Oltre l’alternativa: (ri)costruire cultura politica

Per costruire un’alternativa credibile alla destra non basta vincere le elezioni: serve ricostruire cultura politica, partecipazione e una nuova alleanza tra pace, giustizia sociale e democrazia.

Davide CesariniApprofondimenti
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ANSA

È vero, questo deve essere il momento in cui costruire l’alternativa al governo più a destra della storia della Repubblica. Serve più che mai unire su un programma politico quel popolo che si è opposto con la forza del voto allo stravolgimento della Costituzione. Il popolo della sinistra chiede unità, pragmatismo e una visione dell’Italia: una coalizione riformatrice in grado di introdurre il salario minimo, di guidare la transizione ecologica con investimenti pubblici, di costruire un sistema fiscale più giusto, tassando i grandi patrimoni e le rendite finanziarie, di investire in scuola e sanità pubblica, di mettere al centro la questione meridionale, la legalità e di tornare a pronunciare senza timore una parola che sembra bandita dal dibattito pubblico, pace. Tutto questo non serve ad una classe dirigente per affermarsi e vincere le elezioni, il fine non è e non deve mai essere il governo in sé, ma cambiare in meglio la vita dei cittadini. Un percorso così complesso però necessita di un tassello in più, che vada oltre la modalità di scelta di una o un leader e il colore dei partiti, serve tornare a produrre cultura politica.

Di cultura politica si parla poco e tendenzialmente male, in maniera approssimativa, quasi a volerla derubricare a vetusto arnese di un passato lontano, quando invece in ballo c’è l’antidoto più puro all’antipolitica dilagante. Se volessimo provare ad indicare un elemento tra i tanti che hanno concorso a rendere il dibattito pubblico così sterile e privo di visione, quello sarebbe il divorzio tra politica e cultura. Un divorzio consumatosi con lo sgretolamento dei grandi partiti di massa, nel più complessivo quadro di un sistema politico e istituzionale logorato dalle sue contraddizioni, sostanzialmente corrotto nei suoi principali meccanismi di funzionamento e quindi destinato a sfarinarsi. In quel momento abbiamo assistito ad una svolta: rottamati i partiti tradizionali ed evaporate le culture politiche. L’illusione ci fu, ovvero quella di pensare che avrebbe retto, in virtù della fine della storia, un sistema politico leggero, incline ad un vuoto nuovismo e male organizzato in termini di capacità rappresentative. Nella realtà, invece, la storia si è messa a correre e ha lasciato il nostro sistema con le spalle al muro.

La globalizzazione, le crisi economiche e finanziarie, la pandemia, il tenebroso ritorno della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, il riemergere dei nazionalismi: svolte epocali di cui non è stata data una lettura politica profonda. Non avere cultura politica, cioè una visione del mondo coerente con dei principi, con dei riferimenti storici e culturali, ci ha traghettati nella attuale situazione. La prima domanda che dobbiamo porci è come uscirne, come evitare di essere risucchiati nel vortice della storia. La risposta deve arrivare da chi vive e anima i partiti. Quest’ultimi sono chiamati a progettare nuovi spazi di discussione che consentano di aprire un reale dibattito sulle radici e sul futuro. Per fare questa operazione è necessario non solo uno sforzo di analisi, ma anche uno organizzativo. Per poter dar vita ad un dibattito costruttivo e che tenti di rilanciare una forma politica che non gode di grande fiducia da parte dei cittadini da circa trent’anni, è evidente come sia necessaria una struttura alle spalle. Una struttura composta da quadri e militanti, da strutture fisiche e radicate nei territori pronte a tornare ad essere punto di riferimento, da persone animate da uno spirito pubblico e che investono parte del loro tempo nella difesa dei valori nei quali credono.

