Oltre il paradigma della maternità: un diritto che non può conoscere esclusioni
Tra inverno demografico e libertà individuali, il diritto alla maternità resta ancora negato a donne single e coppie lesbiche.

Archivio Rinascita
La prossima celebrazione della Festa della Mamma offre ogni anno l’opportunità di riflettere non solo sul valore dei legami affettivi, ma soprattutto sul perimetro dei diritti civili nel nostro Paese. Sebbene i dati Istat confermino un inverno demografico che interroga la sostenibilità del sistema, la risposta a questa crisi non può risiedere in una visione strumentale della donna come funzione procreativa, bensì nel pieno riconoscimento del diritto di ogni persona di autodeterminare il proprio progetto di vita.
Come Segretario Generale dell’AIFe (Associazione Italiana Fertilità), assisto quotidianamente alle barriere che la Legge 40/2004 frappone tra il desiderio e la sua realizzazione. È una consapevolezza che avverto con un particolare carico di responsabilità: durante le due legislature trascorse alla Camera dei Deputati, ho vissuto la complessità di una stagione politica condizionata da una forte influenza della cultura cattolica, che ha spesso frenato l'evoluzione della norma in nome di una visione tradizionale della famiglia. Non essere riuscito in quegli anni a scardinare certi automatismi legislativi è un rammarico che oggi trasformo in impegno civile, affinché la genitorialità cessi di essere un privilegio condizionato dallo stato civile.
Il paradosso delle donne single e l'evoluzione giuridica
Il cuore della discriminazione attuale risiede nel divieto di accesso alla procreazione medicalmente assistita (PMA) per le donne single. La normativa italiana limita queste tecniche alle coppie eterosessuali, ignorando la realtà di migliaia di donne che scelgono con piena consapevolezza di intraprendere un percorso di maternità in autonomia.
Questa chiusura appare ancora più anacronistica se confrontata con l'evoluzione giurisprudenziale in materia di adozioni. Negli ultimi anni, i tribunali hanno mostrato un'apertura crescente verso l'adozione da parte di singoli, riconoscendo che la capacità di cura non dipende dalla presenza di un partner. Se l'ordinamento riconosce che una donna single può essere una madre eccellente per un bambino già nato, risulta illogico negarle la possibilità di diventare madre biologica attraverso il progresso medico.
Contraddizioni etiche e confronto europeo
La resistenza al cambiamento della Legge 40 poggia spesso su basi ideologiche che generano paradossi estremi. Appare infatti profondamente contraddittorio che quegli stessi ambienti culturali che negano a una donna single l'accesso a un percorso medico sicuro, siano i primi a chiedere a una donna, in casi limite come una gravidanza conseguente a una violenza sessuale, di non ricorrere all'aborto e portare avanti la gestazione. In circostanze così drammatiche si riconosce la capacità di essere madre da single, mentre la si nega quando la scelta è frutto di un progetto d'amore consapevole.
Mentre l'Italia resta ancorata a queste rigidità, la maggior parte dei Paesi europei, come Spagna o Francia, garantisce l'accesso alla PMA a tutte le donne. Questa disparità costringe molte cittadine italiane a intraprendere "viaggi della speranza" all'estero per esercitare una libertà che dovrebbe essere garantita in patria.
L’auspicio è che i programmi politici per le elezioni del 2027 abbiano il coraggio di proporre una modifica della Legge 40/2004. Aprire l’accesso alla PMA alle donne single e alle coppie lesbiche non è una concessione, ma un atto di giustizia necessario per allineare il nostro ordinamento ai moderni standard europei e onorare, finalmente, ogni desiderio di maternità.
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