Oltre il woke

ANSA
Non è per nulla importante analizzare saputamente il contesto reale e il “vero” significato, interno alla politica USA, delle affermazioni di Alexandria Ocasio-Cortez sul woke prima maniera come “follia”, e neppure sottolineare l’ovvia distanza fra l’esperienza statunitense e la nostra - una distanza data soprattutto dalla segmentazione razziale della società d’oltreoceano -, per inferirne, come fanno alcuni esponenti della sinistra nostrana, che in Italia non c’è stato pensiero woke o che, in subordine, nessuna forza politica organizzata si è espressa a suo favore (si potrebbe ricordare invece che nessuna forza politica organizzata di sinistra ha preso le distanze dalle passate polemiche woke sul monumento a Montanelli a Milano, o sui bagni non binari di alcuni edifici pubblici, o sull’uso dello schwa). Si tratta di escamotage un po’ patetici, che nascondono o ignorano la sostanza politica reale, questa sì importante, profonda e radicale, che è implicita nella questione woke e nella polemica estiva che l’ha seguita. E che testimoniano la perdurante incapacità della sinistra di aprire gli occhi sulla propria crisi storica.
E pensare che proprio all’apertura degli occhi, al risveglio, alla vigilanza, al senso critico, allude il termine woke, per quanto da tempo sia utilizzato dai suoi avversari in significato sarcastico e offensivo. Il woke non coincide col femminismo né con le provvidenze dello Stato sociale, cioè non è associato alle lotte contro la disuguaglianza strutturale, contro la povertà e l’esclusione, né all’affermazione di una differenza universale come appunto quella femminile. E più in generale non coincide con la promozione dei diritti soggettivi in quanto tali. Rispetto al grande movimento moderno di affermazione della libertà e dell’uguaglianza - che ha avuto momenti tragici, le rivoluzioni - il woke è semmai la farsa che mette in primo piano non le disuguaglianze ma le differenze, non le fratture del corpo sociale scavate dal potere ma le idiosincrasie, le arbitrarietà di singoli o di piccoli gruppi, portate in primo piano e accostate orizzontalmente, al di fuori di ogni architettura concettuale o istituzionale.
Il woke vede ovunque potere, come responsabile della conformazione autoritaria, repressiva, escludente, della società. E fin qui nulla di male. Ma vede il potere come un insieme di spinte performative che creano strutture categoriali, concettuali, linguistiche, simboliche, rivolte contro i singoli individui, contro le minoranze, per creare una pretesa “normalità”, a cui i soggetti “risvegliati” hanno il dovere morale di ribellarsi, per esigere il diritto di essere ciò che ciascuno desidera essere, fuori da ogni norma e di ogni ascrizione, storica o naturale che sia. L’obiettivo del woke è una lotta culturale in vista di una uguaglianza anarchica di micro-identità fluide e autonome, un asistematico e casuale assemblaggio di tribù combattenti e moralizzanti, che prende il posto della società e della sua organizzazione istituzionale. Un’uguaglianza che, per eliminare gerarchie e posizioni di potere, in realtà destruttura e spezzetta la società in innumerevoli atomi irrelati, che chiedono soltanto di poter esibire le proprie differenti e cangianti micro-identità, di resistere, ciascuno a suo modo e col proprio “orgoglio”, alla normalizzazione.
È evidente che un pensiero politico di questo tipo è appaesato elettivamente in una società come quella americana, composta di infinite minoranze, tenute insieme da istituzioni politiche e culturali riconducibili a un’origine e a una tradizione bianca di ascendenza europea, ovvero a una specifica struttura di potere costituzionale, materiale e simbolico. Ed è altrettanto evidente che il woke testimonia la fine del consenso su quelle forme di potere, l’insurrezione multicolore contro l’ordine bianco - e, ovviamente, che genera una speculare rivolta anti-woke che evoca positivamente proprio le origini bianche delle istituzioni che si vollero universali -.
Ma è anche evidente che il woke scompone, destruttura, decostruisce la società e la sua autorappresentazione unitaria - riconducibile a una chiara dialettica fra ceti, classi, o vaste sezioni del corpo sociale - in forte, anche se forse inconsapevole, sintonia con la strategia culturale, economica e politica del neoliberismo. Per il quale - si veda ad esempio Hayek - la società non è che un agglomerato di individui calcolanti e concorrenti, non tenuti ad alcuna lealtà istituzionale verso una dimensione universale, se non all’accettazione del mercato come “naturale” sistema di interazione fra singoli, con espresso divieto di indagare che cosa ci sia prima del mercato, quali siano le sue origini storiche e politiche e quali le sue conseguenze. Il woke e il neoliberismo condividono insomma l’orizzonte di un immediato soggettivismo individualistico, che intende spiegare da sé tutto l’ambito sociale, senza accedere ad alcuna profondità storica, ad alcuna materialità strutturale sottostante. Il woke non è in sé mercatista: ma è adeguato a una società di mercato, alla “società degli individui”, di cui è il volto esagitato ma economicamente e politicamente innocuo.
