Perchè voterò NO al referendum

ANSA
Mancano pochi giorni al voto referendario del 22 e 23 marzo e il clima politico italiano si muove dentro un contesto globale segnato da una gravissima violazione del diritto internazionale e da un indebolimento delle regole e delle istituzioni democratiche. Le crisi geopolitiche degli ultimi tempi hanno mostrato quanto fragile possa diventare l’architettura delle relazioni internazionali quando gli equilibri si spezzano, e quanto rapidamente le democrazie, anche quelle apparentemente più forti, possano ritrovarsi sotto pressione. L’Italia non fa eccezione: il dibattito sul referendum sulla giustizia si inserisce in questa fase di trasformazione, in cui il rapporto tra poteri, garanzie e rappresentanza è tornato al centro della scena.
La storia repubblicana insegna che il popolo italiano, prima di modificare la Costituzione, riflette con prudenza. Non è un caso che i grandi cambiamenti istituzionali siano stati rari e sempre accompagnati da un confronto profondo. Oggi, però, il quadro è diverso: le riforme avanzate dalla destra – dalla legge elettorale al premierato, dalla separazione delle carriere alla revisione del CSM, fino all’autonomia differenziata, nonostante il ridimensionamento dettato dalle sentenze della Corte Costituzionale – compongono un mosaico che molti osservatori considerano un pericoloso cambio di paradigma. Un insieme di interventi che, presi nel loro complesso, stravolgono la struttura della Repubblica più di quanto ciascuno di essi faccia singolarmente. Tutto ciò, oltretutto, proprio nell'anno in cui ricorre l'ottantesimo anniversario della Repubblica.
Colpisce soprattutto la schizofrenia interna a questo progetto: da un lato un forte accentramento del potere esecutivo, dall’altro spinte autonomiste che rischiano di frammentare diritti e competenze, arrivando a cristallizzare i divari tra Nord e Sud. È un doppio salto mortale, un pericoloso movimento che apre interrogativi sulla coerenza del disegno complessivo e sulla sua sostenibilità nel lungo periodo. In alcuni casi, come l’autonomia differenziata, si tratta di riforme annunciate ma non definite; in altri, come sulla giustizia, di riforme che alludono a un cambiamento più ampio senza esplicitarlo del tutto. Questo "combinato disposto" alimenta un senso di incertezza che attraversa l’opinione pubblica molto più di quanto certi media allineati alla maggioranza lascino percepire.
La presidente del Consiglio sembra aver scelto la strada di non personalizzare il referendum, mantenendo un profilo istituzionale. Eppure, la posta in gioco è inevitabilmente legata alla sua azione politica: è il suo governo ad aver aperto questo ciclo di riforme ed è su questo ciclo, inevitabilmente, che il Paese è chiamato a esprimersi. Nel campo progressista, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha assunto con capacità politica un ruolo centrale nel dibattito, contribuendo a riportare l’attenzione su temi come l’equilibrio tra poteri, la tutela dei diritti – in particolare quelli su lavoro e salute – e la qualità della democrazia. Parte significativa dell’esito referendario dipende anche dalla capacità di mobilitare nuovamente quell’ampia fascia di cittadini – oltre tredici milioni – che nel 2025 parteciparono al referendum sul lavoro: un segnale che il Paese, quando percepisce un tema come decisivo, sa tornare alle urne.
Il referendum, dunque, non è solo un passaggio tecnico sulla giustizia. È un momento decisivo di chiarimento politico in cui si misurano visioni diverse di Paese e di futuro istituzionale. È anche un banco di prova per le opposizioni, chiamate a ricostruire un campo credibile e competitivo, capace di proporre l’alternativa e di decostruire la narrazione di un centrodestra che, pur tra contraddizioni interne, ha saputo imporre la propria agenda. In un tempo in cui le democrazie sono messe duramente alla prova e l’utilizzo sistematico della forza diventa l’unico strumento di risoluzione dei conflitti – rimuovendo la pace come valore in sé e come fine ultimo della convivenza tra i popoli – il voto diventa uno strumento di responsabilità collettiva.
In questo senso il referendum è molto più di una semplice scadenza elettorale: è l’occasione per decidere che Paese vogliamo essere nei prossimi anni. Un Paese subalterno e complice dei peggiori interessi d’oltreoceano, oppure un Paese capace di rafforzare il ruolo di un’Europa protagonista e interprete di un nuovo linguaggio nelle relazioni internazionali? È anche una scelta tra due idee opposte di giustizia: da una parte un Paese in cui la legge è davvero uguale per tutti; dall’altra un Paese in cui, per citare Giolitti, “la legge si applica ai nemici e si interpreta per gli amici”.
In gioco non c’è solo una decisione politica contingente, ma il principio stesso di uguaglianza davanti alla legge e la qualità della nostra democrazia. Vogliamo un Paese in cui si restringono gli spazi di libertà e partecipazione per chi ha di meno, mentre chi ha di più gode di privilegi e impunità? Oppure un Paese che difende i diritti, la dignità e l’uguaglianza di tutti? Questa scelta tocca il cuore del nostro patto costituzionale. Per questo, la scelta convinta è il NO.