Pietro Ingrao e il dubbio come patria

A cinquant’anni dall’elezione alla Camera, Pietro Ingrao resta una lezione viva di democrazia, dissenso e dubbio contro ogni dogma della politica italiana.

Stefano VanziniBattaglia delle Idee
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Il 5 luglio di cinquant’anni fa Pietro Ingrao veniva eletto presidente della Camera dei deputati. Il Paese usciva da elezioni decisive, il PCI aveva raggiunto il suo massimo consenso, la democrazia italiana viveva tra terrorismo, crisi, speranza, compromesso, rottura.

Che proprio allora la terza carica dello Stato fosse affidata per la prima volta a un comunista non fu un dettaglio istituzionale. Fu un fatto politico e civile. La Repubblica riconosceva una parte enorme del suo popolo. E quella parte, con Ingrao, entrava nelle istituzioni non per occuparle, ma per servirle.

Ingrao era nato a Lenola, il 30 marzo 1915. Una piccola città della nostra provincia di Latina, oggi spesso raccontata solo come roccaforte della destra. Ma questa stessa terra ha dato all’Italia anche Pietro Ingrao: antifascista, partigiano, direttore dell’Unità, dirigente comunista, poeta, presidente della Camera. Ed è stata anche terra di grandi battaglie popolari, di lotte contadine, di scioperi alla rovescia: la dignità di un popolo che, invece di incrociare le braccia, le metteva al lavoro per dimostrare che il diritto al pane passava anche da una strada aperta.

Nel 2025 abbiamo ricordato i 110 anni dalla nascita e i dieci dalla morte. Quest’anno ricordiamo i cinquant’anni da quella elezione. Le date, quando non sono cerimonia, servono a questo: chiedere alla memoria conto del presente.

Il presente ha ancora bisogno di Ingrao. Non per nostalgia, non per rifare il PCI, ma perché il suo pensiero continua a disturbare. E la politica, quando non disturba più nessuno, è già vuota amministrazione.

La parola più ingraiana, forse, è dubbio. Non il dubbio come indecisione o come posa elegante. Ingrao prendeva posizione, eccome. La pagava. Il suo dubbio era il contrario del dogma, della fedeltà muta, dell’idea che una parte politica abbia sempre ragione solo perché è la nostra.

All’XI congresso del PCI, nel gennaio 1966, quel dubbio entrò nella storia del comunismo italiano. Ingrao disse davanti al gruppo dirigente che non sarebbe stato sincero se avesse detto di essere rimasto persuaso dalle parole del segretario Luigi Longo. Era una frase semplice. Ma in un partito abituato al centralismo democratico fu un terremoto. La sala applaudì. Il vertice gelò. Mario Alicata parlò polemicamente di “dubbio permanente”. E invece proprio lì stava la grandezza: portare dentro una grande forza popolare il diritto del dissenso, la fatica della discussione, la dignità della domanda.

Questo ci parla ancora. Oggi il dubbio è stato espulso: dalla politica, dai social, dai partiti, perfino dal modo in cui ci informiamo. Bisogna essere sempre sicuri, sempre schierati, pronti a trasformare l’avversario in nemico e il proprio campo in assoluzione preventiva. Ingrao ci direbbe che una sinistra senza dubbio diventa apparato. E che una democrazia senza dubbio diventa tifoseria.

Ma Ingrao non fu solo il comunista del dissenso interno. Fu anche l’uomo che allargò il campo della politica. Prima che l’ecologia diventasse programma, parlò dei “nuovi beni”, della qualità dello sviluppo, del tempo liberato dal lavoro, della vita non ridotta alla produzione. Arrivò a interrogarsi sul “vivente non umano”: gli animali, le piante, la natura non come fondale muto della storia degli uomini, ma come parte del destino comune.

Fu presidente della Camera negli anni più drammatici. Il 16 marzo 1978, mentre il Parlamento si preparava al voto di fiducia al governo Andreotti, le Brigate rosse rapirono Aldo Moro e uccisero gli uomini della sua scorta. Dopo la morte di Moro, il 10 maggio, Ingrao ricordò che quella uccisione aveva segnato irreversibilmente la storia italiana. Anni dopo tornò su quei giorni riconoscendo il peso delle scelte, anche degli errori. Anche questo era Ingrao: non l’uomo che si assolve, ma l’uomo che continua a interrogarsi.

Per questo la sua memoria non può restare confinata agli anniversari. Roma ha avviato il percorso per intitolargli un luogo pubblico. Napoli ha approvato un ordine del giorno per dedicargli uno spazio. Lenola lo ha fatto prima, con il Centro polivalente Pietro Ingrao. Bene. Ma non basta.

Ora dovrebbe farlo tutta la provincia pontina. Da Latina a Minturno, da Aprilia a Ventotene, ogni comune potrebbe dedicargli una strada, una piazza, una sala pubblica, una targa, una biblioteca. Non per appartenenza di partito. Non per nostalgia comunista. Ma perché Ingrao appartiene alla storia democratica italiana, e questa provincia dovrebbe smettere di consegnare la propria memoria solo agli altri.

Dedicare un luogo a Pietro Ingrao significa dire ai ragazzi che da Lenola si può arrivare a presiedere la Camera. Che una vita può attraversare fascismo, guerra, Resistenza, Repubblica, terrorismo, caduta dei muri, globalizzazione, e restare fino all’ultimo una vita in ricerca. Significa ricordare che la politica non è soltanto vincere. È anche domandare. È anche non farsi bastare le risposte ricevute.

Cinquant’anni dopo quel 5 luglio, Ingrao ci lascia questo: non una formula, ma un metodo. Guardare il mondo dalla parte dei vinti. E chiedere ai vincitori, sempre, il coraggio del dubbio.

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