Le chiavi della vittoria del NO: intervista ad Antonio Floridia

ANSA
D. Sei uno dei più acuti osservatori delle elezioni in Italia: ti aspettavi un esito referendario del genere oppure no?
R. Non me l’aspettavo. Le stime che facevano vari istituti di sondaggi erano fondate su un’ipotesi credibile: con una partecipazione più alta poteva essere avvantaggiato il Sì. Si presumeva che una maggiore mobilitazione fosse legata a un maggiore impegno di tutto l’elettorato di centrodestra. Secondo me è scattata una dinamica diversa che non aveva previsto nessuno: all’inizio di dicembre il Sì era dato in netto vantaggio. Poi, a quel punto, è cominciata la mobilitazione del No, soprattutto nella società civile, con i comitati, e c’è stato un notevole recupero. Di fronte a questo recupero è scattato un elemento di preoccupazione dall’altro lato, quindi c’è stato un meccanismo di azione e reazione reciproche tra i due schieramenti: il referendum si è politicizzato molto. Lo dimostra il fatto che, nell’ultima settimana, Giorgia Meloni è stata iperpresenzialista e si è pensato che l’extrema ratio fosse quella di chiamare all’appello tutto l’elettorato di centrodestra. Questo appello non è riuscito per tanti motivi: è riuscito solo in Veneto e in Lombardia, precisamente nella provincia lombardo-veneta, perché in tutte le aree urbane del Nord ha vinto il No, non solo nelle grandi città — Torino, Milano — ma anche nei capoluoghi di provincia, come Treviso.
D. Il No ha ovviamente vinto nelle regioni rosse, però in termini percentuali ha vinto al Sud ancora meglio che in Emilia e Toscana: come lo interpreti?
La geografia del voto è il fenomeno più interessante. È un punto politicamente importante per le elezioni politiche dell’anno prossimo, che deve mettere in guardia il campo largo progressista in tutto il Centro-Sud. L’elettorato di centrodestra è in buona parte legato a un sistema di potere locale molto ramificato: io sono siciliano, quindi lo conosco bene. Però evidentemente questo elettorato, di fronte a una posta in gioco di questo tipo, si è sentito libero di votare come voleva oppure si è astenuto. La scarsa affluenza ha colpito soprattutto l’elettorato di centrodestra e questo spiega poi, di converso, le percentuali molto alte del No anche in regioni come Sicilia, Calabria, Puglia e Campania — addirittura il 75% a Napoli, e così via. Quindi c’è stata una mobilitazione asimmetrica, soprattutto nel Centro-Sud, che ha colpito il centrodestra, perché evidentemente queste motivazioni politico-valoriali hanno fatto presa su quel tipo di elettorato, che però può riattivarsi alle politiche.
** Un altro elemento di riflessione è stato il voto giovanile, largamente a favore del No.**
Dai primi dati che sto vedendo pare addirittura che l’80% sotto i 25 anni abbia votato No e il 61% tra i 18 e i 35 anni. Secondo me è sicuramente scattato un meccanismo di difesa della Costituzione, ma ha pesato molto anche la situazione internazionale. Se ricostruiamo l’ultimo anno, vediamo che Giorgia Meloni ha puntato tantissimo su Trump: era stata la prima leader europea ad andare a Washington a rendergli omaggio. Si poneva come mediatrice tra Stati Uniti ed Europa, ma con la deriva autoritaria, un po’ folle e megalomane, di Trump è stata messa in grave difficoltà, senza riuscire a prendere le distanze. Prima sui dazi, poi con tutte le violazioni del diritto internazionale. Ma c’è anche un terreno più specifico che secondo me ha agito molto in Italia, soprattutto con le nuove generazioni. Ed è la questione della deriva autoritaria interna agli stessi Stati Uniti: su tutte la vicenda di Minneapolis, le continue battaglie contro la magistratura e l’attacco alla separazione dei poteri che sta facendo Trump hanno fatto intravedere una possibile deriva autoritaria, plebiscitaria anche in Italia, in cui c’erano molti segnali che potevano accreditare questo scenario. Basti pensare al modo con cui, per esempio, nelle scuole si cerca di trattare gli studenti e i movimenti giovanili. Quindi è scattato un meccanismo di riflesso anti-autoritario, in particolare nelle nuove generazioni. C’è una generazione nuova, giovanissima, che ha manifestato, che è scesa in piazza per Gaza. E questo è un elemento di formazione di cultura politica importante. Tante volte si dice che i movimenti collettivi sono carsici: vanno e vengono, però lasciano sempre un’eredità importante nella cultura politica, nella coscienza collettiva. Non a caso la mia generazione — ho settant’anni — si ricorda ancora del Vietnam. Mi ricordo bene di quando ero al liceo, alla fine del ’72, quando cominciarono i bombardamenti americani sul Vietnam del Nord. Ora questa vicenda di Gaza sta avendo un impatto emotivo molto forte sulle nuove generazioni e questo ha influito nella mobilitazione.
Per una volta l’affluenza è stata alta, oltre il 65% in Umbria, Emilia e Toscana.
Questo conferma una mia diagnosi sul fenomeno dell’astensionismo, su cui si spendono molte lacrime e argomentazioni vuote. Le teorie più plausibili sono quelle secondo cui il livello di partecipazione è legato a due variabili: la percezione diffusa della posta in gioco e l’incertezza sul risultato. E poi anche il fatto che, siccome non c’è quorum, si sapeva bene che il comportamento di non voto non era un’opzione. Ciò pone un problema anche per gli altri livelli istituzionali, perché, nonostante il gran parlare che si fa ormai da trent’anni sul fatto che l’elezione diretta dei sindaci o dei presidenti di Regione favorisca una maggiore partecipazione, i fatti hanno dimostrato che non è vero. Anzi, la gente si mobilita meglio se c’è una posta politica, se può esprimersi politicamente sulle cose.
**Confrontando il voto in questo referendum con i cinque quesiti del referendum dell’anno scorso, promossi dalla CGIL, e ancor più questo voto con quello delle politiche del 2022, c’è uno scarto di milioni di elettori. Come te lo spieghi? **
È complicato capire. C’è un elemento di continuità rispetto all’anno scorso, pur essendoci ovviamente il 30% di votanti in meno, perché c’era stato il boicottaggio di tutta la destra per non superare il quorum. Il risultato — 13 milioni di voti a favore dell’abrogazione delle norme — mostrava un alto livello di compattezza e di mobilitazione di tutto l’elettorato progressista. Ora c’è un fatto nuovo. La compattezza è rimasta. Solo una piccola minoranza di elettori del Pd, di Avs e del Movimento 5 Stelle ha votato per il Sì; inoltre c’è stato un arrivo di elettori, in gran parte provenienti dall’astensione, che non avevano votato alle politiche e non hanno votato alle regionali. Questo è un tipo di elettore di difficile decifrazione: ci sono molti giovani alle primissime esperienze. È quindi difficile avere una loro storia elettorale alle spalle per capire cosa fanno, da dove vengono, cosa sono. Le analisi fatte sul voto del 2022 dicevano che c’era una netta divisione nell’elettorato più giovanile: i giovani che studiano o che lavorano sono in maggioranza a sinistra; poi c’è una fetta di giovani che non studia, non lavora o è precaria, che tende a essere diffidente, estranea alla politica. Questa è una bella sfida: capire come parlare a tutto il mondo del precariato di oggi. Schlein ha puntato molto sul salario minimo — sono ovviamente d’accordo — ma c’è un limite: aver concepito la strategia politica come una sequenza di single issues, senza riuscire per ora a offrire una visione generale.
Un altro tema su cui riflettere è quello territoriale, il No è andato meglio nei centri urbani piuttosto che in provincia.
Il Sì ha vinto solo in 17 capoluoghi nel Sud, solo a Reggio Calabria e nelle province laziali, mentre al Nord ha vinto solo a Verona, Piacenza, Alessandria, Viterbo, Cremona, Varese, Lecco, Rovigo, Biella, Vercelli, Cuneo. Tutti gli altri capoluoghi medio-grandi di provincia del Nord hanno detto No, da Vicenza a Padova, persino Treviso. E poi è sempre più netta una divaricazione tra il voto nei comuni sotto i 10.000 abitanti, dove il centrodestra è più forte, e quello delle grandi città, che tra l’altro dovrebbe mettere in guardia il Pd dallo smantellare il presidio territoriale nei piccoli e medi centri, perché qui le relazioni locali personali contano ancora moltissimo. Non tutto è mediatico: contano ancora moltissimo quelle che i sociologi chiamano relazioni di prossimità o di comunità. E questa cosa si vede, del resto, quando ci sono le elezioni locali e regionali, dove il voto nei piccoli e medi centri è molto più strutturato, anche dalla destra. Questo è un punto importante su cui costruire.