come Paul Krugman, Joseph Stiglitz e Olivier Blanchard spinsero i governi a stimolare la domanda e a mettere in campo risorse e spesa pubblica per aiutare imprese e cittadini a superare la gravissima crisi recessiva.

Il governo degli Stati Uniti guidato da Barack Obama, appena insediato, approvò il Recovery and Reinvestment Act nel 2009, stanziando 831 miliardi di dollari di spesa pubblica.

In Australia fu varato il Nation Building and Jobs Plan, da 42 miliardi di dollari australiani, e perfino in gran parte dell’Europa la risposta fu di sostegno alla domanda e agli investimenti.

Ovviamente, la destra e il pensiero liberista, ispirato alle teorie monetariste, sostennero che tutto questo avrebbe portato inevitabilmente alla crescita del debito pubblico.

È il pendolo del capitalismo. Da un lato, consumi e bisogni; dall’altro, conti in ordine.

Occorreva una rilettura complessiva del sistema, del suo funzionamento, dei suoi limiti e dei suoi problemi.

Molti economisti diedero un grande contributo alla reinterpretazione dell’economia. Da Krugman a Stiglitz, dalla suggestione di Rifkin sull’Internet delle cose al grande sociologo italiano Domenico De Masi, che con un’opera monumentale intitolata «Mappa Mundi» provò a leggere la crisi mondiale come un’opportunità per colmare il divario e la disuguaglianza nella distribuzione delle risorse territoriali e sociali.

L’opera più ambiziosa e sistematica, che cerca di ridefinire il capitalismo del nuovo millennio, appare quella di un brillante e ancora giovane economista francese che nel 2013 pubblicò, parafrasando Marx, «Il capitale nel XXI secolo».

Quando pubblicò quest’opera imponente, Piketty aveva 42 anni. Il giovane economista e accademico francese ebbe l’ambizione di mettere in campo un lavoro sistematico, capace di spiegare le tendenze del capitalismo attuale sulla base del suo andamento storico.

Piketty, infatti, a corredo delle proprie idee, prese in esame e analizzò una grande quantità di dati e statistiche sui principali indicatori economici e sul loro andamento in circa tre secoli di sistema capitalistico.

La sua tesi di fondo è che il capitalismo, che pure ha dei meriti ed è il sistema economico che funziona meglio e appare più compatibile con la democrazia politica, genera inevitabilmente disuguaglianza e ingiustizia sociale.

Non si tratta, per l’economista francese, di un incidente di percorso o di una cattiva applicazione del sistema, ma di un dato intrinseco e connaturato al sistema stesso.

Al centro del suo libro vi è una formula, una formula magica che spiega la crescente disuguaglianza generata dall’economia capitalistica: r > g, dove r indica la rendita finanziaria e g la produzione reale.

Questa semplice formuletta ci dice che il tasso di rendimento del capitale, r, che comprende interessi, dividendi, rendite immobiliari e profitti, cresce più dell’aumento dei redditi generati dalla produzione, g.

In sostanza, la rendita cresce più della produzione reale. La rendita finanziaria, che è già nelle mani dei capitalisti e dei ricchi, aumenta maggiormente ed è più conveniente della crescita del reddito generata dalla produzione reale di merci.

La conseguenza immediata e diretta di questa formula, empiricamente verificata nel tempo, è che l’economia finanziaria finisce per impossessarsi del sistema economico e rende più marginale l’economia reale.

In fondo, già Keynes e Marx avevano previsto questo andamento e ipotizzato un processo di accumulazione che avrebbe avvantaggiato i «rentiers». Avevano inoltre compreso, Keynes in modo ovviamente più chiaro, l’enorme potenza della funzione meramente speculativa della moneta.

Storicamente, la crescita della rendita finanziaria segue un incremento annuo che si assesta tra il 4 e il 5%, mentre la crescita della produzione, nei periodi favorevoli, si attesta all’incirca tra l’1 e il 2% su base annua.

Chi possiede molto capitale aumenta la propria ricchezza più velocemente e in proporzione maggiore rispetto a chi lavora, determinando una crescente concentrazione della ricchezza in un numero sempre più ridotto di mani.

Vi sono state fasi della storia economica del mondo occidentale nelle quali l’economia reale ha potuto trascinare la crescita e rendere possibile un riequilibrio sociale. Sono state le due guerre e la Grande depressione a cavallo dei due conflitti.

Situazioni eccezionali, che hanno comportato politiche espansive di sostegno alla domanda e durante le quali il costo del denaro, e dunque la rendita finanziaria, sono stati più bassi.

