Per Venezia è tempo di rinascita

Dopo undici anni di Brugnaro, il centrosinistra prova a costruire un’alternativa fondata su casa, partecipazione e diritto alla città.

Marco ColomboApprofondimentiELEZIONIPOLITICA
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ARCHIVIO RINASCITA

Do l’ultimo incoraggiamento ad Andrea Martella. Mi auguro, soprattutto per i veneziani, che possa diventare il loro sindaco. Conosco Martella da decenni, se pure egli sia di una generazione più giovane.

È un politico accorto, professionale, sincero e appassionato. I valori democratici insieme alla passione civile sono in lui profondamente radicati.

È colto e con la testa aperta al nuovo e alla sostanza della cose. È unitario. Il settarismo non gli appartiene. Cosi come l’arroganza e la superbia verso gli altri.

Ama Venezia; e mai ha abbandonato le sue radici territoriali. Ed è (quanto ce n’è bisogno oggi) educato e garbato nello stile e nei comportamenti. Merita davvero di vincere e farà del bene alla sua splendida comunità.

il direttore, Goffredo Bettini


Domenica e lunedì 201mila veneziani saranno chiamati a scegliere il nuovo sindaco. L’appuntamento con le urne avrà, però, per Venezia una valenza che va oltre la semplice alternanza istituzionale. Dopo undici anni alla guida della città si chiude la stagione politica di Luigi Brugnaro, il sindaco-imprenditore che più di ogni altro ha segnato il dibattito pubblico veneziano dell’ultimo decennio, trasformando profondamente il rapporto tra amministrazione, sviluppo urbano e governo della città. Un ciclo che arriva al suo epilogo tra le ombre dell’inchiesta “Palude”, le tensioni che hanno attraversato il Comune e una discussione ormai aperta sul modello stesso di Venezia. Un decennio di governo che ha cambiato profondamente la città e che costringe ora a interrogarsi sul futuro di Venezia: può ancora essere una città abitata, viva, capace di offrire prospettive a chi ci vive e lavora, oppure è destinata a trasformarsi definitivamente in una città-museo, che viene attraversata più che vissuta?

Tensioni e cambiamenti che hanno influenzato il dibattito degli ultimi mesi, in vista delle elezioni. Così la scelta su chi governerà la città da lunedì diventa anche una scelta tra visioni differenti di Venezia. Da una parte il candidato del centrodestra Simone Venturini, assessore uscente e figura di continuità con l’esperienza politica Brugnaro; dall’altra Andrea Martella, sostenuto da una coalizione ampia che tiene insieme Partito Democratico, Alleanza Verdi Sinistra, Movimento 5 Stelle, socialisti, radicali, riformisti e comitati civici. Una coalizione ampissima, di partiti spesso lontani tra loro ma accomunati dalla volontà di dare a Venezia un futuro, non solo politico, diverso.

Il percorso comune prende forma nell’estate del 2024, all’indomani dell’inchiesta che investe il sistema politico costruito attorno a Brugnaro. Per il centrosinistra la scelta a quel punto sarebbe stata semplice: trasformare la campagna elettorale in una campagna anti-Brugnaro, mettere in luce le criticità di quel sistema che per undici anni aveva governato la città. Ma la coalizione progressista decide di non fermarsi a quello, di non di non trasformare questo passaggio democratico in una campagna contro l’avversario ma di renderla un’occasione a favore della città. L’idea che emerge nei mesi successivi è ambiziosa: costruire un progetto capace di tenere insieme culture politiche diverse attorno a una visione condivisa della città, ripartire dai temi. Perchè oggi più che mai urge rimettere al centro una visione diversa di Venezia. È qui che nasce la formula della “Stagione Buona”, scelta non come slogan pubblicitario ma come reale chiave narrativa di una possibile ricostruzione civile e democratica. Una risposta al contempo politica e morale a quella che viene descritta come una lunga stagione di opacità amministrativa, impoverimento urbano e progressivo avvicinamento ad un modello di città che esclude chi ci vive mentre insegue profitti per pochi.

In un mondo in cui la politica è sempre più attraversata dal protagonismo di leader attorno a cui vengono costruiti programmi, a Venezia si è scelto di fare l’opposto. Per oltre un anno tutte le realtà di questo "campo larghissimo" hanno lavorato senza rotture né forzature alla costruzione di un programma comune, fatto di temi e proposte concrete. Solo dopo, nel dicembre 2025, è arrivata la scelta di Martella come candidato sindaco. Ex parlamentare, con una lunga esperienza istituzionale e di governo, Martella viene individuato come figura ideale per dare solidità e credibilità ad una coalizione così varia, evitando candidati “calato dall’alto” dai partiti di maggior peso che avrebbero potuto rompere quel patto per la città. Fin dall’inizio, la sua candidatura viene presentata come una sfida collettiva: non un leader che salva la città, ma una figura in grado di interpretare un bisogno diffuso di cambiamento e normalizzazione.

