Peppino Caldarola oltre la politica: un padre raccontato da suo figlio
Il libro di Antonio Caldarola non è una biografia né un saggio politico, ma il memoir di un legame familiare complesso, tra distanze, silenzi e riconciliazioni.

ANSA
«Peppino Caldarola, mio padre», appena pubblicato dal figlio Antonio Caldarola, è uno dei titoli più fuorvianti che mi sia capitato di vedere ultimamente. Potrebbero rimanere delusi, ma nello stesso tempo piacevolmente sorpresi, tutti coloro che conobbero e fecero politica con Peppino: questo libro non è, se non per qualche aspetto collaterale, la biografia di Peppino Caldarola e nemmeno un saggio di politica.
È invece molto più un’autobiografia di Antonio, che tanti anni dopo gli eventi — i primi anni di scuola, il trasferimento da Bari a Roma, la separazione dei genitori — prova a riflettere insieme al lettore su un ménage familiare che appare decisamente complesso. Il romanzo si focalizza su questa figura paterna che io non avrei mai immaginato così.
Dico questo sulla base di una conoscenza puramente televisiva di Peppino Caldarola, che ho visto spesso partecipare a dibattiti sul piccolo schermo, ma che non ho mai avuto la fortuna di incontrare, pur essendo stato suo collega e avendo lavorato per quarant’anni nei Tg della Rai.
Il mio settore era completamente diverso da quello di Peppino Caldarola, mentre il mio coinvolgimento in questa avventura editoriale deriva dall’affinità con una delle passioni di Antonio Caldarola: la cucina. Uno dei settori dei quali mi sono occupato più a lungo, insieme alla triade medicina-sanità-ambiente.
Per i lettori di questa rivista, legata fin dalla nascita a un ambito politico nel quale Peppino Caldarola ha trascorso tutta la vita, il racconto di questo rapporto padre-figlio così singolare e problematico risveglierà certamente qualche ricordo, visto che a un certo punto della loro vita il lavoro del padre è diventato momento di incontro con l’ormai adulto Antonio, dopo essere stato per tanto tempo l’impedimento a una vera condivisione di tempo e di interessi.
E forse — lo immagino, essendo io sempre stato fuori dall’agone politico — qualcuno finirà anche col rivivere angosce e problematiche personali…
Proprio perché non provengo da questo ambito, quando Antonio mi ha chiesto di recensire il suo esordio letterario sono stato subito incuriosito e ho finito per accettare con piacere. Il memoir è assai coinvolgente: ho qualche anno più di Antonio, ma mi sono identificato abbastanza nel racconto della sua infanzia.
Certi momenti sono stati comuni a tanti di noi, boomers o nati negli anni immediatamente successivi. Le piccole fissazioni familiari, le canzoni dell’epoca, i programmi della TV monocanale o le mode alimentari sono l’humus nel quale siamo cresciuti un po’ tutti, fra la metà degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta.
Certo, sono interista e non ho mai sopportato i Pooh, ma per il resto abbiamo vissuto gli stessi anni, lo stesso Sud — io a Napoli, lui a Bari — e direi anche il rapporto con un padre che, per motivi di lavoro, era meno presente della madre, anche se nel mio caso questo distacco fu vissuto in modo meno drammatico di come ci racconta il piccolo Antonio.
Una delle conclusioni del libro, a mio parere, è che fare il genitore non è facile, ma anche fare il figlio è complicato. Nella famiglia di Antonio, come in tante altre, per fortuna ci sono stati a lungo i nonni, a fungere da raccordo e camera di compensazione fra esigenze diverse, egoismi contrapposti, silenzi e imbarazzi reciproci.
Una presenza, quella dei nonni, che rispetto al racconto di Antonio e a quel periodo storico adesso è diventata ancor più fondamentale. I nonni, in molti casi, costituiscono anche il vero welfare del nuovo millennio, con il finanziamento discreto ma fondamentale dei nipoti sottoccupati, sottopagati o precari a vario titolo.
Insomma, questo volume ci porta al centro di una vita familiare complessa, articolata, anche se vissuta in quartieri tranquilli e in un ceto borghese, sia pur politicamente molto schierato. Questo con buona pace di coloro che esaltano modelli più tradizionali di famiglia, gli stessi modelli che spesso si guardano bene dal mettere in pratica.
Antonio, da testimone oculare e poi — per professione —, ha riflettuto bene su questi aspetti e sul fatto che anche un assetto familiare tradizionale, un reddito sicuro e un contesto di rispetto reciproco fra i genitori possono creare disagio a un bambino, incapace di capire le infinite variabili dei rapporti parentali, la voracità dell’impegno politico e la salute instabile di un parente.
Con sollievo dell’autore e di noi lettori, un po’ angosciati da un certo clima di incomunicabilità alla Antonioni…, fortunatamente nel finale una corrente di fiducia e di relativa condivisione riesce a prender forma.
Padre e figlio riescono a vedersi più frequentemente e con partecipazione emotiva, a raccontarsi qualcosa delle proprie vite ormai abbastanza indipendenti. Non tutto fila come sarebbe stato auspicabile e giusto, ma le cose si aggiustano e resta, a lungo sotterranea e poi manifesta, la voglia di scriverne. Senza risentimento. Con un po’ di rammarico per quello che ci sarebbe potuto stare e non c’è stato.
Per avvalorare questo clima di ritrovata sintonia padre-figlio preme citare un passaggio del romanzo: «Sarebbe sbagliato sottolineare che padre e figlio non avessero avuto spazi e momenti di condivisione: anzi, ci sono stati degli episodi nei quali Antonio si è sentito parte integrante della vita di Peppino. Basti pensare a quando, divenuto direttore de l’Unità nel 1996, Peppino iniziò a essere chiamato spesso per dibattiti e trasmissioni televisive, tra cui quella nella quale fu scelto dal giornalista Rai Andrea Barbato per un confronto con Gianfranco Fini, allora presidente di Alleanza Nazionale. Peppino disse al figlio: “Mi accompagneresti alla Rai? Dai, che devo fare un’intervista a un pezzo grosso della politica italiana”».
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