Odiare gli indifferenti: il caso Epstein e l’olocausto dell’anima occidentale

ANSA
"Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani".
Così scriveva Antonio Gramsci nel 1917. Oltre cent’anni dopo, quella partigianeria non è più solo una scelta politica, ma un dovere morale di fronte a un sistema della comunicazione internazionale e nazionale che sembra aver scelto la sonnolenza, se non la complicità, davanti a uno degli scandali più degradanti della nostra epoca: l'abisso di Jeffrey Epstein.
Il sistema dell'informazione globale si perde in cronache superficiali, evita accuratamente di connettere i punti di una rete che non è solo criminale, ma sistematica. Il caso Epstein non è la storia di un singolo predatore; è la rivelazione di un meccanismo di ricattabilità universale che lega i potenti del pianeta. Quando il potere si muove in zone d'ombra fatte di abusi e sevizie, l’ordine internazionale cessa di essere un garante di diritto e diventa un condominio di interessi opachi, dove il disordine procurato serve a coprire le colpe dei singoli e a soverchiare “vecchi” equilibri geopolitici.
L’Occidente ama specchiarsi nel racconto della propria superiorità morale, ergendosi a giudice delle libertà altrui. Eppure, le vicende emerse dall’isola del piacere e dai salotti dell'alta finanza raccontano un’altra verità: un olocausto dell’anima.
Siamo di fronte alla "logica dell'oltre": un potere che, non avendo più limiti legali o religiosi, cerca il superamento del limite umano attraverso la violenza estrema. Le testimonianze che parlano di abusi sistematici, di manipolazione di minori e di episodi di una ferocia inaudita — che arrivano a degenerare sino all'orrore del cannibalismo metaforico e fisico delle "prede" — non sono solo cronaca nera. Sono il sintomo di una classe dirigente che ha smarrito il senso del limite, prefigurando una crisi irreversibile del sistema democratico.
Perché approfondire è così difficile? La risposta risiede nel vincolo della ricattabilità. Se chi deve decidere del destino dei popoli è legato da fili invisibili a segreti indicibili, la politica internazionale smette di rispondere ai cittadini e inizia a rispondere ai propri “demoni”. È la fine della trasparenza, il collasso dell'etica pubblica sotto il peso di una fallibilità umana trasformata in arma di controllo.
"L'indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti", scriveva ancora Gramsci.
Oggi l'indifferenza si veste da "rispetto della privacy" o da "mancanza di prove certe", mentre il sistema dell'informazione abdica al suo ruolo di cane da guardia. Accettare questo silenzio significa accettare che il potere sia un'entità "oltre" il bene e il male, un'entità che consuma le proprie vittime nel silenzio generale.
Non possiamo permetterci di essere indifferenti. Il caso Epstein è lo specchio deformante di una società che, mentre predica democrazia, tollera al suo interno sacche di barbarie feudale. È tempo di pretendere che la verità non sia un lusso per pochi, ma il fondamento su cui ricostruire un ordine internazionale che non sia fondato sul ricatto, ma sulla dignità inviolabile dell'essere umano.