Patto della Mecca, gli alleati degli Usa guardano altrove

La guerra di Trump e Netanyahu incrina la fiducia in Washington e rafforza l’Iran. Le nuove intese sunnite ridisegnano gli equilibri del Medio Oriente.

Umberto De GiovannangeliFlusso Quotidiano
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ANSA

Mentre la Nato si avvita su se stessa, e l’Europa non riesce a elaborare uno straccio di politica estera condivisa, che non si limiti al riarmo dell’Ucraina, il mondo sposta sempre più il suo baricentro geopolitico verso Oriente, con l’affermarsi dell’Asia come player centrale nelle relazioni internazionali. In un apparente disordine globale – lettura alquanto viziata da un anacronistico eurocentrismo – si delineano nuove alleanze, dettate da interessi più che da valori condivisi ma non per questo meno significative e durevoli. Vale per l’allargamento dei BRICS e non di meno per l’estensione del cosiddetto “Patto della Mecca”, una partnership di mutua assistenza militare che vede protagonisti il Pakistan, la Turchia, l’Arabia Saudita come soci fondatori. Ma il “patto” intersunnita si è recentemente allargato al Kuwait e si dà per prossimo l’ingresso di altre petromonarchie del Golfo arabico, a cominciare dagli Emirati Arabi Uniti. Il “Patto della Mecca” ha una forte valenza geopolitica che va anche oltre l’area di riferimento. Perché testimonia la perdita di appeal e credibilità degli Stati Uniti nei confronti di quelli che venivano ritenuti da Washington fedeli alleati in Medio Oriente. Vale per l’Arabia Saudita e ancor di più per il Kuwait, dove gli Usa hanno ancora importanti basi militari.

Questa perdita di appeal è anche il portato della sciagurata guerra all’Iran condotta da Trump e Netanyahu. Una guerra che avrebbe dovuto favorire il fronte sunnita ma che, al contrario, ha finito per rafforzare l’Iran sciita e i suoi proxy mediorientali, in primis gli Houthi yemeniti. Non solo. La guerra perpetua scatenata su più fronti da Israele ha fortemente incrinato, per non dire affossato, i due cardini della strategia trumpiana per un nuovo ordine mediorientale: l’estensione degli “Accordi di Abramo” a Riad, la ricostruzione di Gaza basata sul piano dei 15 punti messo a punto dal Board of Peace di cui il tycoon si è autonominato presidente a vita; un piano accettato da Hamas e bocciato da Netanyahu. Quello della Mecca non è un patto antioccidentale. Semplicemente perché l’Occidente, come soggetto geopolitico e valoriale, ha smesso di esistere da tempo.

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