Oltre il limite: overshoot day e urgenza di un cambiamento di sistema

Sabrina AlfonsiApprofondimentiAMBIENTE
RIVRINASCITA_2026060515045334_f581ca898577179c405e52b2814dda37.jpg

ANSA

Il 3 maggio 2026 l’Italia ha esaurito tutte le risorse naturali che il pianeta è in grado di rigenerare in un anno. Dal 4 maggio il nostro Paese vive simbolicamente “a credito”, attingendo a un deposito di risorse che non potrà mai più essere reintegrato. L’overshoot day non è una ricorrenza ambientalista né una formula astratta per addetti ai lavori. È il termometro politico del nostro tempo: l'indicatore del rapporto tra consumo e capacità rigenerativa dell'ecosistema.

È una data emblematica che purtroppo misura il fallimento di un modello economico fondato sull’estrazione continua di risorse, sull’assurda idea che la crescita materiale possa proseguire all'infinito in un pianeta finito. Ogni anno, secondo il Global Footprint Network, questa data arriva prima: nel 2024 l’Italia aveva raggiunto il limite il 19 maggio, nel 2025 il 6 maggio, quest'anno il 3 maggio. È il segnale inequivocabile di un’accelerazione della crisi ecologica e, insieme, della mancanza di un'inversione nelle priorità politiche. Per decenni il dibattito pubblico ha trattato l’emergenza climatica come una questione settoriale: un tema ambientale, quasi morale, da affidare alla buona volontà individuale o alla retorica della sostenibilità. Ma l’overshoot day racconta qualcosa di molto più radicale. Dice che il problema non è semplicemente “consumare meglio”: è il modo in cui produciamo, distribuiamo ricchezza, organizziamo città, trasporti, energia, agricoltura e lavoro. In altre parole, è il sistema nel suo complesso a diventare sempre più insostenibile. Basta allargare lo sguardo: il mondo è già oltre i propri limiti.

A livello globale, negli anni Settanta il superamento della capacità rigenerativa della Terra avveniva a fine dicembre. Nel 1971 l’Earth overshoot day cadeva il 25 dicembre, negli anni Novanta era a metà ottobre, agli inizi del 2000 a settembre, nel 2020 a luglio. Oggi consumiamo l’equivalente di 1,7 pianeti ogni anno e in mezzo secolo abbiamo letteralmente divorati quasi 5 mesi di equilibrio ecologico.

Se poi si guarda più nel profondo il dato numerico, la geografia del sovrasfruttamento riflette in pieno quella delle disuguaglianze mondiali, raccontando un'ingiustizia che purtroppo grida in silenzio. I Paesi più ricchi e industrializzati sono anche quelli che esauriscono prima il budget ecologico: Qatar, Stati Uniti, Canada, Lussemburgo, Emirati Arabi. I Paesi più poveri, come ad esempio, Bangladesh, Nigeria, Etiopia, Senegal, al contrario, spesso non superano affatto la soglia annuale, perché milioni di persone vivono ancora in condizioni di consumo estremamente ridotte, se non in totale fragilità e deprivazione di mezzi di sussistenza. Questo squilibrio smonta una delle narrazioni, a lungo dominanti della globalizzazione: quella secondo cui il benessere occidentale rappresenterebbe un modello universalizzabile ed esportabile. In realtà, la Terra non può sostenere 8 miliardi di individui con gli stessi livelli di consumo energetico, mobilità privata, produzione industriale e spreco alimentare delle economie avanzate. Ecco, quindi, che l’overshoot day rende visibile il limite fisico della falsa promessa dell'economia neoliberale. Eppure, nonostante l’evidenza scientifica, la politica internazionale continua a muoversi dentro categorie novecentesche: le guerre per le risorse, la competizione energetica, la corsa agli approvvigionamenti di materie prime rendono evidente come in realtà sia proprio la crisi ecologica a ridefinire i rapporti geopolitici tra Paesi.

Il cambiamento climatico e gli effetti che comporta, infatti, non sono più minacce future: sono piuttosto una forza d'accelerazione che trasforma economia, migrazioni, sicurezza alimentare e stabilità democratica.Il paradosso è evidente: mentre cresce la consapevolezza pubblica, aumenta anche il consumo globale di energia fossile. Si moltiplicano i summit climatici, ma continua la dipendenza dal petrolio e dal gas. Si individua la neutralità climatica come obiettivo generale, ma il sistema economico continua a mantenere il suo impianto costruito sulla massimizzazione della produzione e del profitto a breve termine, celebrando i risultati in un eterno presente senza prospettiva.

