Pietralata, il dolore che la società del benessere non vede
La strage interroga un welfare che scarica sulle famiglie il lavoro di cura. Ma la disperazione non può rendere invisibile la vittima più fragile.

Archivio Rinascita
A Pietralata, periferia est di Roma, il 31 agosto sono stati trovati morti Luca Abbasciano, Valentina Pambianco, la figlia Bianca, di cinque anni e con grave disabilità, e il cane Teo. Tutti presentavano ferite d’arma da fuoco. L’allarme è partito dai familiari; la porta era chiusa dall’interno e vicino ai corpi c’era una pistola intestata al padre. La Procura indaga per duplice omicidio e suicidio: autopsie e perizie balistiche dovranno stabilire chi abbia sparato. Nelle lettere lasciate dalla coppia emerge l’impossibilità di andare avanti.
Di fronte a Pietralata, il primo dovere è chiamare le cose con il loro nome. Bianca non è «morta con i genitori»: è stata uccisa. La disabilità non può diventare un’attenuante narrativa. Ma sotto la superficie del benessere resta un dolore nascosto: la solitudine di una società che ha spezzato i legami collettivi. Quel «Da soli non ce la facciamo» interroga un welfare che scarica la cura sulla famiglia e trasforma l’amore in lavoro gratuito. Il fatto che il nucleo fosse seguito rende la domanda più difficile: le prestazioni non bastano senza una presa in carico capace di cogliere isolamento e logoramento dei caregiver.
Servono assistenza domiciliare, sollievo e risorse per il progetto di vita. La sinistra non può limitarsi al cordoglio: deve rivendicare un welfare pubblico di prossimità e una legge nazionale sui caregiver, senza confondere responsabilità collettive e penali. Capire perché gli aiuti non siano bastati serve a impedire che accada ancora, non a cancellare Bianca: una bambina, titolare di diritti e vittima di un omicidio.
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