Tuttavia, la tendenza naturale del capitalismo, nelle sue fasi di normalità, è quella della concentrazione del reddito e della disuguaglianza sociale.

Piketty confuta la tesi di Simon Kuznets, sintetizzata nella sua nota «curva», secondo la quale la disuguaglianza tenderebbe spontaneamente a diminuire con lo sviluppo economico.

Quante volte abbiamo sentito questo argomento anche da politici di sinistra? L’idea puramente quantitativa della crescita si è impossessata anche del pensiero riformista o riformatore, che ha finito per accoglierla in modo piuttosto acritico.

Non vi è dubbio che sia necessario provare a far crescere l’economia reale e, con essa, i redditi generati dalla produzione. Questo, però, non avviene spontaneamente, perché la tendenza storica, empirica ed endogena del sistema capitalistico è un’altra. Occorrono scelte politiche e strategie.

Secondo Piketty — ma è una tesi sostenuta anche da altri pensatori economici come Krugman e Stiglitz —, nel nuovo millennio il capitalismo ha riassunto una struttura patrimoniale, nella quale la ricchezza ereditata svolge un ruolo determinante.

Il patrimonio netto complessivo di un Paese è molto più alto del suo reddito nazionale, fino a sei o sette volte il PIL. La mobilità sociale si riduce, mentre la ricchezza non soltanto si conserva, ma cresce sempre di più in poche mani.

Ogni discorso relativo ai meriti e ai bisogni, al talento e all’innovazione, finisce per scontrarsi con questa realtà inoppugnabile.

Ovviamente, vi sono casi nei quali talenti straordinari nel campo della tecnica e della scienza, anche attraverso operazioni visionarie, sono riusciti a imporsi all’interno di un sistema sostanzialmente poco mobile e poco penetrabile. Ma sono casi. Non generano una tendenza.

Alla fine della sua opera, Piketty propone alcune soluzioni a questa situazione. Il brillante economista francese, a differenza di Marx, non preconizza un crollo.

Il sistema capitalistico è abile nel trasformarsi per rimanere in sella, come si è visto nelle numerose fasi di crisi. Tuttavia, l’ineguaglianza finisce per essere un grande problema, perché produce malcontento, disillusione, conflitti e insicurezza sociale e urbana.

Non soltanto la disuguaglianza è ingiusta in sé e, come tale, deve essere combattuta, ma è anche un tarlo nell’ingranaggio dell’economia.

La leva principale proposta da Piketty è quella fiscale. Sarebbe necessaria un’imposta globale progressiva sul capitale.

L’idea di Piketty è quella di una tassa annuale sul patrimonio netto, che può funzionare soltanto se decisa a livello mondiale o comunque sovranazionale, per evitare la continua e ricorrente fuga verso i paradisi fiscali.

Una maggiore trasparenza finanziaria, resa possibile già nel 2013 dai processi informatici e digitali, consentirebbe di monitorare costantemente la ricchezza e di limitare i rischi di evasione fiscale.

Infine, Piketty propone un aumento della tassazione progressiva sui redditi più alti, per accrescere il gettito e riequilibrare i salari da lavoro dipendente.

Il grande merito di Piketty è stato quello di comprendere e raccontare una tendenza in fondo autodistruttiva del capitalismo. Un sistema che genera disuguaglianze crescenti finisce per produrre anche instabilità, paure e disagi.

Soprattutto, richiede l’intervento della politica e delle istituzioni, che devono esercitare un ruolo attivo attraverso politiche di regolazione e riequilibrio.

A lungo la politica, compresa quella della sinistra europea e mondiale, ha subito il fascino degli incantatori di serpenti che, dopo il crollo del Muro di Berlino, avevano teorizzato la vittoria finale del capitalismo.

Il ruolo di economisti come Piketty è stato quello di risvegliarci dal canto delle sirene, di farci guardare negli occhi le ingiustizie crescenti e di spingere la politica a cercare nuove soluzioni.

Tuttavia, possiamo dire che dopo l’opera di Piketty è accaduto molto altro e che la rapidità con la quale il capitalismo si evolve e si trasforma ha aperto nuove e grandi sfide.

Forse la più significativa è che la concentrazione della ricchezza accompagna il dominio dei pensieri, ottenuto attraverso la concentrazione in poche mani dei dati e delle immagini della nostra vita.

Il capitalismo del XXI secolo è, per dirla con Shoshana Zuboff, il capitalismo della sorveglianza. Ne parleremo nel prossimo articolo di questa piccola indagine.

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