Oltre la ragione di Stato: quando la guerra uccide il futuro

Michele MetaIl Punto
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ANSA

C’è un punto oltre il quale la guerra cessa di appartenere perfino alla politica e diventa soltanto offesa alla civiltà: è il punto in cui entra in una scuola. A Minab, nel sud dell’Iran, una scuola elementare femminile è stata colpita durante l’orario delle lezioni e ha lasciato sotto le macerie centinaia di vittime, in gran parte bambine. Davanti a un fatto così, ogni ragione di Stato si scopre per ciò che è: una formula vuota pronunciata sopra corpi innocenti.

Ma sarebbe una falsificazione usare quelle bambine per assolvere il regime degli ayatollah. L’Iran continua a opprimere le donne con un potere che è insieme religioso, poliziesco e giuridico; l’ONU documenta da tempo la repressione contro chi rifiuta l’imposizione del velo e contro chi rivendica libertà elementari. Quelle bambine vivevano dunque già dentro un ordine che ne mortificava la dignità. E tuttavia proprio questo rende ancora più intollerabile la loro morte: nessuna tirannide autorizza una potenza straniera a bombardare una scuola.

Anzi, qui la responsabilità cresce, non diminuisce. Se davvero, come emerge dalle ricostruzioni, sono state impiegate capacità di attacco di alta precisione, allora cade anche l’alibi dell’errore inevitabile. La precisione non assolve: obbliga. Se gli Stati Uniti avessero davvero voluto evitare di colpire quella scuola, avrebbero dovuto farlo. Quando si dispone di tecnologie capaci di distinguere, il mancato distinguere non è fatalità: è colpa.

Da Minab a Gaza, il nome dei luoghi cambia, ma non cambia il senso dello scandalo. UNICEF ricorda che nella Striscia, dal 7 ottobre 2023 ai primi di febbraio 2026, sono stati uccisi più di ventunmila bambini e decine di migliaia sono rimasti feriti; insieme alle vite, è stato devastato anche il sistema educativo. Quando la guerra abbatte le scuole, non distrugge soltanto muri: spezza il legame fra il presente e il futuro, e dichiara che perfino l’infanzia può essere sacrificata.

Per questo una coscienza democratica non può scegliere quali bambine meritino il nostro lutto e quali debbano essere consegnate al silenzio delle convenienze geopolitiche. Deve dire, nello stesso respiro, che il regime iraniano opprime le donne e che nessuna potenza ha il diritto di seppellire delle alunne sotto le macerie; che una bambina iraniana non vale meno perché nasce sotto una teocrazia e una bambina palestinese non vale meno perché nasce sotto assedio.

Non a caso, anche in Italia, l’associazione L’isola che non c’è ha promosso la candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace. È un gesto simbolico, certo. Ma i simboli servono proprio quando la politica smarrisce le parole essenziali. E la più essenziale di tutte, oggi, è questa: una scuola non si colpisce. Se accade, non viene ferita soltanto una comunità. Viene umiliata l’idea stessa di umanità.