Eppure, una crisi ecologica di tale intensità non può essere affrontata con semplici aggiustamenti marginali. Non bastano incentivi verdi o campagne di sensibilizzazione. Serve una ridefinizione profonda delle priorità collettive, occorre un concreto cambio di paradigma: è urgente passare da un'economia dell’accumulazione ad un'economia della cura, da una crescita quantitativa ad uno sviluppo attento a preservare la qualità della vita, dalla centralità del consumo alla centralità dei beni comuni.

In questo quadro, l'Europa appare oggi come il continente attraversato dalle maggiori contraddizioni. Da un lato, è stata ed è il laboratorio più avanzato delle politiche climatiche: il Green Deal europeo, gli obiettivi sulle emissioni, gli investimenti nella transizione energetica hanno delineato un cambiamento importante nel modello di sviluppo. Dall’altro lato, l’Unione europea continua a essere uno dei maggiori poli mondiali di consumo materiale ed energetico. L’overshoot day dell’Unione europea cade lo stesso giorno di quello italiano, il 3 maggio: un'attestazione del fatto che il modello di vita europeo, nel suo complesso, resta ecologicamente insostenibile.

Si tratta di una contraddizione politica prima ancora che ambientale. L’Europa prova a guidare la transizione ecologica senza mettere realmente in discussione l’architettura economica che ha prodotto la crisi. Punta sulla “crescita verde”, sull’innovazione tecnologica, sull’efficienza energetica, ma raramente affronta il nodo fondamentale di come sia possibile continuare a espandere consumi e produzione all’infinito riducendo contemporaneamente gli impatti ambientali.

I dati suggeriscono che l’efficienza da sola non basta. Ogni progresso tecnologico viene spesso compensato dall’aumento complessivo dei consumi. Auto meno inquinanti, ma più automobili. Elettrodomestici più efficienti, ma più domanda energetica. Produzione più avanzata, ma incremento costante dell’estrazione di materiali. La transizione ecologica europea rischia così di trasformarsi in una transizione esclusivamente industriale, in grado di cambiare le tecnologie senza cambiare però il modello di società e di consumo. Ma, senza una redistribuzione delle risorse, senza un nuovo welfare climatico e senza investimenti pubblici rilevanti nei servizi collettivi, la conversione ecologica rischia purtroppo di produrre nuove disuguaglianze e nuove tensioni sociali.

L’avanzata delle destre climaticamente negazioniste o ostili alle politiche ambientali si alimenta anche di questo vuoto politico e dell'incapacità di dare concretezza ed equità ad un'alternativa possibile. Quando la transizione viene percepita come sacrificio imposto alla parte più fragile della popolazione, mentre le grandi rendite continuano indisturbate, il consenso si sgretola e la conversione ecologica perde quella desiderabilità che, come avvertiva Alex Langer, è la sola chiave che può renderla davvero attuabile. Per questo la giustizia ambientale non può mai essere separata dalla giustizia sociale.

L’Europa ha davanti una scelta storica: limitarsi ad amministrare il declino ecologico oppure costruire un nuovo patto democratico fondato su energia pubblica, trasporto collettivo, rigenerazione urbana, riconversione industriale e riduzione delle disuguaglianze. Non è solo una questione ambientale. È il futuro stesso della democrazia europea.

All'interno della contraddizione attuale, l’Italia rappresenta in modo esemplare tutte le fragilità del modello di sviluppo dominante. Il nostro overshoot day arriva sempre prima, mentre il territorio diventa progressivamente più vulnerabile. Il consumo di suolo continua a cancellare ettari di terreni fertili ogni giorno. La cementificazione riduce la capacità agricola, aumenta il rischio idrogeologico e distrugge ecosistemi. Il sistema dei trasporti resta fortemente dipendente dall’automobile privata e dalle fonti fossili. Lo spreco alimentare supera il miliardo e mezzo di chili di cibo l’anno.

A tutto questo si aggiunge una trasformazione demografica profonda: una popolazione più anziana, nuclei familiari più piccoli, maggiore domanda energetica domestica. Cambiano i consumi, ma non cambia l’infrastruttura economica che li produce. Il punto decisivo è che la crisi ecologica italiana non nasce dalle scelte individuali dei cittadini, ma dall’assenza di una pianificazione pubblica all’altezza della sfida. Per anni la sostenibilità è stata ridotta a responsabilità personale: fare la raccolta differenziata, acquistare prodotti green, consumare in modo consapevole. Tutto importante, ma purtroppo insufficiente, se queste abitudini virtuose non sono comunque accompagnate da trasformazioni strutturali. Senza trasporto pubblico efficiente, senza investimenti nelle energie rinnovabili, senza riqualificazione energetica delle abitazioni, senza una politica industriale orientata alla conversione ecologica, la responsabilità scaricata sui singoli diventa una forma di impotenza collettiva.

