Il "mai più" tradito: il prisma femminista per un'Europa di pace

Francesca IzzoApprofondimenti
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ANSA

La Carta dell’Impegno per un mondo disarmato è un testo che sollecita pensieri, riflessioni, approfondimenti oltre a promuovere azioni e interventi in giro per l’Italia, come sta accadendo in questi mesi. Nelle righe che seguono provo a fissare, in modo sommario, alcune delle suggestioni che ne ho tratto, su un duplice registro teorico e politico.

Il primo riguarda la critica e lo smontaggio della vecchia idea dell’identificazione di guerra e natura umana che è ritornata a dominare i discorsi mainstream.

Con il ritorno della guerra nei confini dell’Europa, insieme alla militarizzazione dell’economia e alla mobilitazione bellicista dell’opinione pubblica, si sono fatte di nuovo sentire voci che si pensava definitivamente messe a tacere o almeno confinate in posizioni marginali. Voci che dichiarano senza infingimenti che la guerra è radicata nella natura umana ed è perciò inevitabile. “[L]a rivoluzione in atto nelle scienze antropologiche, sostenute da nuove discipline […] ha reso ineludibile confrontarsi con l’evidenza scientifica che la guerra appartiene all’uomo dalle sue origini” (G. Sadun Bordoni, Guerra e natura umana, il Mulino, Bologna 2025, p. 27). Affermazioni che trovano sempre più udienza e rendono obsoleto quanto autorevolmente sosteneva ad esempio Norberto Bobbio, alla fine degli anni Settanta, in Il problema della guerra e le vie della pace, secondo il quale l’era atomica aveva reso la guerra una via bloccata in più sensi, impossibile o ingiustificata.

La pace viene presentata oggi come un’invenzione moderna permanentemente smentita dalla realtà e la guerra invece un fenomeno inevitabile radicato in un concetto di natura umana generico e antropologicamente neutro. Secondo queste visioni evoluzioniste, lo sviluppo e la metabolizzazione dell’uguaglianza dei sessi portano a considerare le donne, un tempo escluse dalla sfera pubblica e quindi dalla guerra, sempre più inserite nella vita politica e quindi sempre più disponibili anche loro a partecipare alla guerra.

“L’emancipazione femminile non è l’emancipazione dell’umanità dalla violenza bensì l’inserimento a pieno titolo delle donne nella storia, cioè nell’intreccio indissolubile di libertà e guerra” (ivi, p. 42). Qui appare evidente che è in gioco il nesso critico tra ordine patriarcale (concetto del tutto assente nelle teorie evolutive, mentre è centrale nella Carta), natura umana sessualmente articolata ed evitabilità della guerra, ovvero la sua storicità, così come la possibilità di fondare la politica non sulla guerra ovvero sulla distinzione amico/nemico, ma sulla relazione, la cooperazione e il comune destino.

Il punto di vista delle donne — meglio dire: il punto di vista del femminismo della differenza sessuale — mette in discussione esattamente l’astoricità di queste assunzioni, senza aver bisogno di invocare una “natura” pacifica delle donne in quanto donatrici di vita o di sostenere che il millenario interdetto a portare le armi le abbia rese “pacifiste”. Escludendo ogni assunzione naturalistica o storica su presunte tendenze alla pace o alla guerra dei due sessi, è solo mettendo in evidenza il legame tra guerra e patriarcato, tra nascita del patriarcato e formazione di società guerriere che si storicizza la guerra connettendola a determinate forme storiche di organizzazione dei rapporti tra i sessi e della società nel suo insieme. Non solo: si articola in modo complesso e non “evolutivo” il rapporto tra natura e cultura, così da mettere in discussione il potente assunto che soggiace all’idea dell’inevitabilità della guerra e cioè che guerra e processo di civilizzazione coincidano. Le nuove ricerche sul “matriarcato” compiute, intrecciando modernità e arcaicità, da studiose passate attraverso il femminismo costituiscono straordinari contributi, come si afferma anche nella Carta, a togliere credibilità a questo assunto che di fatto identifica patriarcato e civiltà.

Il patriarcato non ha portato fuori dal mondo ferino l’umanità, ha solo distrutto e sostituito altre culture a principio materno, facendo della guerra il suo asse fondativo. La guerra non è connaturata alla specie umana, è un fenomeno storico, certo di lunga durata, come il patriarcato, ma storico e come tale ha avuto un inizio e potrà avere anche una fine, ma, come ben si sa, la storia, da sola, non va da nessuna parte senza i disegni, la volontà, le azioni delle donne e degli uomini.

Il secondo registro ci porta a noi, all’Europa: i Paesi europei si ritrovano con classi dirigenti deboli, impreparate e disorientate, imbevute di narrazioni farlocche, vittime delle loro stesse ideologie, con una guerra in casa e la spinta a renderla permanente. Ora il nuovo devastante conflitto in Medio Oriente scoppiato in questi giorni, in spregio a ogni norma o regola internazionale e nazionale, vede gli europei coinvolti, senza averlo deciso, senza esserne avvertiti e senza minimamente conoscerne le finalità. Ben chiare invece a Netanyahu, inseguito da un mandato della Corte Penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, che è l’effettiva mente e guida politica di questa guerra.

Senza contare che tutti i dirigenti politici europei, donne e uomini, con l’unanime sostegno del sistema mediatico, avallano con una leggerezza e cecità sconcertanti la legittimità dell’assassinio politico del capo, dei capi di uno Stato sovrano quando fanno premettere a ogni dichiarazione la loro soddisfazione e la loro felicità per le bombe israelo-statunitensi che hanno decapitato i vertici dell’Iran. Per poi alzare alti lai sulla fine del diritto internazionale preparando l’Europa all’allargamento della guerra come ha fatto nei giorni scorsi Ursula von der Leyen. Una via diversa di fronteggiare e moderare il regime feroce e tirannico iraniano fu tentata dall’UE dieci anni fa ma la prima presidenza Trump la stoppò definitivamente.

