Pasolini, la voce che il consumismo non è riuscito a spegnere

La nuova collana Feltrinelli riporta al centro la sua opera: dalle lucciole alla critica della guerra, una lezione che continua a interrogare il presente.

Francesco RizzaBattaglia delle Idee
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ANSA

A cinquantuno anni dalla morte, la sua profetica voce e la sua testimonianza di impegno civile e culturale mancano tanto all’Italia; particolarmente a quella che non si adatta a farsi fagocitare da quel capitalismo e da quel consumismo che, ieri come oggi, ammorbano la società, non solo italiana, sempre più post-ideologica e priva di valori capaci di amalgamare le piazze. Perché Pier Paolo Pasolini non è stato semplicemente un glottologo, un giornalista, un regista e uno scrittore proficuo, ma un uomo del suo tempo che ha saputo analizzare i propri giorni descrivendoli con la disarmante voce dei poeti. Il suo omicidio, per molti versi ancora misterioso, fu conseguenza della sua parola che nessuno riusciva a incanalare e gestire?

Intanto è certamente positivo che la casa editrice Feltrinelli abbia annunciato l’avvio di una collana interamente dedicata alla sua opera, oltre all’acquisizione della gestione dei diritti di traduzione all’estero dei suoi testi. Anche se i diritti di pubblicazione di alcune sue opere come Ragazzi di vita, Petrolio e dei suoi epistolari continueranno a essere gestiti dalla casa editrice Garzanti, dal prossimo mese di febbraio la Feltrinelli pubblicherà Le ceneri di Gramsci e Una vita violenta; seguiranno Scritti corsari, L’odore dell’India e, nel settembre 2027, La nuova gioventù. Il progetto editoriale sarà accompagnato anche da un calendario di incontri pubblici, manifestazioni culturali e attività promozionali su scala nazionale.

D’altronde, il rapporto tra Giangiacomo Feltrinelli e Pier Paolo Pasolini, al di là della comunanza ideale e della qualità degli scritti pasoliniani, è stato innanzitutto un rapporto di amicizia fra due intellettuali vulcanici e radicali, entrati in contatto in un’epoca di profonde trasformazioni sociali, politiche e linguistiche. Fra i romanzi di borgata pasoliniani, non possiamo fare a meno di ricordare Ragazzi di vita che, pubblicato nel 1955, fu uno dei primi clamorosi successi della neonata casa editrice. Nonostante le polemiche, il sequestro per oscenità e il successivo processo in cui Pasolini fu assolto, Giangiacomo Feltrinelli si schierò caparbiamente al fianco dello scrittore friulano, intuendo la carica rivoluzionaria dell’affresco antropologico e linguistico pasoliniano. Fu, invece, con Una vita violenta, pubblicato sempre da Feltrinelli nel 1959, che si consolidò la centralità di Pier Paolo Pasolini nella letteratura italiana del secondo dopoguerra.

Intensamente attuale, per un fascismo che sembra voler tornare, è l’articolo di Pier Paolo Pasolini sulla scomparsa delle lucciole, inserito in Scritti corsari. Ecco il suo famoso incipit: «Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (...) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più». Grazie alla penna di Pier Paolo Pasolini, la scomparsa fisica delle lucciole diventa metafora di una frattura epocale e antropologica della società italiana. Intitolato Il vuoto del potere in Italia ed edito sul Corriere della Sera il 1º febbraio 1975, questo editoriale offrì ai lettori una tripartizione storico-politica dell’Italia contemporanea.

“Prima della scomparsa delle lucciole”: in corrispondenza del fascismo e del primo dopoguerra, a detta di Pasolini, il potere della Democrazia Cristiana era la diretta continuazione morale e istituzionale del regime fascista, in cui la società si fondava su valori ancora legati al mondo contadino e paleoindustriale: Chiesa, Patria, Famiglia, ordine, obbedienza, risparmio e moralità tradizionale.

“Durante la scomparsa delle lucciole”: nell’età del boom economico viene descritto l’avvento del consumismo, nel quale, secondo Pasolini, si registrò un vero e proprio “genocidio” culturale e antropologico che ha spazzato via la cultura contadina e popolare; in questa fase la televisione, l’infrastrutturazione del Paese e l’edonismo consumistico hanno imposto modelli di comportamento omogenei da Nord a Sud, distruggendo le peculiarità culturali locali.

“Dopo la scomparsa delle lucciole”: il dramma denunciato da Pasolini è rappresentato dal fatto che la classe politica democristiana non si è neppure accorta di questo passaggio. I politici della Democrazia Cristiana credevano di governare la trasformazione dell’Italia, ma in realtà sono stati completamente superati e resi obsoleti dal nuovo potere edonistico e transnazionale del consumismo.

Altrettanto attuale è il pensiero pasoliniano contro le guerre, che somma in sé la critica al militarismo e all’ipocrisia borghese. Particolarmente negli Scritti corsari e in Lettere sgrammaticate, in cui lo scrittore spiega come la guerra non sia un incidente della storia, ma una costante necessaria per il mantenimento degli equilibri di potere imperialisti. Emblematica la sua opposizione alla guerra del Vietnam, nella quale riconobbe nell’intervento americano la sopraffazione del modello industriale e consumistico occidentale su una civiltà contadina tradizionale.

Nei suoi scritti, Pasolini contrappone alla guerra la sacralità del corpo umano e delle culture popolari. Si somma alle sue pagine, su questo tema, il film Salò o le 120 giornate di Sodoma, ambientato nella Repubblica Sociale Italiana, in cui, oltre agli altri orrori, il potere trasformava il corpo umano in merce, oggetto di abuso e distruzione. Cosa direbbe Pier Paolo Pasolini dei nostri giorni? Interrogarci con questa domanda e rispondergli con la nostra quotidianità è, probabilmente, il modo migliore per ricordarlo.

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