Il punto non è quindi sapere quanto woke è passato dagli USA all’Italia: probabilmente ancora non troppo, anche se la mancanza di senso storico e il moralismo provocatorio si sono appaesati anche da noi. E non è nemmeno distinguere fra “giusta” promozione dei diritti soggettivi e le “esagerazioni”. Il punto è capire che il woke è assai meno critico di quanto pretende di essere perché è cieco sull’origine e sulla destinazione dell’individualismo che ne è l’essenza. E di conseguenza non solo una politica woke è insostenibile ma è debole anche una politica orientata semplicemente alla promozione dei diritti soggettivi senza che si sappia riflettere sulla esistenza e sulla consistenza del soggetto che ne dovrebbe essere il titolare.
La destra ha buon gioco a concentrare la propria polemica contro il woke, a contrapporre all’“orgoglio” dei particolari un “orgoglio” appena un po’ meno particolare, l’orgoglio nazionale, gerarchico ed escludente, ostile e regressivo rispetto al primo. Nessuno dei due orgogli, in ogni caso, tocca le strutture reali del potere economico e politico, né rimuove le ingiustizie sistemiche, le disuguaglianze abissali che il neoliberismo, e la sua crisi, generano nella società.
Ma la sinistra, anche se non apertamente woke, non ha certo riscoperto né praticato la critica dell’economia politica, e anzi ha accettato il paradigma neoliberista vittorioso tanto sull’economia di comando del comunismo reale quanto sul compromesso socialdemocratico dello Stato sociale, e ha tentato di ricavarne una politica dei diritti individuali. Senza capire che le logiche profonde del neoliberismo sono il predominio del profitto sul salario; che il suo obbiettivo è la lotta all’inflazione e non alla disoccupazione; che i suoi “equilibri” sono fondati sulla “grande moderazione” salariale il cui esito è la crescente disuguaglianza sociale di reddito, di sapere e di potere; che, politicamente, quel paradigma esige la distruzione del potere dello Stato, dei partiti e dei sindacati e la riduzione della società a un agglomerato di individui isolati e impotenti, il cui legame sociale non è più il lavoro ma la “rete” che in realtà li unisce isolandoli; che la democrazia va così tramutandosi in post-democrazia, in finzione. E senza capire che se la crisi del neoliberismo è superata da destra dalla preparazione economica e psicologica alla guerra, da sinistra dovrebbe esserlo dalla denuncia radicale di tutto ciò, e dalla presa di coscienza che in questo contesto i diritti individuali saranno sempre solo una variabile dipendente da sovrastanti fattori economici e politici.
La svolta politica di cui la sinistra ha bisogno, se non vuole essere del tutto estranea alla propria storia e del tutto abbandonata dalla propria base sociale, è una politica dei diritti soggettivi che sia “oggettiva”, cioè che pervenga alla radice umanistica della sua tradizione attraversando criticamente le strutture socio-economiche, e anche “culturali”, che hanno creato la “società degli individui”, funzionale a poteri largamente sovra-individuali. Una politica che arrivi ai diritti attraverso la democrazia economica e politica, cioè attraverso il conflitto e la dialettica, l’analisi sorretta dal pensiero critico e una prospettiva ideale realistica ma anche esigente. La prospettiva costituzionale della piena fioritura delle personalità, resa possibile dalla rimozione, a opera della politica, degli ostacoli materiali che vi si oppongono. La prospettiva attraverso la quale si sono di fatto realizzati i progressi civili della seconda metà del XX secolo.
Non si tratta, in fondo, di woke o di anti-woke – la polemica estiva è quindi quasi tutta fuori bersaglio -. Si tratta di essere subalterni alla frammentazione individualistica della società oppure di essere capaci di un’analisi strutturale. Di credere alla favola della “società liquida” oppure di vedere i solidissimi burroni e gli scoscendimenti che vi sono nascosti. Si tratta di rendere i diritti non effimeri né arbitrari né esposti alle priorità dei cicli economici ma di strutturarli in una società radicalmente riformata, per far sì che uomini e donne siano cittadini e non sudditi, soggetti e non assoggettati, padroni di sé e non espropriati di ogni potere in cambio di qualche gratificazione simbolica. Si tratta di iniziare a porre questi temi, cioè di tornare alla serietà e alla grandezza della politica. Ma, naturalmente, prima di tutto bisogna esserne convinti.
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