Operaicidio. Dare un nome alla strage

Linguaggio, responsabilità e riforme contro la normalizzazione delle morti sul lavoro

Francesco D'AgrestaFlusso Quotidiano
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AI

Ogni otto ore, in Italia, un lavoratore muore. Ogni cinquanta secondi si registra un infortunio. Eppure non siamo in stato di emergenza permanente. Non c’è una mobilitazione nazionale quotidiana, né un dibattito politico all’altezza della dimensione del fenomeno. La strage del lavoro è diventata rumore di fondo: cronaca che scorre e si deposita senza sedimentare coscienza.

È da questo paradosso che prende le mosse Operaicidio. Perché e per chi il lavoro uccide. Le storie, le responsabilità, le riforme, di Bruno Giordano e Marco Patucchi (Marlin editore, 2025), con introduzione di Luciano Canfora. Il libro compie un’operazione insieme culturale e politica: propone un neologismo per nominare ciò che continuiamo a descrivere con parole che attenuano, deviano, assolvono. Un neologismo che, come femminicidio, certifica un fatto, impone una riflessione e chiama in causa delle conseguenze. Infortunio, morte bianca, fatalità, errore umano: il lessico corrente suggerisce casualità, sventura, destino. Ma la fortuna non c’entra nulla.

Giordano, magistrato di Cassazione già direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, e Patucchi, giornalista che da anni segue le morti sul lavoro, mostrano come la battaglia parta dalla semantica. Finché il fenomeno è raccontato come incidente, non si apre lo spazio per interrogarsi sulle responsabilità. Se al posto di infortunio usassimo omicidio o lesione, la prima domanda sarebbe inevitabile: chi è responsabile? Il libro insiste su questo punto con forza: il lavoratore morto ha un nome, un volto, una biografia; l’impresa, invece, raramente compare nella narrazione pubblica con la stessa evidenza. La responsabilità si dissolve nella formula dell’errore umano, nella leggerezza individuale, in una presunta imprudenza. Eppure le indagini sulle grandi stragi del lavoro smentiscono sistematicamente questa semplificazione: dietro gli incidenti emergono carenze organizzative, risparmi sui dispositivi di sicurezza, scelte produttive che subordinano la tutela della vita alla riduzione dei costi.

Operaicidio intreccia circa cento storie vere di morti sul lavoro, distribuite lungo i capitoli come una Spoon River civile, così come la definiscono gli autori. Non sono un’appendice emotiva: sono la prova concreta che i numeri hanno un corpo. E quei numeri, già di per sé drammatici, sono probabilmente sottostimati. Le statistiche registrano solo gli infortuni denunciati; ma in un Paese in cui l’Istat stima milioni di lavoratori in nero, la dimensione reale del fenomeno sfugge a ogni contabilizzazione certa. L’invisibilità statistica si somma a quella linguistica.

Il quadro giudiziario non è meno problematico. I processi sono lunghissimi, spesso conclusi senza colpevoli, con prescrizioni che chiudono i fascicoli senza una verità accertata. Gli autori non propongono scorciatoie demagogiche, ma una maggiore specializzazione, indagini più rapide, strutture dedicate. La lentezza della giustizia, in questi casi, non è neutra: contribuisce alla percezione di impunità e rafforza l’idea che si tratti di un destino ineluttabile.

Ma il libro non si limita alla dimensione tradizionale dell’operaio industriale. L’edilizia, per esempio, continua a essere uno dei settori più colpiti da morti e infortuni. Il lavoro che uccide è anche quello dei rider, vittime di un caporalato digitale governato da algoritmi e punteggi; è quello che si consuma negli hub della logistica, spesso opachi; è quello delle cooperative nate con finalità mutualistiche e talvolta trasformate in strumenti di compressione salariale; è quello dei giovani coinvolti nei percorsi di alternanza scuola-lavoro, dove la scuola rischia di smarrire la propria missione educativa per diventare fornitrice di manodopera gratuita e non adeguatamente formata; ed è quello delle e dei sex workers, che non hanno neppure la possibilità di emergere dal nero, visto che il loro lavoro, per lo Stato, semplicemente non esiste.

Qui il discorso si allarga. La morte sul lavoro non è un residuo del passato né una deriva del presente: è un fenomeno strutturale che accompagna l’organizzazione della produzione ogni volta che il profitto prevale sulla tutela della vita. Nell’introduzione, Luciano Canfora richiama lo studio di Engels sulla condizione della classe operaia come atto fondativo di una consapevolezza costruita sull’inchiesta e sull’analisi delle condizioni materiali. Allora come oggi, le cause non erano affidate al caso, ma riconducibili a un sistema produttivo che poneva il profitto sopra la sicurezza e la dignità del lavoro. Se le condizioni migliorarono, fu per effetto di lotte durissime, non per concessione benevola. E se oggi la strage continua, non è per un destino avverso, ma per la persistenza di quella stessa logica: la massimizzazione del profitto può tradursi nella compressione dei costi proprio sulle condizioni di sicurezza. Non è una legge naturale: è una scelta. E ogni scelta comporta responsabilità.

Nel capitolo significativamente intitolato Che fare?, il libro non si limita alla denuncia ma avanza una proposta di riforma articolata di cui richiamiamo soltanto alcuni elementi: un’Authority unica per la sicurezza del lavoro, una Procura nazionale e distrettuale dedicata, l’introduzione di una fattispecie specifica di reato per omicidio o lesioni derivanti dalla violazione delle norme sulla sicurezza. Non un semplice appello morale, ma un’agenda che chiama in causa la politica e la capacità del Paese di dotarsi di strumenti adeguati. E torna, in chiusura, la battaglia sul linguaggio. Operaicidio non è solo una parola nuova, ma un tentativo di sottrarre queste morti all’area semantica della fatalità. Tra i suoi sinonimi compaiono strage, eccidio e assassinio; tra i contrari morti bianche, infortunio ed errore umano. Non è un artificio retorico: nominare significa riconoscere, e riconoscere significa assumere responsabilità collettiva.

La forza di questo libro sta proprio qui. Non è solo una denuncia, né soltanto un’inchiesta giornalistica o un’analisi giuridica. È un tentativo di rompere la normalizzazione della strage e di tradurre quella rottura in responsabilità giuridica. In una democrazia matura, la civiltà di un Paese non si misura soltanto dalla crescita economica o dalla stabilità istituzionale, ma dalla capacità di tutelare la vita e l’integrità di chi lavora. Dare un nome alla strage è il primo passo per sottrarla all’abitudine. Ma nominare non basta: significa anche chiedere che quella parola trovi spazio nel diritto, che le morti dovute alla violazione delle norme sulla sicurezza non siano assorbite nella genericità dell’infortunio, ma riconosciute come fatti penalmente qualificati. Finché continueremo a considerarle eventi sfortunati e non esito di scelte organizzative e produttive, continueremo a** convivere con una guerra minore** che si consuma in tempo di pace. Restituire un nome a queste morti significa restituire alla politica e al diritto il compito che spetta loro.