Piano Casa, dietro gli annunci resta il vuoto della destra

Il governo promette centomila case, ma finanzia poco e vende pezzi di edilizia pubblica. Serve un vero piano per casa, affitti, quartieri e diritto all’abitare.

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ANSA

Da alcune settimane s’aggira un fantasma: il Piano Casa del governo Meloni. La cosa accade poiché, complici le difficoltà dell’esecutivo riscontrate in questi mesi, dalle parti di Palazzo Chigi si è deciso di tentare di spostare l’attenzione cercando di dimostrare, in un Paese a crescita a zero nel quale crescono i divari, l’indimostrabile. E cioè che l’azione del centrodestra abbia effettivamente a cuore il destino delle persone. Così con grande enfasi e dopo oltre trenta annunci andati a vuoto è stato presentato il “pacchetto” di misure sull’abitare attualmente in discussione in Parlamento.

Si tratta di un “Piano beffa”, un contenitore perlopiù vuoto e ricco di ambiguità che affoga le poche novità importanti in un mare di impegni a costo zero. Lo diciamo dispiaciuti e delusi. Proprio perché riteniamo che, invece, questo Paese avrebbe bisogno di una grande strategia sul diritto alla Casa, e sì, quindi, di un vero nuovo “Piano”, che recuperi i tanti ritardi accumulati nel tempo dalle classi dirigenti nostrane.

Quando affermiamo questo, dobbiamo ammetterlo, pensiamo anche all’azione del centrosinistra nelle diverse fasi in cui è stato chiamato a governare. In Italia, infatti, per troppo tempo si è affermata una logica dannosissima, quella secondo la quale il tema della “casa” fosse sostanzialmente demandabile alla capacità del “mercato”, attraverso il gioco tra domanda e offerta, di rispondere alle diverse necessità e bisogni. Così l’Italia ha conosciuto decenni nei quali il tema dell’abitare è stato sostanzialmente relegato agli aspetti fiscali connessi alla “prima casa” e questo, bisogna ammetterlo, ha riguardato tutti (con due significative eccezioni, entrambe di marca centrosinistra: l’introduzione dei fondi a sostegno dell’affitto della fine degli anni novanta e il Programma Innovativo Nazionale sulla Qualità dell’Abitare di De Micheli e Giovannini).

Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è davvero drammatico, perché le persone non ce la fanno più. E ciò riguarda in modi diversi chi abita nelle grandi città come chi vive in tanti centri dalle medie dimensioni.

Il Piano del governo, dicevamo, non va nella direzione giusta, e la sua ambiguità è ben rappresentata dalla prima cosa che viene detta: si realizzeranno, per mano pubblica, centomila case in dieci anni. Ma la cosa non è vera, non è supportata dai numeri e dai fatti. Quel che è invece presente nel Piano è un primo tentativo di far fronte allo scandalo delle case vuote di proprietà pubblica. Si immagina l’impiego di 970 milioni per recuperare (e quindi rendere effettivamente assegnabili) 60mila case popolari oggi inutilizzate. Siamo stati tra i primi in questi anni a denunciare la voragine del patrimonio di edilizia residenziale pubblica “sfitto”. Quindi non possiamo che salutare positivamente l’intenzione, il problema è che si tratta di un impegno tardivo e reso blando proprio dai numeri.

Vediamoli. In Italia le case popolari vuote sono almeno centomila. Il numero, essendo carenti gli interventi manutentivi riguardanti gli alloggi che vengono lasciati periodicamente liberi dagli inquilini (magari per il decesso di quelli più anziani), è destinato a crescere. Ebbene, con le risorse del governo possiamo pensare ad arrivare al vero azzeramento dello “sfitto” in circa 20 anni! Un’autentica follia. Non solo: quei 970 milioni il governo andrebbe a prelevarli da fondi in parte già impegnati riguardanti progetti di rigenerazione urbana. Un bel danno indiretto, quando invece servono risorse pubbliche vere, fresche, immediate. Il Piano di Meloni e Salvini prevede poi altre misure particolarmente contestate e contestabili tra cui un meccanismo di vendita di parte del patrimonio di edilizia residenziale pubblica esistente senza che vi siano garanzie sul fatto che quelle risorse alimentino politiche sull’abitare.

Per questo diverse forze sociali si sono fatte sentire criticamente in queste settimane e il PD, innanzitutto in Parlamento, sta proponendo poderose modifiche. Ovviamente tutto ciò non basta. Proprio perché sull’abitare c’è bisogno di una grande svolta culturale e politica. Per questo da tempo abbiamo realizzato proposte che vanno nella direzione di sancire una sana rottura delle abitudini consolidate.

Il Piano Casa che il PD ha in mente parte allora dalla necessità di riaffermare il protagonismo del pubblico. Servono almeno 4 miliardi, veri, per restituire ossigeno alle politiche dell’abitare partendo dal recupero delle case vuote e dalla qualità della manutenzione realizzata nei quartieri popolari, la reintroduzione del fondo a sostegno dell’affitto, per chi si cimenta con il mercato privato da condizioni di fragilità economica, una dinamica negoziale con i grandi fondi immobiliari che faccia si che le trasformazioni urbane non siano realizzate nel nome della dotazione di un numero crescente di alloggi per soli ricchi, la riarticolazione delle funzioni istituzionali (proponiamo anche per questo la nascita di un Ministero dell’Abitare), un piano vero per l’efficientamento energetico, una legge sugli affitti brevi e interventi riguardanti i servizi alla persona. Tutte cose che la destra non sta facendo e che dovrà realizzare il centrosinistra.

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