La mia generazione, nata dopo il secondo conflitto mondiale, aveva profondamente introiettata la convinzione che il “mai più" alla base delle istituzioni europee fosse davvero il più solido pilastro del progetto europeistico, il suo più riconoscibile tratto identitario. Al di là delle profonde differenze di lingue, di tradizioni, di culture, di economie che segnavano gli Stati membri e rendevano problematico il solo evocare un “popolo” europeo, rimaneva saldo, ad animare la speranza e la prospettiva dell’Europa unita, il suo principio fondativo, la sua peculiarissima origine: la pace e non la guerra. La costruzione europea costituiva un’esperienza unica di entità politica nata sul rifiuto della guerra e sull’instaurazione di legami di pace e cooperazione non solo tra i suoi membri ma con i suoi vicini e l’insieme della comunità internazionale. La stessa appartenenza all'alleanza atlantica veniva declinata in termini strettamente difensivi compatibili con il nostro dettato costituzionale. Insomma, era respinta la logica amico/nemico quale fondamento della politica. L’Europa non aveva e non voleva avere nemici.

Ma dopo il marzo del 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina e la giusta decisione di sostenerne la difesa, le élite dell’Unione europea, frustrando ogni tentativo di dialogo e di trattativa, sono progressivamente ma decisamente entrate in uno stato di guerra con l’individuazione di un nemico che minaccerebbe l’esistenza dell’Europa.

Con ciò è stato strappato dalle radici il suo principio costitutivo: mai più guerra e mai nemici. Ma la nostra prospettiva femminista ci dice che la guerra è evitabile e quindi per noi, donne femministe europee la domanda è: vogliamo che l’Europa abbia nemici? Se la risposta è no, se vogliamo sbarrare la via della guerra, credo che bisognerebbe cominciare a dire forte e chiaro, anche se può suscitare reazioni tra lo sdegnato e l’ironico, che la sicurezza europea o è comune o non c’è difesa armata che la garantisca.

Cominciare a chiedere come l’Europa immagina il dopoguerra ucraino: confini blindati, guerre ibride, tensioni continue, propaganda e riarmo oppure un nuovo patto di sicurezza collettiva? Il nostro continente è su un crinale destinato o ad alimentare ad infinitum la guerra per i territori, per i confini sicuri oppure, come accadde sul lato occidentale tra Francia e Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale, a stabilire, certo con modalità e fini diversi, sistemi di sicurezza condivisa anche sul confine orientale, anche con la Russia. Usare la discriminante ideologica della “democrazia” (tra l’altro concetto fisarmonica secondo le convenienze) per i rapporti internazionali è stato e continua a essere un potente fattore di innesco bellicista. Per giunta, noi donne conosciamo molto bene i limiti strutturali della liberaldemocrazia, siamo state noi a coglierne le interne contraddizioni, a sottoporne a critica concetti e istituzioni. Non possiamo consentire che se ne faccia un uso compattamente ideologico e venga brandita come una clava contro qualunque soggetto che non si allinei agli interessi palesi o occulti dell’“Occidente” che si sta, o meglio, si è già sgretolato sotto i colpi della crisi d’egemonia che da decenni attanaglia gli Stati Uniti.

Forse conviene dire due parole su cos’è e in cosa consista l’egemonia (dato che se ne dicono di ogni colore): è un sistema in cui lo Stato dominante economicamente, militarmente e culturalmente è in grado di mediare i suoi interessi strettamente intesi con quelli dei suoi alleati e satelliti, trasformando così interessi economico-corporativi in valori universalistici, conquistando consenso e costruendo reti di istituzioni e poteri condivisi. Nel caso dell’Occidente, l’egemonia americana ha espresso il multilateralismo postbellico con l’Onu, la costruzione della Comunità europea Occidentale, la ricostruzione dell’Europa con il piano Marshall, la Banca mondiale, il Fondo monetario, il golden standard del dollaro, l’organizzazione per il commercio mondiale, alleanze militari, NATO e ASEAN, reti di comunicazione ecc.

Bene, questo sistema che conviveva con un assetto bipolare del mondo ha cominciato a scricchiolare già dagli anni Settanta con la fine della convertibilità del dollaro.

La risposta, dopo la fine del bipolarismo, è stata la proliferazione delle guerre, come tentativo di coprire e ritardare la dichiarazione di crisi e impedire che venisse insidiato il predominio tecnico-militare americano. L’arrivo di Trump è il risultato appunto dell’incapacità delle classi dirigenti democratiche di affrontare se non con le guerre il declino.

America first vuole essere la dichiarazione ufficiale della fine del ruolo egemonico degli Stati Uniti, la liquidazione del bilanciamento degli interessi americani con quelli degli alleati e amici, il loro schietto predominio tramite il puro esercizio della forza. Il re è nudo e quindi il costrutto “Occidente” (che andava fino al Giappone, Corea del Sud e Australia) va in frantumi, insieme alla crisi finale dell’Onu e del multilateralismo con tutte le sue organizzazioni.

È tempo che noi europee riprendiamo nelle nostre mani il filo del destino dell’Europa e questa volta prendendo davvero sul serio il fondamento su cui è ricomparsa sulla scena della storia dopo la catastrofe delle due guerre mondiali: mai più guerra, aggiungendo per renderlo credibile: fine del patriarcato e dispiegamento della libertà delle donne, ben consapevoli, come noi siamo, che la libertà femminile è un’autoconquista, non un dono altrui, men che mai lanciato da un cielo nero di bombe, missili, piogge acide, di morte. Donne, vita, libertà, pace.

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