In particolare, poi, la crisi ecologica italiana attraversa in modo diretto uno degli asset economici e culturali fondamentali del Paese: il sistema agricolo e alimentare. Da una parte l’Italia continua a costruire la propria immagine internazionale attorno alla qualità del cibo, alla biodiversità agricola e alla tradizione mediterranea; dall’altra il modello produttivo dominante resta fortemente energivoro, dipendente dalla logistica globale e segnato da profonde contraddizioni sociali e ambientali. La perdita continua di suolo agricolo fertile riduce la capacità produttiva nazionale e aumenta la dipendenza dalle importazioni. Campagne trasformate in aree industriali, poli logistici e infrastrutture sottraggono, troppo spesso, spazio agli ecosistemi e all’agricoltura di prossimità. Ogni ettaro cementificato, infatti, non rappresenta soltanto una perdita paesaggistica: significa meno capacità di assorbire CO₂, meno sicurezza alimentare e maggiore fragilità idrogeologica.

Anche il sistema alimentare contribuisce in modo significativo all’impronta ecologica nazionale. Gli allevamenti intensivi, il consumo eccessivo di carne, l’uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi, le filiere lunghe e lo spreco alimentare producono un impatto enorme in termini di emissioni, consumo idrico ed erosione della biodiversità. In Italia, secondo una rielaborazione di Coldiretti del rapporto Waste Watcher, vengono sprecati circa 1,7 miliardi di chili di cibo (di cui 1,2 kg di frutta a persona) ogni anno: uno scandalo ecologico oltre che etico, perché dietro ogni alimento buttato ci sono acqua, energia, suolo e lavoro consumati inutilmente.

Eppure, proprio l’agricoltura potrebbe diventare uno dei principali laboratori della transizione. Difesa del suolo, filiere corte, agroecologia, riduzione degli allevamenti intensivi, tutela della piccola produzione agricola e rilancio delle economie territoriali possono rappresentare non solo una risposta ambientale, ma anche una politica industriale e occupazionale davvero innovativa. La questione alimentare, infatti, non riguarda soltanto ciò che mangiamo: riguarda il rapporto tra territorio, lavoro, salute e democrazia.

Un altro settore interessante e contraddittorio è quello della moda sostenibile, oltre il semplice green marketing: uno dei settori simbolo del Made in Italy e contemporaneamente uno dei più coinvolti nelle contraddizioni della globalizzazione. L’industria tessile e dell’abbigliamento è oggi tra le più impattanti al mondo per consumo di acqua, emissioni, sfruttamento delle risorse e produzione di rifiuti. Negli ultimi anni la parola “sostenibilità” è diventata centrale anche nel linguaggio dei grandi marchi, ma spesso è ridotta purtroppo a vuote operazioni di marketing, attraverso campagne pubblicitarie green che poi in realtà convivono con un modello basato sull’iperproduzione, sul fast fashion, sulla compressione dei costi del lavoro e, per impellenti esigenze di mercato, sulla continua accelerazione dei cicli di consumo.

Il problema non riguarda soltanto dove vengono prodotti gli abiti, ma quanti se ne producono e consumano. La logica dell’usa e getta ha trasformato anche il vestire in un meccanismo di sovraconsumo permanente. Migliaia di tonnellate di capi finiscono ogni anno nei rifiuti o vengono esportate nei Paesi più poveri, alimentando nuove forme di colonialismo ambientale. Eppure, l’Italia possiede anche competenze industriali, artigianali e culturali che potrebbero guidare una conversione reale del settore: qualità, durata, filiere trasparenti, recupero dei materiali, economia circolare, tutela del lavoro e produzione locale. Una moda sostenibile non può limitarsi a sostituire un tessuto con un altro: deve mettere in discussione l’intero paradigma della produzione infinita di merci a basso costo.

Per decenni il successo di un Paese è stato misurato quasi esclusivamente attraverso la crescita del PIL. Ma un sistema che aumenta la ricchezza distruggendo contemporaneamente le basi naturali della vita è un sistema che produce impoverimento nel lungo periodo. L’overshoot day ci obbliga a ridefinire i concetti stessi di ricchezza e di benessere. Non si tratta di produrre sempre di più, ma di vivere meglio. Già nodo chiave della riflessione di Pier Paolo Pasolini nel noto articolo del 1973 degli Scritti Corsari, torna come urgente la distinzione tra sviluppo, ossia una crescita soltanto economica quantitativa, e progresso: un concetto che implica, invece, un miglioramento ideale della qualità di vita, con benefici concreti ottenuti nel rispetto della centralità e dignità della persona e dell'ambiente.

