Peppino di Capri e il sorriso lieve dell’Italia che imparò a sognare

Tra Capri, il twist, i juke-box e i Beatles a Roma: memoria privata e ritratto civile di un artista che ha accompagnato l’Italia del boom fino alla nostalgia.

Ernesto BassignanoBattaglia delle Idee
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ANSA

Stamattina presto stavo lì, in compagnia dei notiziari di Rainews, per sapere le ultime su Donald Trump che, minacciato, a sua volta minaccia. O sulle cene al ristorante dell'improbabile coppia Ranucci-Lavitola. Quando all'improvviso... tac! Eccomi, colpito e affondato dall' ennesimo improvviso lutto estivo: Peppino di Capri se ne va, lievemente e - immaginiamo - con il celebre sorriso.

Peppino è stato un amico dolce di tutti noi "boomer" più o meno legati alla musica ed in particolare quella degli anni d'oro. Quella di quel Belpaese girato in Vespa e Lambretta e 600. Quella sospesa fra Volare, il primo rock di Elvis e il twist ballato gambe aperte alla Dario Fo, coi jeans con il risvoltone in fondo. Uno dei massimi simboli dei Sixties sans souci fatti di juke box, balere, rotonde sul mare e discoteche in spiaggia.

Il caro Peppino, pianista di piano bar di un certo livello, nato e cresciuto nella sua dorata Capri, ci saluta dopo lunga malattia che mai, da anni, gli ha impedito di continuare a sedersi al piano e canticchiare sorridendo i suoi terzinati-matttonella che hanno fatto innamorare milioni di italiche coppie.

Ho subito telefonato all' amico Maurizio Micheli, che per decenni ha imitato la voce e la bocca "tirata" di Peppino facendogli il verso con la mitica Champagne: ho trovato Maurizio triste e attapirato come me. Poi ho pensato alle mie interviste per Paese Sera ogni volta che Peppino lasciava l'isola per venire a far l'ospite in tivvù a Roma per qualche sabato sera di ricordi. Mi è sovvenuto anche nitidamente l'anno, il 1974, nel quale conobbi in RCA il grande Mario Cenci, esimio chitarrista elettrico autore dei più grandi successi di Peppino: Mario si interessò anche di me, tanto da portarmi dal maestro Cassia e produrmi il mio primo singolo.

Come vedete dunque, ho sfiorato Peppino di sponda, visto che per un anno ho collaborato col suo più grande collaboratore! Mi piace ricordare, in questo un po' nostalgico e commosso pezzullo, da ex critico musicale e storico della canzone Italiana, il clamoroso manifesto che campeggiò sui muri di Roma allorchè - ebbene si - vennero per la prima volta a Roma i semisconosciuti Beatles. E furono ospiti, scritti piccolini in quella locandina, del divo del momento e campione di incassi: un certo pianista Giuseppe Faiella, in arte Peppino di Capri!

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