Oltre l’algocrazia: una contronarrazione dell’AI per l’emancipazione collettiva
Tra oligopoli digitali, lavoro cognitivo e democrazia, serve una controcultura capace di riportare la tecnologia al servizio della collettività

ANSA
Il mito della neutralità della tecnica si sta infrangendo contro una realtà complessa e profondamente ambivalente. Come emerso nel dibattito di questa rivista, l’innovazione tecnologica non è uno strumento asettico, ma un terreno di scontro politico ed economico, l’ultimo capitolo di una storia di automazione capitalistica iniziata secoli fa. Oggi l’intelligenza artificiale si configura come un’infrastruttura di potere centralizzato: un oligopolio in mano a pochissime aziende globali che impongono un modello di vero e proprio “tecno-feudalesimo”, per dirla con Varoufakis. L’autonomia tecnica corre più veloce della capacità di controllo umana, portando con sé scenari allarmanti: non a caso nella nuova enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV ampio spazio è riservato alla riflessione sui temi e sulle contraddizioni sollevate dall’AI.
L’impatto sociale, ecologico e geopolitico si manifesta in tutta la sua urgenza, configurando un rischio sistemico di “resa cognitiva” e colonialismo culturale. Sul piano antropologico, studi scientifici evidenziano i danni cognitivi causati dagli algoritmi su bambini e adolescenti. Sul fronte bellico, l’uso dell’AI accelera l’escalation automatizzata, trasformando la selezione dei bersagli in un calcolo statistico e moltiplicando le vittime civili. A differenza delle precedenti rivoluzioni industriali, l’AI generativa non esonera l’umanità dalle mansioni più faticose, ma colpisce direttamente il lavoro cognitivo e intellettuale. Ogni atto della nostra esistenza mediato dalla rete si trasforma così in un “lavoro senza fine” che estrae valore senza alcuna remunerazione. Inoltre, l’AI opera come una vera industria estrattiva, che divora enormi quantità di energia e acqua, e si nutre di dataset non oggettivi che ereditano e amplificano su scala globale discriminazioni strutturali. In Cina il governo, consapevole dei rischi, è intervenuto per vietare i licenziamenti per sostituzione tecnologica. In questo quadro di sorveglianza di massa e controllo sociale, l’AI Act europeo e le attuali forme di governance si rivelano asimmetriche, parziali e incapaci di normare una tecnologia così mutabile, finendo paradossalmente per tutelare i grandi monopoli privati.
Per invertire la rotta non bastano i codici etici o le regolamentazioni calate dall’alto. È necessaria la nascita di una controcultura critica che sottragga la tecnologia alle sole logiche del profitto. Il campo dell’innovazione deve tornare a essere contendibile. È attraverso i conflitti sociali e le mobilitazioni collettive che si può pretendere la trasparenza, l’open access e l’ispezione pubblica dei codici e dei dataset. Dobbiamo aprire la “black box” dei segreti industriali per mettere le macchine al servizio della collettività, avviando reali processi di liberazione collettiva capaci di tutelare il valore del vivente.
A queste istanze urgenti e alla necessità di costruire un nuovo immaginario risponde il lavoro del collettivo NINA – Né Intelligente Né Artificiale – che si è reso protagonista di un partecipatissimo festival tra Roma e Milano nei primi giorni di maggio. Spazio di resistenza culturale che sfida apertamente lo strapotere delle Big Tech, NINA nasce dall’iniziativa di attivisti, ricercatori e realtà sociali determinati a scardinare il determinismo tecnologico.
L’iniziativa riflette una chiara missione politica: non un semplice ciclo di conferenze, ma uno spazio che ha alternato dibattiti teorici con ospiti di rilievo internazionale a laboratori pratici e workshop di co-progettazione. Questo percorso produttivo e culturale punta a generare nuovi flussi virtuosi coinvolgendo la cittadinanza e le istituzioni locali, dimostrando che la tecnologia può essere messa a disposizione della crescita comune e inclusiva, restituendo alle comunità il diritto al futuro.
Come la rivoluzione industriale spinse gli operai a unirsi nelle prime società di mutuo soccorso, così l’era digitale impone oggi una nuova forma di autotutela collettiva. Da questa convinzione nasce l’intuizione di NINA su un Sindacato universale digitale: un’organizzazione a carattere non solo difensivo, ma che si assume la responsabilità di ridisegnare la governance di tali processi trasnazionali, in maniera trasparente e situata.
L’obiettivo strategico diventa quindi quello di ricomporre ciò che l’algocrazia ha frammentato: sottrarre il general intellect – il sapere sociale e la cooperazione cognitiva della collettività – all’espropriazione privata delle piattaforme per restituirlo alle comunità. Solo attraverso un’organizzazione politica che parta dal basso e attraversi i territori sarà possibile invertire la rotta. Iniziative che vibrano nei territori delle metropoli si propongono come scintilla di questo riscatto: trasformare l’intelligenza collettiva da strumento di profitto per pochi in una leva di emancipazione democratica e condivisa.
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