Per dare concretezza a tale idea di progresso più che mai attuale, servono investimenti pubblici straordinari nella conversione energetica, nella mobilità collettiva, nella tutela del territorio, nell’agricoltura sostenibile e nell’economia circolare. Serve soprattutto una nuova cultura politica capace di uscire dall’ossessione della crescita infinita, di ridare respiro al ritmo di uno sviluppo che sia davvero progresso e crescita per la comunità. Perché il vero problema non è soltanto ambientale, ma democratico. Una società che consuma più di quanto il pianeta possa rigenerare è una società che sottrae futuro. E quando il futuro si restringe, si restringe anche lo spazio della vita e della democrazia.

L’overshoot day ci ricorda che non siamo davanti a una semplice emergenza ecologica, ma a una crisi culturale profonda. Eppure, proprio dentro questa crisi, esiste la possibilità di immaginare un nuovo equilibrio tra economia, ambiente e giustizia sociale. Perché ripensare il nostro modo di vivere non significa rinunciare al benessere, ma costruire una società più equa, più resiliente e finalmente capace di abitare il pianeta senza divorarne le risorse. Lo ha scritto con chiarezza nel suo libro del 2024, Il Futuro sta nei limiti: gli ecosistemi ci insegnano come fare, Simonetta Tunesi, esperta di chimica ambientale, conservazione e ripristino delle risorse naturali. Il sistema socio-economico dominante sta alimentando una crescita esponenziale, senza limiti, sorretta da una sregolata estrazione di risorse, laddove invece gli ecosistemi naturali, che dovremmo guardare come modelli, ci insegnano che per mantenere un equilibrio di funzionamento è necessario autolimitare la propria crescita per controllare che la velocità del consumo non superi la velocità di rinnovamento delle risorse a disposizione.

Per queste ragioni vitali, è urgente comprendere la situazione attuale e i rischi di un modello che l’ambiente non riesce più a sostenere. E da questa analisi riorientare le scelte politiche di fondo a livello internazionale, perché tutto dipenderà da ciò che sapremo costruire insieme in questo tempo, anche e soprattutto nell'interesse delle future generazioni. La politica deve cogliere l’urgenza di questa fase storica.

In Italia, invece, il Governo Meloni non sta davvero compiendo scelte decisive su questi temi e questo attendismo rallenta l’effettiva transizione ecologica, continuando a mantenere il Paese prigioniero di un approccio ancora troppo sbilanciato sulle fonti fossili. Mancano riforme strutturali e di sistema e si riscontrano forti marce indietro su impegni chiave: dallo stallo sulle rinnovabili al Piano Clima, ancora troppo improntato sul gas.

Questo Governo sta, nei fatti, lavorando per un ritorno alle fonti fossili, con la scelta di protrarre il ricorso al carbone fino al 2038. Da qui l’idea anacronistica di promuovere l'Italia come hub del gas nel Mediterraneo, frenando il percorso di fuoriuscita dall’utilizzo del fossile, che è invece la linea discussa ai vertici internazionali, come la Cop29. Inoltre, il Governo sta determinando uno stop alle auto elettriche e una revisione del Green Deal, considerando un ostacolo, invece che un’opportunità, il bando europeo sui motori a combustione. Inoltre, lavorando alla sospensione del sistema ETS, il mercato europeo delle quote di CO2, sta causando un chiaro rallentamento della modernizzazione del parco auto. E poi pesa la mancanza di riforme per l'economia circolare. L'esecutivo ha continuato a rinviare l'entrata in vigore di misure come la plastic tax e la sugar tax, e non ha riformato strutturalmente il settore dei rifiuti per favorire il riciclo. Su questi temi, come centrosinistra, dovremo sempre più lavorare per restituire davvero all’Italia il ruolo di protagonista del cambiamento.

C’è una legge che più di tutte rappresenta la chiave culturale di un nuovo approccio al tema dei consumi e della sostenibilità, una normativa che da tempo attende e che, invece, è di rilevanza decisiva: una legge quadro nazionale per arrestare il consumo di suolo e tutelare il territorio dal dissesto idrogeologico. Lo abbiamo visto con la frana drammatica di Niscemi a gennaio di quest’anno: solo uno degli ultimi segnali di un territorio, quello italiano, che deve assolutamente essere protetto e curato.

Questioni urgenti, quindi, e non più rinviabili che richiedono politiche in grado di leggere il presente con capacità di lungo respiro, con concretezza d’azione e lungimiranza di pensiero, nell’interesse delle persone e nel rispetto dell’ambiente e del suo patrimonio di risorse, preziose, ma non infinite.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati