Pareggio e premierato: la trappola che divide le opposizioni

La riforma elettorale voluta da Meloni rischia di favorire un bipolarismo plebiscitario e di spaccare il centrosinistra prima ancora del voto.

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ANSA

Sì chiama "pareggio" il nuovo tormentone che inquieta gli stati maggiori dei partiti più grandi. A farsene eco è Franceschini, almeno secondo i retroscena di Francesco Verderami sul Corriere di sabato 23 maggio. La legge elettorale attuale favorirebbe, a suo avviso — riferisce Verderami — la non vittoria di entrambi gli schieramenti, con il pericolo di un’ennesima unità nazionale, della fine del bipolarismo e della crescita dei populismi. Talché, ecco la morale: il non voler trattare con Meloni oggi costringerebbe i riottosi a trattare domani con lei, per un esecutivo misto o tecnico, il che sarebbe esiziale per la democrazia italiana.

Sullo sfondo di tutto questo c’è ovviamente il ruolo del Pd, che potrebbe voler assecondare la legge para-premierale di Meloni, magari migliorandola, e giocarsi poi la sfida apertamente: o la va o la spacca. Ma connessa c’è l’altra questione ossia il via libera a una legge che prevede un premio monstre fino al 60 per cento e il nome del premier sul programma.

E dunque ecco tornare il tema delle primarie, poiché a quel punto le coalizioni in lotta dovranno avere un leader designato. Ora, certo, è difficile ipotizzare un’intesa aperta del Pd su una legge di fatto truffa, come quella in ballo. E con un premio che ricorda l’infausta legge Acerbo, che aprì le porte al regime fascista, e che fa impallidire quella centrista di De Gasperi, che scattava con il 50 per cento più uno. Oltretutto, il nome sul programma è preludio del premierato, con ammucchiate su una persona tali da cancellare ogni libera scelta su preferenze e collegi. Si finirebbe così per favorire aggregazioni gassose e plebiscitarie, capaci di annichilire per sempre Parlamento e partiti, in direzione di una verticale del potere trasformista e autoritaria. Di fatto, un passo avanti verso l’elezione diretta e il plebiscitarismo.

Insomma, una forma di presidenzialismo premierale che ridurrebbe fino all’estinzione il ruolo che la Costituzione assegna alla funzione di garanzia del Quirinale. E che almeno resterebbe, come minore dei mali, in caso di pareggio, quale via obbligata e concordata. Ma non è solo questo — evitare il direttismo — l’unico vantaggio o male minore in caso di non vittoria di entrambi i poli. Ammesso che il pareggio vi sia poi. I punti chiave, infatti, sono due.

Il primo è la salvaguardia della democrazia parlamentare, risucchiata dalla legge Meloni nel mega partito del premier, fomite di trasformismo e personalizzazione del potere.

Il secondo punto, più immediato, è il rischio di consegnare una vittoria storica di principio a questa destra, erede dell’ideologia presidenziale e che coronerebbe così uno dei suoi obiettivi esistenziali: la democrazia decidente diretta. Contro le assemblee, i corpi intermedi e il ceto politico “discutidor”, che non conclude. Inoltre, sarebbe una vittoria di principio per la destra sull’unica riforma da essa conclamata, dopo il fallimento sulla giustizia e quello sull’autonomia differenziata, ridotta ormai a brandelli dalla Corte Costituzionale.

E c’è da star sicuri che una vittoria sul metodo e sul risultato elettorale potenzierebbe gli spiriti animali della destra post-fascista, fin qui frustrata dai fallimenti istituzionali e dai magri risultati di governo. Una destra revanscista e vittoriosa, a quel punto, pronta a riprendersi con gli interessi ciò che fin qui le è sfuggito per i suoi errori e per l’unità delle opposizioni.

Ma c’è di più. La questione elettorale divide molto più al suo interno il campo progressista che non il centrodestra, aprendo una contesa dentro il primo ben più marcata rispetto ai problemi dei partit di governo. Sarebbe infatti inevitabile, per il centrosinistra, procedere a una scelta accelerata del leader designato, per fare coalizione e conquistare il premio monstre.

Dunque: o patto sul nome subito, arduo da trovare e divisivo, oppure primarie, con tutti i problemi che questo strumento si porta dietro. Del tipo: riluttanze nei rispettivi elettorati a confermare nelle urne il risultato conseguito; inquinamenti dal campo avverso, per favorire con il voto ai gazebo il candidato che appaia meno favorito o controverso; polemiche sulle modalità e le certificazioni di voto. Infine, inevitabili differenze di programma e intenzioni tra gli sfidanti, per distinguersi, mentre il campo avverso assiste divertito, pronto a sfruttare certe fratture o ad esaltarle.

Ebbene, non sarebbe prodromo di spirito unitario né festa di vittoria e chiamata alle urne, come fu nel caso di Prodi nel 2006. Tutt’altro, ci pare. A maggior ragione in un momento in cui lo schieramento avversario un leader collaudato lo ha e lo esibisce, potendosi così esimere da ogni discussione pubblica.

L’attenzione pubblica, insomma, verrebbe interamente risucchiata dal match interno all’opposizione. E con un pezzo della campagna elettorale non polarizzata dagli evidenti fallimenti della destra, bensì dai dilemmi del suo avversario. Eppure, esattamente sui fallimenti del governo andrebbe concentrata l’attenzione, nel momento in cui esso ha sul capo la spada di Damocle del deficit ed è gravato dalla difficoltà di far quadrare i conti, in bilico tra rigore costrittivo e spesa militare che rischia di ipotecare welfare e coesione sociale. Perché regalare dunque un’ordalia divisiva a un governo in crisi di risultati, mentre un massimo di unità sui problemi può infliggergli un colpo decisivo? Perché avallare un testa a testa con Giorgia che già di per sé rischia di celebrare una sua vittoria di principio sul piano istituzionale?

Certo, la tentazione di mercanteggiare su consistenza del premio di maggioranza e soglia oltre cui scatta — 40, 42 — può essere forte. Magari mediando in modo malcelato e indiretto, nell’ostentare tatticamente ferma opposizione alla legge, per giocarsela poi in finalissima leader contro leader. Ma sarebbe una pratica goffa e maldestra, che non sfuggirebbe alla platea di milioni di elettori, a quel punto disorientati e indispettiti. Con polemiche interne che comincerebbero a scatenarsi ben prima delle primarie. Con l’effetto, tutt’altro che esaltante, di un esercito trascinato diviso in battaglia.

Dunque, meglio massima chiarezza e trasparenza nel far seguire i fatti alle parole: se è lotta aperta a questa legge elettorale, lotta aperta sia. Anche in considerazione dei profili di incostituzionalità di tale legge, come già venne stabilito a chiare lettere con l’Italicum. Resta l’obiezione, in apparenza dirimente: e in caso di pareggio?

Risposta. Innanzitutto, non è scritto nella pietra il pareggio con questa legge, specie con qualche correttivo, dal piccolo premio alla riscrittura dei collegi. E anzi è possibile sconfiggere nettamente la destra su pace, lavoro, costo della vita e welfare. E poi, anche in caso di pareggio, la partita sarà tutta da giocare. Perché non è detto che la destra di Meloni o le forze alleate del Pd, come i 5 Stelle, accettino sic et simpliciter un governissimo. E anche in quel caso, lo spartiacque sarà il programma da scrivere nero su bianco, magari tra una parte del centro più moderato e il centrosinistra, come accade in Germania.

Spaccando la destra e isolando Meloni e Salvini. Con un mandato a breve sulle urgenze, per poi eventualmente tornare a votare, con un nuovo Quirinale di garanzia e non imposto con l’ortopedia di una legge truffa. Il che già sarebbe una grande vittoria, che scongiurerebbe del tutto lo spettro agognato dalla destra: la repubblica premierale diretta. E non sarebbe poco.

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