Pensionati bancomat, giovani senza garanzie: la manovra Meloni
Tagli alla rivalutazione, promesse sulla flessibilità e nessuna pensione di garanzia: la legge di bilancio rinvia ancora una riforma equa del sistema.

ANSA
Una legge di bilancio che — per i suoi estensori — «premia il ceto medio» ha come seconda voce di entrata e copertura il taglio delle pensioni e cioè il reddito di milioni di donne e uomini appartenenti proprio a quella parte di italiani sempre più in difficoltà. La quinta manovra di Meloni e Giorgetti è molto simile a quella del 2023 e ha una costante di legislatura: colpire i pensionati diventati un bancomat per i governi della destra, additati da molti commentatori come “privilegiati”.
Come lo possano essere persone che — in grandissima parte — hanno lavorato una vita per avere pensioni da 1.800 euro netti al mese è la bestemmia economica e politica che continua a sentirsi a media (quasi) unificati. In questa lotta al carovita fatta al contrario, il governo nel testo mette nero su bianco il taglio alla rivalutazione degli assegni da pensione: farà risparmiare a Giorgetti e soci ben 1,5 miliardi nel 2027, con un effetto trascinamento di addirittura 14 miliardi fino al 2036, quasi un’altra legge di bilancio.
Il recupero dell’inflazione è un caposaldo del sistema previdenziale: le pensioni non prevedono aumenti e quindi adeguarle al costo della vita è l’unico modo per non impoverire gli anziani. Ancor di più in un frangente globale in cui l’inflazione è schizzata oltre il 5 per cento. E invece, esattamente come ha fatto tre anni fa nell’altro momento di boom dei costi energetici, il governo Meloni decide di accanirsi con i pensionati.
Allo stesso modo torna a cambiare il modello di calcolo applicato, passando dal più favorevole per i pensionati — a scaglioni — a quello più impattante per le tasche degli anziani: quello a fasce, che riguarda l’intero importo degli assegni. In questo modo la rivalutazione piena sarà solo per le pensioni fino a quattro volte l’assegno minimo (611 euro) e dunque pari a circa 2.500 euro lordi e quindi circa 1.800 netti.
Sopra questa cifra — tutt’altro che alta — inizia l’impoverimento dei pensionati. Il taglio rispetto alla rivalutazione dell’inflazione sarà del 15 per cento per gli assegni fino a circa 2 mila euro netti al mese e si alzerà al 52% — più della metà — per chi ha pensioni leggermente più robuste: circa 2.700 euro al mese. Diventando del 68% per le pensioni più alte.
Buona parte di questi soldi andranno a finanziare la spesa in armi, vero corpo centrale della manovra. Solo metà rimarrà nel sistema previdenziale — rischiando di contraddire le indicazioni della Corte costituzionale che in più sentenze aveva legittimato il taglio della rivalutazione legandolo all’uso delle risorse risparmiate per interventi previdenziali — per l’altra novità previdenziale di questa legge di bilancio: il famigerato “Fondo per la flessibilità in uscita”.
Pressati dalla Lega che continua a promettere la “cancellazione della Fornero”, il sodale di partito Giorgetti e Giorgia Meloni si sono inventati questa scappatoia: invece di destinare subito quei soldi, li teniamo lì in attesa di un accordo politico in maggioranza. Accordo che rischia di non arrivare prima delle elezioni, lasciando appesi leghisti e pensionandi fino al prossimo governo.
La figuraccia leghista è acuita dal fatto che Salvini e Durigon — il demiurgo del flop Quota 100 che ora sembra pensare alle dimissioni da sottosegretario di governo — avevano già dato per fatta la nuova Quota 64: il ricalcolo contributivo per chi voleva andare in pensione con tre anni di anticipo, sebbene con un taglio permanente del 15 per cento.
Fratelli d’Italia invece punta a usare gli 850 milioni per tre anni nel tentativo di rifinanziare l’Ape sociale — l’anticipo pensionistico per lavoratori in difficoltà ridotto al lumicino sempre da Meloni e Giorgetti —, mentre Forza Italia — come al solito — punta ad alzare le pensioni minime, quelle che hanno buona parte dei loro elettori artigiani e commercianti che i contributi non li versavano e li eludevano sistematicamente durante la loro vita da lavoratori autonomi e si trovano ora assegni da fame.
La lotta nel centrodestra sarà al fulmicotone perché le elezioni si avvicinano. Difficile capire chi la spunterà, ma di sicuro la Lega è in minoranza. Il dibattito è l’ennesima occasione mancata di una riforma strutturale che renda il nostro sistema pensionistico più equo. Come abbiamo già scritto qui a Rinascita, il problema di fondo della riforma Fornero è infatti la sua rigidità e il non prevedere alcuna distinzione fra le mansioni svolte dai lavoratori.
Niente viene previsto per modificare il meccanismo di “adeguamento automatico dell’età pensionabile all’aspettativa di vita”, caposaldo introdotto da Tremonti e Sacconi e accelerato da Fornero, che manderà in pensione gli attuali cinquantenni a quasi 70 anni e gli attuali giovani precari verso i 75 anni. Nessuno se ne frega dei giovani e dei precari e ancora una volta la “pensione di garanzia” — mille euro per 35 anni di attività senza costi per lo Stato fino al 2040 — è bandita dal dibattito.
È invece diventata realtà la proposta del presidente dell’Inps Gabriele Fava. Quella dei 100 euro al mese che lo Stato verserà a ogni nascituro del 2027 fino all’età di 18 anni l’avevano già bollata come “paternalismo previdenziale”. È ancor di più regressiva perché versare soldi per i lavoratori di domani a prescindere dal reddito familiare è una vera ingiustizia sociale. E non consentirà ai precari di avere una pensione dignitosa.
Insomma, siamo davanti all’ennesima legge di bilancio che tratta i pensionati da bancomat e alimenta un falso scontro generazionale. Che solo un governo di sinistra potrà ribaltare. A patto di andare contro l’austerità e di avere il coraggio di una riforma strutturale dell’iniquo sistema pensionistico attuale.
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