L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, sotto il punto di vista organizzativo, ha influito pesantemente: l’idea che la politica possa vivere tra le persone senza essere finanziata è un errore e contribuisce indirettamente a creare dei coni d’ombra in cui possono inserirsi interessi oscuri e criminali. Per di più questa ricetta punta sostanzialmente ad escludere dall’arena politica chi non se lo può permettere, trasformando nei fatti il volersi occupare della cosa pubblica in un circolo elitario riservato a poche e facoltose personalità. Ricostruire partiti strutturati e rinnovati nella forma, in grado di selezionare classe dirigente e produrre cultura politica, ci aiuterà anche a lasciare alle spalle un modello di civismo ormai al tramonto, improvvisato, tendenzialmente costruito a tavolino a ridosso degli appuntamenti elettorali e privo di una qualunque forma di trasparenza e partecipazione nella costruzione di proposta politica. La seconda domanda da porci è quali culture possono contribuire a ridefinire un campo valoriale cui potersi ispirare per costruire l’alternativa nel nostro paese. Se prendiamo come punto di riferimento la Costituzione della Repubblica, allora non possiamo non partire dalle tre culture politiche fondamentali che hanno contribuito materialmente alla sua stesura: quella cattolico-democratica, quella liberal-azionista e quella della sinistra (socialista, comunista e socialdemocratica). Tutte e tre, per ragioni diverse, oggi vivono un momento di travaglio interiore, quasi come se le stesse culture politiche fossero alla ricerca della loro identità. La cultura politica cattolica ha ritrovato compattezza nella battaglia popolare contro la guerra e in particolare nel papato di Francesco (non solo nelle sue parole e nelle sue encicliche, ma soprattutto nei suoi gesti, come la telefonata programmata per ogni sera a Padre Gabriel Romanelli, il parroco dell’unica chiesa cattolica a Gaza). Jorge Mario Bergoglio, originario della fine del mondo, è stato un riferimento vitale per chi continua a credere che alla brutalità dilagante si possa contrappore un progetto alternativo nella forma e nella sostanza. Un uomo giusto che andava oltre la speranza, che si interrogava sulle ragioni profonde dei disastri sociali ed economici prodotti da un capitalismo sregolato e predatorio, che individuava con lucidità un legame indissolubile, oltre che un nesso logico, tra la guerra e l’attuale evoluzione del sistema di produzione.

Oggi, nel mondo di Trump, Netanyahu e Putin, bisogna avere la presunzione politica di costruire un ordine internazionale alternativo e in Italia, patria di Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti, di chi ha dedicato alla causa dell’uguaglianza e della pace la propria vita, questo è possibile riscoprendo una coscienza e una voce cattolica progressista che oggi si esprime con eccessiva timidezza. Pace e uguaglianza d’altronde sono valori che creano una connessione sentimentale con la sinistra. Un legame quest’ultimo di cui l’Italia è stata una testimone storica. Sarebbe fuorviante ripercorrere qui tutti i passaggi che hanno portato al collasso il pensiero critico e alternativo della sinistra, tutti più o meno riconducibili alla subalternità culturale e politica al neoliberismo. La cieca fiducia nel mercato ha non solo ridotto a marginale la battaglia contro le disuguaglianze, ma ha fatto deperire un pensiero politico sullo Stato, ridotto a bestia da affamare, povero di risorse e competenze. La terza via si proponeva come un soggetto politico che avrebbe dovuto esclusivamente oliare un poco la monorotaia della storia: una versione anni ’90 del celebre motto thatcheriano “There is no alternative”, ma riabilitato da sinistra.

Quelle idee hanno non solo creato una confusione culturale negli addetti ai lavori, ma hanno soprattutto allontano la sinistra storica, quella dell’uguaglianza e della giustizia sociale, dal suo popolo di riferimento, ovvero i sommersi. Quel disallineamento sociale va ricostruito con il lavoro quotidiano e la volontà politica. Quest’ultima si è manifestata ad aprile a Barcellona, alla global progressive mobilisation, dove finalmente parole chiare e socialiste sono state pronunciate su un’agenda condivisa da tutti i partiti e le formazioni politiche della sinistra internazionale, partendo da concetti chiave come la pace e il lavoro. La partecipazione alla convention da protagonista del Partito Democratico e della sua segretaria Elly Schlein (che in questi anni sta lavorando duramente in questo senso) merita un giusto riconoscimento. Dal punto di vista culturale pesa anche l’assenza di un pensiero socialista-liberale autentico all’interno del campo della sinistra. Storicamente il suo peso elettorale è stato sempre limitato (pensiamo al triste destino del nobile partito d’azione), ma dal punto di vista intellettuale, di costruzione politica e di rapporti con alcune fette del ceto medio-alto e borghese potrebbe svolgere un ruolo significativo. Ci sono tante piccole e medie imprese nel nostro paese che non credono nelle ricette economiche delle destre nazionaliste, che sono state messe in ginocchio dallo sproporzionato aumento del costo dei carburanti e dell’energia, dai dazi di Trump e che ora sono alla ricerca di una proposta alternativa su questi temi. Esistono donne e uomini di orientamento moderato che credono in un’Europa più unita, non irrilevante, e in un’idea di sicurezza fatta anche di prevenzione ed inclusione. Dai territori, dalle amministrazioni comunali e regionali, sulla base delle tante esperienze che esistono, può nascere un movimento capace di intercettare questo elettorato e di mettere saldamente a disposizione del centro-sinistra nazionale un patrimonio di competenze e pragmatismo utile alla costruzione di un’alleanza salda e plurale.

Oggi esiste in Italia una volontà diffusa di voler restituire alla politica il valore che merita, di provare ad alzare il livello del dibattito pubblico che troppo spesso è il protagonista in negativo di tutte le vicende del paese, tra vuoti slogan e violenza verbale. Ricostruire il filo rosso che unisce cultura e politica è il senso più profondo della missione della sinistra.

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