E normalizzazione, a Venezia, vuol dire anche e soprattutto poter vivere in città. Un punto centrale nella campagna elettorale del centrosinistra, e non poteva essere altrimenti. Se è vero che le città le fanno le persone che le abitano, che senso ha immaginare il futuro di una città se viverci è diventato impossibile? Da questo punto nasce il cuore del programma, costruito attorno alla questione abitativa, vera emergenza della Venezia odierna. Un problema che rischia di diventare irreversibile e che invece può essere affrontato tramite il recupero degli alloggi pubblici sfitti, incentivi agli affitti lunghi, regolazione degli affitti brevi, sostegno a giovani, famiglie e studenti. La convinzione, insomma, è che senza residenti non esista nemmeno la possibilità di preservare l’identità storica e sociale della città. « Ho affrontato questa sfida – racconta Martella a Rinascita – con umiltà e determinazione. Una sfida insieme semplice e ambiziosa: tornare a rendere possibile vivere a Venezia. Fare in modo che questa città non espella più residenti, giovani, famiglie, studenti, lavoro e relazioni, come ha fatto sempre più in questi anni».

Ma non solo, perché a Venezia oltre alla questione abitativa sono tante le partite aperte su cui la coalizione di centrosinistra vuole incidere. «Vogliamo restituirle fino in fondo la sua vocazione – prosegue il candidato sindaco – non una città-vetrina che vive di rendita in una dimensione di passaggio e consumo, bensì una grande capitale internazionale. Capace di parlare al mondo e di pensare il futuro, come ha già fatto tante volte in passato. Venezia è un simbolo globale, e proprio per questo il primo dovere che ha - per chi la abita e per chi ci guarda - è quello di tornare a essere una comunità viva».

Una comunità viva che, però, non deve iniziare una crociata contro il turismo. Contrastare l’idea di «città-vetrina» per Martella non significa infatti fare la guerra ai visitatori e rendere la città un fortino chiuso al pubblico. Significa invece cogliere il valore, in termini economici e non solo, di un fenomeno che è parte della città e trasformarlo da minaccia per la città a valore aggiunto. Così nel programma della coalizione di centrosinistra entra anche una proposta di gestione dei flussi di turisti: qualità invece che quantità, redistribuzione delle risorse prodotte dal turismo verso servizi, trasporti e residenza, equilibrio tra economia e vivibilità urbana. Un programma, insomma, ampio con cui si provano a ipotizzare proposte che possano andare incontro ai bisogni dei veneziani, senza snaturare la città. Dalla sicurezza, che non deve essere solo slogan e militarizzazione, allo sviluppo economico e produttivo, perché Venezia non può diventare solo turismo.

I temi trattati, insomma, sono tanti e sono frutto di un metodo di lavoro basato su un elemento preciso: l’ascolto. Proprio da questo elemento peraltro nasceva il primo slogan della campagna elettorale – "La scelta di ascoltare, il coraggio di cambiare” – con cui si voleva opporre all’immagine di un potere verticale e personalizzato l’idea di una città da riaprire alla partecipazione. Per oltre cinque mesi Martella ha attraversato la città con una presenza quasi quotidiana, accumulando incontri pubblici, assemblee, visite ai quartieri, confronti con categorie economiche, associazioni, realtà culturali, sindacati, studenti e comitati civici. Anche lontano dai riflettori, anche al di fuori di eventi o iniziative. Una campagna costruita più sulla relazione diretta che sulla spettacolarizzazione politica.

Ed è probabilmente per questo motivo che è stata fatta la precisa scelta di evitare toni apocalittici o distruttivi, nonostante sarebbe stato certamente più semplice aggrapparsi costantemente agli errori dell’amministrazione uscente. Pur partendo da una critica molto dura agli anni di Brugnaro, Martella ha quasi sempre scelto un registro misurato, insistendo più sulla ricostruzione che sulla denuncia. Una scelta probabilmente legata alla consapevolezza che a Venezia, oggi più che mai, si senta un bisogno estremo di concretezza. Non servono scontri politici o parole vuote, ma atti concreti, trasporti funzionanti, servizi, case, sicurezza, equilibrio tra turismo e vita urbana.

Secondo il comitato di Martella, la campagna avrebbe intercettato un bisogno crescente di “normalità”: la possibilità di vivere Venezia senza sentirsi ospiti dentro la propria città. Una domanda trasversale, che riguarda residenti storici, giovani, studenti, lavoratori e persino pezzi del mondo economico che negli ultimi anni hanno guardato con crescente preoccupazione al progressivo svuotamento sociale della città.

Ora sarà il voto a dire se questi mesi di ascolto e costruzione di una proposta comune abbiano intercettato quella voglia dei veneziani di tornare a vivere la propria città. Ma comunque vada, la campagna di Martella ha già prodotto un effetto politico evidente: riportare al centro del dibattito pubblico la questione più semplice e insieme più decisiva per Venezia, cioè il diritto di continuare a essere una città abitata e abitabile. E farlo passando dall’ascolto e, prima che dai nomi, da una costruzione programmatica comune in grado di tradurre in proposte quell’ascolto. Quello di Venezia è stato un laboratorio politico condiviso, orizzontale e aperto. Un laboratorio da cui è emersa chiara una visione diversa di città.

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