Petrolio russo a Cuba: l’embargo che si piega alla geopolitica

Una petroliera di Mosca raggiunge l’isola nonostante le restrizioni USA: Washington non interviene per evitare uno scontro diretto, confermando un equilibrio sempre più instabile

Francesco D'AgrestaFlusso Quotidiano
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ANSA

Ieri una petroliera russa ha raggiunto Cuba, bucando la trappola mortale che Donald Trump ha deciso di stringere attorno all’isola caraibica. L’ultimo atto di un embargo che da decenni strangola l’economia cubana e ne condiziona ogni possibilità di sviluppo.

È evidente però che quella petroliera non è passata per una svista dei sistemi di controllo statunitensi: è passata perché russa. Washington ha scelto di lasciar correre. Non per benevolenza verso Cuba, ma per evitare di alzare ulteriormente il livello dello scontro con la Russia. Fermare quella nave avrebbe significato compiere un atto ostile diretto, aprire un fronte ulteriore in un equilibrio internazionale già saturo di tensioni.

Allora accade qualcosa di più interessante: mentre l’embargo resta in piedi, nei fatti viene aggirato. Non per un cambio di linea, ma per necessità strategica. Qui emerge il punto politico: non esiste più un ordine regolato, esiste uno spazio di competizione tra potenze.

In questo scenario, Cuba resta ostaggio. Gli Stati Uniti continuano a esercitare pressione, ma si concedono il lusso di non chiudere del tutto il rubinetto quando il costo geopolitico sarebbe troppo alto. Non è una contraddizione: è la logica di uno scontro tra imperialismi che non ammette soluzioni, solo gestione del conflitto.

E così, mentre si parla di principi, si consente all’isola un altro carico di petrolio. Non per salvarla, ma per mantenere in equilibrio il gioco. Quanto basta perché la crisi continui. Non abbastanza perché finisca.